Le macerie di quello che rimaneva del World Trade Center bruciarono per cento giorni. Ma subito dopo il crollo delle Torri Gemelle la macchina dei servivi americani si mise in moto per capire come 19 persone erano sfuggite ai controlli e avevano causato il più grave attacco terroristico della storia americana. Com’è stato possibile colpire gli Stati Uniti al cuore, come avevano fatto Cia, Fbi e Nsa a non capire quello che stava per succedere?

Storia di Ali Abdul Saoud Mohamed

Nel 1993, un mese dopo l’attentato dinamitardo nel parcheggio del World Trade Center, Ayman al-Zawahiri partì da Berna per compiere un tour per le moschee e centri islamici della California. A fargli da guida c’era Ali Abdul Saoud Mohamed. Era un egiziano atipico, curioso, attento e poliglotta. Per un periodo aveva servito nell’esercito fino all’espulsione per la sua vicinanza agli ambienti del fondamentalismo islamico. Successivamente entrò in al-Jihad, l’organizzazione del medico egiziano, che date le sue caratteristiche gli ordinò di infiltrarsi nell’intelligence statunitense. E così Ali Mohamed fece.

Nel 1984 si presentò in una sede della Cia in Qatar dicendo di voler collaborare. Venne spedito a Francoforte ma una leggerezza gli costò il ruolo di informatore. Il suo profilo venne poi trasmesso al Dipartimento di Stato perché venisse tenuto fuori dal Paese. Ma nel frattempo Ali Mohamed era già in California. Era entrato grazie a un particolare visto concesso proprio dalla stessa Cia a persone considerate possibili informatori. A quel punto assicurò la sua posizione con un matrimonio. Successivamente riuscì a ad arruolarsi nell’esercito e a farsi assegnare al John F. Kennedy Special Warfare Center. Tenne un comportamento irreprensibile, tanto da ottenere promozioni e encomi. Nel frattempo però trafugava documenti e materiali, con i quali confezionò una guida di addestramento che sarebbe poi diventata il manuale di base di Al Qaeda.

Nel 1993 cercò di nuovo un contatto con l’intelligence americana e lo trovò nell’agente dell’Fbi John Zent. Ali Mohamed raccontò molti dettagli come la localizzazione dei campi di addestramento e la storia di Bin Laden. Non solo, fece molto di più: parlò di una strana organizzazione chiamata Al Qaeda e raccontò di aver partecipato in qualità di addestratore, in particolare su come effettuare dirottamenti e sequestri. Quelle rivelazioni però non ebbero seguito. Il nome di Al Qaeda rimase a galleggiare, ci vollero altri tre anni perché qualcuno ne parlasse nuovamente ai servizi americani.

I primo fascicolo e l’Alec station della Cia

L’anno in cui le cose iniziarono ad accelerare fu il 1996. In agosto dalle montagne di Tora Bora Bin Laden lanciò il suo messaggio contro l’America. Ma l’intelligence americana era sulle sue tracce giù da tempo. A gennaio di quello stesso anno la Cia aveva aperto l’Alec Station. Si trattava della prima stazione virtuale di monitoraggio dell’Agenzia. Il suo compito era quello di stabilire legami tra mondo finanziario e il terrorismo. L’Alec era la creatura di Michael Scheuer, agente senior del dell’intelligence.

Verso la fine dell’anno Daniel Coleman, un agente dell’Fbi che aveva esaminato parte dei faldoni dell’Alec station, volò in Germania per incontrare Jamal al-Fadl. L’uomo, dopo una serie lunghissima di interrogatori, rivelò di essere un collaboratore di Bin Laden e di essere scappato dal Sudan dopo avergli sottratto oltre 100 mila dollari. A un certo punto raccontò di una inquietante organizzazione, Al Qaeda. E di come fosse stata legata a un attentato nello Yemen nel 1992 e avesse addestrato i combattenti somali che nel 1993 abbatterono un elicottero americano. Da quei dati Coleman ricostruì poi l’attività di Al Qaeda, ma i suoi superiori non sembrarono mai realmente coinvolti nelle vicenda.

