Si è forse talmente abituati a notizie di rapimenti e sparizioni di nostri connazionali nel Sahel che, quando arriva la conferma della liberazioni di alcuni ostaggi quasi ci si era dimenticati della loro presenza nella regione. Lì dove le dune del Sahara si incontrano con le prime timide vegetazioni della savana, la vita a volte viene inghiottita dalle spirali delle tensioni religiose ed etniche ben presenti da queste parti, così come dalla violenza di un terrorismo sempre più pericoloso. È accaduto anche a padre Luigi Maccalli e a Nicola Chiaccio, i due italiani liberati nelle scorse ore in Mali, uno dei Paesi più critici sul fronte della sicurezza specialmente in queste settimane successive al golpe dell’esercito compiuto a Bamako. Di loro non se ne sentiva parlare da tempo, caduti in un’altra spirale forse ancora più pericolosa, ossia quella del dimenticatoio. Una buona notizia che però non deve far dimenticare quanto sta accadendo in una regione non poi così lontana da noi.

Chi sono i due italiani liberati

Padre Luigi Maccalli è un prete missionario con una lunga esperienza in Africa, in Costa d’Avorio prima e in Niger poi. Ed è proprio qui che il 17 settembre 2018 è stato rapito. Si trovava nella parrocchia del piccolo villaggio di Bomoanga, a non più di 150 km da Niamey, la capitale nigerina. Da quel momento in poi del prete non si sono più avute tracce. Si è saputo soltanto che il gruppo che lo aveva sequestrato era composto da militanti di Nusrat al-Islam, la filiale nel Sahel di Al Qaeda. Per tal motivo è stato subito forte il sospetto che padre Maccalli fosse stato portato nel Mali, lì dove la formazione jihadista appare molto radicata. Una prima conferma di questa circostanza si è avuta lo scorso 6 aprile, quando un’agenzia di stampa del Niger ha trasmesso un video di pochi secondi in cui l’italiano rapito appariva in buone condizioni di salute seppur provato. Quelle immagini con molta probabilità sono state girate in una landa remota del Mali. Assieme a lui nel video anche Nicola Chiacchio. Quest’ultimo era stato rapito invece nel 2019 mentre stava effettuando una delle sue tante escursioni turistiche: ingegnere di 48 anni e originario del napoletano, Chiacchio è stato sempre descritto come un giramondo e si era ritrovato nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

I due italiani probabilmente hanno vissuto assieme buona parte del loro periodo di detenzione. La notizia della loro liberazione è arrivata giovedì sera, confermata anche dal presidente del consiglio Giuseppe Conte con un Tweet. I due sarebbero stati rilasciati nel Mali e subito si sono attivate le procedure per riportarli in Italia. Al momento ignote le dinamiche che hanno portato alla fine del loro incubo e di quello dei propri familiari.

La situazione nel Sahel

Una buona notizia dunque, la quale però non deve far cadere nel dimenticatoio il sempre più preoccupante contesto in cui vive la regione del Sahel. Dal Mali, Paese senza dubbio più critico sul fronte della sicurezza, al Burkina Faso, passando per il Niger e per il Ciad, questa parte di Africa da anni oramai convive con l’incubo del terrorismo islamico. I gruppi jihadisti, sia quelli legati ad Al Qaeda che all’Isis, sono sempre più rafforzati sul territorio. A preoccupare maggiormente è per l’appunto il Mali, Paese dove nel 2012 erano sorti dei veri e propri califfati nelle regioni settentrionali. L’impiego delle forze francesi ha permesso la fine dell’esperienza dei califfati, ma nel corso degli ultimi anni la situazione sul fronte della sicurezza si è deteriorata. Il colpo di Stato di agosto potrebbe aver inoltre rallentato la già difficile opera di contrasto alla proliferazione dei gruppi jihadisti nella zona. 

Non va meglio negli altri Paesi confinanti: i governi del cosiddetto G5 del Sahel, che comprende Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e Mauritania, si ritrovano ad annotare una crescente recrudescenza del fenomeno jihadista. Non solo rapimenti, ma anche attentati e incursioni contro le forze locali e straniere presenti nella zona fanno ben comprendere la pericolosità raggiunta dal terrorismo in questa regione.

Gli altri italiani di cui ancora non si sa nulla

Il 2020 è stato un anno positivo sul fronte della liberazione di italiani rapiti all’estero. Nello scorso mese di marzo in Niger è stato a liberarsi dalla morsa dei rapitori Luca Tacchetto, rapito 15 mesi prima dal gruppo Nusrat al Islam assieme alla fidanzata canadese Edith Blais. A maggio invece è stata la volta di Silvia Romano, la cooperante liberata da gruppi islamisti in Somalia dopo due anni di prigionia. Adesso il ritorno a casa di padre Luigi Maccalli e di Nicola Chiacchio ha portato a 4 il numero di italiani rilasciati dall’inizio dell’anno. Ma il dato relativo ai nostri connazionali di cui ancora non si sa nulla all’estero non è stato ancora azzerato. Manca all’appello Padre dall’Oglio, il gesuita rapito in Siria nel luglio del 2013. Negli anni c’è chi ha parlato di trattative per il rilascio, di una situazione che vedeva l’italiano ancora vivo, ma altre voci avrebbero invece portato all’ipotesi di una sua uccisione durante la prigionia.

Non c’entra nulla con il terrorismo islamista e nemmeno con il medio oriente, ma è impossibile dimenticare la situazione di Vincenzo Cimmino e di Raffaele e Antonio Russo. Rapiti in Messico nel gennaio 2018, di loro si è persa ogni traccia. Tornando in Africa, da settembre c‘è apprensione per la situazione riguardante i diciotto marinai, di cui otto italiani, dei pescherecci sequestrati dalle autorità dell’est della Libia. A ottobre potrebbe iniziare un processo a Bengasi, ma tutto sembra in qualche modo condizionato dalle vicende inerenti la guerra che sconvolge il Paese nordafricano.

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