Anche l’Fbi si muove e crea l’I-49

Parallelamente si mosse anche l’Fbi. Nel gennaio del 1997 John O’Neill, storico agente del Bureau venne assegnato all’ufficio di New York diventando responsabile della Divisione per la Sicurezza Nazionale di New York, in pratica il capo dell’anti-terrirismo. La squadra che venne messa ad analizzare le minacce del Medio Oriente era la I-49. Tra i membri del gruppo c’era anche Daniel Coleman, che svolgeva un ruolo di coordinamento con l’Alec station. Coordinamento che però non funzionò mai, ma non non per responsabilità di Coleman. Il fascio di indagini sul dissidente saudita finì quindi per ingarbugliarsi intorno alla tensione tra Scheuer e O’Neill, tra Cia ed Fbi. Intanto però le indagini andarono avanti. Nell’agosto del 1997, un anno dopo le prime confessioni di al-Fadl, Coleman e due agenti della Cia bussarono alla porta di una certo Wadih el-Hage a Nairobi, un uomo ritenuto vicino a Bin Laden. In casa sua trovarono un pc che conteneva una grande quantità di dati e che in parte confermò quanto aveva raccontato il disertore. Non solo. Tra i documenti comparivano spesso riferimenti alla Tanzania. Era il segno che qualcosa si stava muovendo.

Le ragioni del blocco fra agenzie d’intelligence

Le ragioni dei blocchi tra Fbi, Cia e Nsa sono molteplici, ed è difficile riassumerle tutte. Basti però pensare che nel 1995 venne integrata una direttiva che limitava il passaggio di informazioni per evitare che elementi vitali per l’attività di intelligence venissero “esposti alla luce” nel corso di processi. L’Fbi, però, applicò troppo duramente questa direttiva e di fatto mise in condizione molti agenti di non parlare coi colleghi. Come avvenuto nel caso degli agenti del Bureau assegnati ad altre agenzie. In questo sistema la Cia ebbe vita facile. Il suo massimo interesse era quello di conservare informazioni preferendo tenerle al sicuro per eventuali operazioni. Magari evitando di segnalare possibili terroristi sospetti con la speranza di poterli reclutare come agenti doppiogiochisti.

Gli arresti alla fine del millennio, qualcosa bolle in pentola

Il 7 agosto del 1998 Al Qaida colpì per la prima volta con due camion-bomba che distrussero parte delle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Nel corso delle prime indagini sul campo a Nairobi un agente dell’Fbi, Stephen Gaudin, riuscì a trovare l’attentatore fuggito all’esplosione, Mohammed al-Owhali. Nel corso degli interrogatori vennero scoperte molte cose, in particolare un numero telefonico yemenita, che l’uomo aveva chiamato prima e dopo l’attacco e che faceva capo a Ahmed al-Hada. Da quel numero l’Fbi riuscì a ricostruire parte delle attività dell’organizzazione di Bin Laden. La successiva rappresaglia americana, sostenuta dai piani della Cia, fu un stanziale fallimento.

Nel 1999 Scheuer venne sollevato dal suo incarico dopo la bocciatura del suo piano per uccidere Bin Laden. Verso la fine del millennio i segni che qualcosa stava per arrivare erano numerosi. La Cia si limitò a emettere un segnale di pericolo senza però fornire altri dettagli. Nel dicembre del 1999 successero due episodi minori che suonarono però come spie d’allarme. Il primo arrivò dalla Giordania. Le autorità del paese arabo segnalarono di aver smantellato una cellula che progettava un attentato ad Amman composta da diversi cittadini americani di origine araba. Il secondo successe a Washington. Nel corso di un normale controllo di polizia venne fermato Ahmed Ressam, nel bagagliaio della sua auto venne trovato materiale per confezionare una bomba. Dalle indagini successive si scoprì che l’uomo, pur non appartenendo direttamente ad Al Qaeda, si era addestrato in uno dei suoi campi in Afghanistan. Dai suoi documenti si risalì poi a un canadese, segno che le cellule terroristiche avevano trovato terreno fertile anche negli Usa.

I buchi sul vertice di Kuala Lumpur

A cavallo del millennio successe una cosa che avrebbe potuto cambiare il destino dell’11 settembre. Verso la fine dell’anno, in Afghanistan fervevano i preparativi per il vertice di Kuala Lumpur che avrebbe posto le fondamenta agli attacchi del World Trade center, tra i partecipanti c’erano due dei futuri dirottatori dei voli: Nawaf al-Hazmi e Khaled al-Mihdhar. Secondo il rapporto della commissione sull’11 settembre, i servizi segreti sauditi avevano informato la Cia che i due erano membri di Al Qaeda. Non solo, l’Nsa intercettò una telefonata che parlava del meeting in Malesia. Gli agenti dell’Agenzia intercettarono al-Mihdhar a Dubai e fotografarono il passaporto scoprendo che l’uomo aveva un visto per entrare negli Usa.

Ma la Cia combinò anche un altro gravissimo pasticcio: lasciò all’intelligence malese il compito di registrare il summit, ma alla fine le microspie non vennero mai piazzate, in questo modo non solo non si scoprì in tempo che a quell’incontro c’era l’ideatore dell’attentato alla Uss Cole, Tawfiq bin Attash, noto come Khallad, che sarebbe stato compiuto qualche mese dopo, ma si perse anche l’opportunità di conoscere dettagli dell’”operazione aeroplani” che Al Qaeda stava preparando. Le uniche informazioni che arrivano furono delle fotografie che mostravano Khallad, al-Hazmi e al-Mihdhar. La Cia però non diede disposizioni su Khallad, che poté viaggiare indisturbato in Thailandia per organizzare l’attacco in Yemen contro la nave della marina Usa. Ma ancor più grave, l’Agenzia non segnalò al Dipartimento di Stato che al-Mihdhar era un possibile terrorista.

A marzo del 2000 gli agenti della Cia scoprirono che al-Hazmi e al-Mihdhar erano atterrati a Los Angeles il 15 gennaio, ma l’Agenzia non informò mai l’Fbi e il Dipartimento di Stato che almeno un uomo di Al Qaeda era arrivato sul suolo americano. La beffa più grande, ha raccontato molti anni dopo Mark Rossini, agente del Bureau assegnato all’Alec station, è che lui conosceva quell’informazione, ma per legge non poteva condividerla coi suoi colleghi.

L’attentato alla Uss Cole e i flussi di denaro

Nei mesi successivi al-Hazmi e al-Mihdhar furono liberi di muoversi nel paese e di iscriversi in ad una scuola di volo. Nel frattempo il muro contro muro tra Cia ed Fbi andava avanti. Il 12 ottobre una nave bomba squarciò la fiancata della nave da guerra Cole nel porto di Aden, in Yemen. Alla fine del mese i servizi yemeniti misero le mani su un certo Fahd al-Quso, membro della cellula che aveva compiuto l’attacco. al-Quso raccontò di aver dato dei soldi a Khallad, l’ideatore dell’attacco alla nave, durante un incontro a Bangkok.

L’informazione venne notificata all’Fbi solo un mese dopo. Ma quella dichiarazione era strana. Ali Soufan, agente di origine libanese della squadra I-49, aveva già sentito il nome di Khallad da un informatore afghano che lo aveva definito un emiro di Bin Laden. Soufan non riusciva a capire che senso avessero le parole di al-Quso: perché del denaro doveva uscire dallo Yemen proprio quando era in preparazione un attacco nel Paese? Alla fine l’agende del Bureau riuscì a interrogare il membro della cellula che non cambio versione ma disse che i soldi versati a Khallad erano quasi 40 mila dollari, soldi, si scoprì poi, che erano destinati a pagare le spese di viaggio e alloggio degli attentatori arrivati in Usa per condurre l’11 settembre.

Soufan inviò una richiesta di informazioni alla Cia per sapere se c’erano informazioni sui presunti incontri nel Sud-Est asiatico ma l’agenzia non rispose mai. Se l’avesse fatto l’Fbi avrebbe scoperto del summit di Kuala Lumpur, ma soprattutto dell’arrivo di due agenti di Al Qaeda nel Paese. Con l’incriminazione che pensava su Bin Laden dopo la “dichiarazione di guerra” del 1996, il Bureau avrebbe potuto fermarli e forse sventare l’11 settembre.

rete bin laden

La guerra aperta fra Bureau e Agenzia

A fine maggio del 2001 quasi tutti i dirottatori dell’11 settembre si trovavano negli Usa. Il 29 vennero emesse le sentenze di condanna per gli attentati alle ambasciate del 1998 e nel frattempo le indagini intorno ad Al Qaeda andavano a rilento. Tom Walshire, un vicecapo della Cia che lavorava all’Fbi con il ruolo di coordinamento, chiese più volte ai suoi superiori di poter informare l’Fbi sul fatto che al-Hazmi e al-Mihdhar si trovavano negli Stati Uniti, ma non ottenne mai risposta. Parallelamente chiese ad un’analista dell’Fbi, Margarette Gillespie di analizzare con dovizia di particolari il summit in Malesia. A questo punto però l’azione della Cia si fece sempre più intricata.

Walshire consegnò tre fotografie a una seconda analista dell’Fbi, Dina Corsi, per cercare di capire quali erano le informazioni a conoscenza del Bureau. Nelle diapositive si vedevano al-Hazmi e al-Mihdhar e un terzo uomo, forse al-Quso. Walshire si limitò a dire che uno degli uomini in foto si chiamava al-Mihdhar. L’11 giugno ci fu una riunione che di fatto chiuse ogni possibilità di fermare gli attentatori in tempo. Clark Shannon, un supervisionare senior della Cia incontrò insieme a Corsi e Gillespie gli agenti dell’Fbi impegnati nel caso della Uss Cole. Durante l’incontro Corsi mostrò le foto ottenute da Walshire, i colleghi del Bureau chiesero a Shannon chi fossero gli uomini ma l’agente si rifiutò di rispondere. Al termine dell’incontro Corsi si lasciò sfuggire il nome di Khaled al-Mindhar. Ma un nome da solo non era sufficiente.

Servivano altri dati, come ad esempio una data di nascita. La Cia però non mostrò mai agli agenti dell’Fbi una quarta foto. Nell’immagine mancante i federali avrebbero visto che i due sconosciuti erano in compagnia di Khallad, che loro conoscevano bene perché identificato da Soufan durante le indagini sull’attacco alla nave della marina ad Aden. Non solo. Avrebbero scoperto che al-Mindhar era il genero di quel al-Hada che gestiva il centralino telefonico di Al Qaeda scoperto dalla stessa Fbi durante le indagini sull’attentato alle ambasciate. Se l’informazione fosse stata condivisa l’Fbi sarebbe riuscita a scoprire che i due uomini erano entrati in America e forse avrebbe potuto fermare l’attacco al Word Trade Center. Ma la segnalazione non avvenne.

Fra l’altro in quel preciso momento al-Mindhar non si trovava più sul suolo statunitense. Aveva fatto rientro in Yemen per poi recuperare parte dei dirottatori in Arabia Saudita. Con la mancata comunicazione della Cia al dipartimento di Stato l’uomo riuscì ad ottenere un nuovo visto e il 4 luglio sbarcò a New York. Nei blocchi e contro blocchi di Fbi e Cia si mise di mezzo anche la National Security Agency. L’orecchio del Nsa catturò diverse telefonate tra al-Mindhar e il numero yemenita, ma la trascrizione di quelle chiamate non venne mai condivisa. L’I-49 aveva un diagramma con i collegamenti del numero di al-Hada, se l’Nsa avesse aggiornato le altre agenzie, l’Fbi avrebbe capito in modo più evidente il rischio che correvano gli Stati Uniti.

L’ultima opportunità di fermare l’attacco

I servizi di sicurezza americani ebbero un’ultima occasione di fermare l’attacco. Intorno alla metà di agosto del 2001 una scuola di volo del Minnesota inviò una segnalazione alla sede locale dell’Fbi dicendo che uno dei loro allievi aveva fatto delle domande strane sul funzionamento dei dispositivi di sicurezza all’interno degli abitacoli dei velivoli. L’uomo venne identificato come Zacarias Moussaoui, fondamentalista islamico che con ogni probabilità era stato in Afghanistan. Gli agenti del Bureau che lavoravano al caso chiesero di poter esaminare i suoi effetti personali e il suo computer, ma i vertici dell’organizzazione non diedero il via libera. Se le indagini fossero andate avanti si sarebbe scoperto che l’uomo aveva fitti contatti con Ramzi bin ash-Shibh, un membro della cosiddetta cellula di Amburgo della quale facevano parte tre attentatori e che si occupava della questione finanziaria. Non solo. Se la Cia avesse condiviso le informazioni, il Bureau avrebbe scoperto che Moussaoui aveva una lettera di accompagnamento di Yazid Sufaat, l’uomo d’affari malese che aveva ospitato il famoso summit di Kuala Lampur.

Il 24 agosto, 19 giorni prima degli attacchi, la Gillespie aveva finito di esaminare tutto il materiale sul meeting malese e inviato notificato all’ufficio immigrazione, al Dipartimento di Stato, all’Fbi e all’agenzie delle dogane, di inserire al-Mihdhar e al-Hazmi nella lista delle persone da non far entrare negli Usa. Successivamente scrisse al Bureau di individuare al-Mihdhar. Ma ormai era tardi. Il 25 agosto al-Hazmi prenotò i biglietti per il volo 77.