A fine dicembre 2020, tre militari francesi del 1° Reggimento Cacciatori di Thierville sur Meuse rimanevano uccisi in seguito alla detonazione di un ordigno esplosivo improvvisato (Ied) piazzato dai jihadisti nella regione di Hombori, nel Mali centrale. I tre militari, Quentin Pauchet (21), Dorian Issakhanian (23) e Tanerii Mauri (28) erano impegnati nell’operazione denominata “Barkhane“, lanciata nell’agosto del 2014 per contrastare i jihadisti attivi nella zona del Sahel. Un’operazione che già prima della morte dei tre soldati, era poco compresa (e condivisa) dall’opinione pubblica francese in quanto considerata una guerra lontana che poco influisce sulla realtà francese; con la morte dei tre soldati, molti hanno iniziato a chiedersi se ha senso continuare in tale direzione, visto che la Francia ha perso un totale di 55 militari dall’inizio delle operazioni anti-jihad nel gennaio del 2013.

Sono molti in Francia a credere che la precedente operazione “Serval” e l’attuale “Barkhane” non contribuiscano molto alla sicurezza interna del Paese, considerato che gran parte degli attentati sono stati perpetrati da jihadisti autoctoni, rifugiati o da nordafricani giunti in Francia tramite l’Italia dopo aver raggiunto le coste siciliane a bordo di imbarcazioni (vedasi caso Brahim Aouissaoui).

La questione è però ben più complessa ed è bene fare un passo indietro, ad inizio 2013, per capire meglio cosa realmente stanno facendo in Sahel i militari francesi e comprendere come tale impegno sia invece fondamentale per la sicurezza dell’Europa.

Le operazioni “Serval” e “Barkhane”

L’operazione “Serval” scattava l’11 gennaio 2013 in seguito a un’offensiva dei jihadisti appartenenti ai gruppi Ansar Dine, Aqim e Mujao che aveva cacciato i ribelli Tuareg  dell’Mnla (Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad) a loro volta ribellatisi al governo centrale di Bamako, impossessandosi di gran parte del Mali settentrionale e imponendovi la Sharia. L’operazione si è conclusa dopo un anno e mezzo, il 15 luglio 2014, con la totale riconquista dei territori occupati dai jihadisti e con pesanti perdite di questi ultimi, molti dei quali fuggiti oltre-confine sulle montagne algerine.

Il 1° agosto 2014 partiva l’operazione “Barkhane”, con l’obiettivo di mantenere la pressione sui cosiddetti Gat (Groupes armes terroristes) principalmente nella zona delle tre frontiere (Mali, Algeria, Niger), con possibilità di colpire anche oltre-confine, riducendo drasticamente la libertà d’azione dei jihadisti, privandoli dei mezzi per poter combattere, impedendogli di ricostituire zone franche dove potersi rifugiare e prendendo di mira eventuali flussi di rifornimento logistico, come illustrato dal Ministero della Difesa francese, che ha definito l’operazione “il pilastro francese del contro-terrorismo nella regione del Sahel”.

L’iniziale contingente di 3.000 uomini, 2.200 dei quali stanziati in Mali e Chad ed i restanti in Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger (dove è situata una base dell’intelligence), veniva rafforzato con ulteriori invii nel febbraio del 2020 che portavano il numero dei militari a 5.100.

Gli obiettivi raggiunti

Nel complesso, l’operazione “Barkhane” ha raggiunto dei risultati estremamente soddisfacenti, con più di 1.300 tra jihadisti eliminati o catturati e tonnellate di armi ed esplosivi sequestrati e distrutti. Tra i successi operativi vi è anche l’uccisione del leader di al-Qaeda nel Maghreb Islamico-Aqim, Abdelmalek Droukdel (il 3 giugno 2020), individuato sul confine algerino-maliano ed eliminato dalle forze speciali e quella di Ba Ag Moussa, a capo di Nusrat al-Islam (o Gsim), ucciso il 10 novembre 2020 nella regione di Menaka, assieme a quattro luogotenenti.

Il successivo 30 novembre un attacco coordinato perpetrato dai jihadisti contro tre basi francesi a Gao, Kidal e Menaka è risultato in un fiasco in quanto non ha causato vittime tra le truppe transalpine. Il 2021 iniziava invece veramente male per gli islamisti che soltanto nel primo mese perdevano circa un centinaio di uomini in seguito a una serie di offensive militari franco-maliane.

A inizio febbraio jihadisti pesantemente armati appartenenti a Nusrat al-Islam attaccavano una postazione dell’esercito maliano a Boni, nei pressi della strada che collega Hombori a Nokara, a circa 70 km dal confine col Burkina Faso, uccidendo 10 soldati maliani. E’ evidente che i jihadisti, resisi conto di non riuscire a colpire i francesi, hanno optato per un bersaglio più “facile”, ed hanno ripiegato sulle truppe di Bamako.

Il “Groupement Tactic Desert”  Altor

Nel febbraio del 2020 il Ministro della Difesa francese, Florence Parly, annunciava l’invio di rinforzi in Sahel per potenziare ulteriormente le operazioni. Tra i primi a partire c’erano 200 paracadutisti del 2eme Rep Legione Straniera che andavano a formare il Gtd Altor, prevalentemente attivi nel Litapko assieme alle forze armate del Niger, con gli obiettivi di isolare i gruppi terroristici impedendogli di avere accesso a risorse necessarie, distruggerne la logistica e le reti di comando.

I Gtd si muovono in silenzio, agendo di sorpresa con infiltrazioni ed imboscate, ma operano anche nell’individuazione di basi e rifugi jihadisti che vengono poi distrutti e alla ricerca di armi, munizioni, mezzi e altre attrezzature utilizzate dagli islamisti, che vengono poi sequestrate.

Il 4 marzo 2020, sempre nell’area di Litapko, legionari dello squadrone “noir 10” del gruppo ricognitori Pri, appartenente al 1° Reg Cavalleria, individuavano e uccidevano due jihadisti a bordo di una moto che si erano rifiutati di fermarsi all’alt ed avevano puntato i Kalashnikov contro i militari, il tutto ripreso in un video.

Sono poi gli stessi militari a mettere in evidenza come una cospicua parte dei decessi e dei ferimenti di militari francesi sono stati causati da mine e da ordigni esplosivi improvvisati (Ied) piazzati lungo il percorso dove passano i mezzi. E’ per questo motivo che i convogli viaggiano spesso a velocità ridotta e con attività di monitoraggio e sminamento costante onde evitare di incorrere in attentati.

Il futuro dell’operazione “Barkhane”

Lo scorso 16 febbraio il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha reso noto, durante il G5 del Sahel, che per il momento Parigi non intende rivedere il numero di truppe impegnate nel Sahel contro i jihadisti e che un’eventuale inferiore presenza di truppe francesi dipenderà dal coinvolgimento di altri Paesi europei con contributo di truppe a rimpiazzare quelle già inviate da Parigi.

Del resto, un prossimo disimpegno francese dal Sahel sarebbe devastante non solo per il Mali che continua ad essere un Paese estremamente fragile sia dal punto di vista istituzionale che politico, con un governo centrale incapace di controllare il proprio territorio e le rivolte nella parte settentrionale.

Per quanto la Francia continui a fornire addestramento alle truppe maliane, è impensabile che l’esercito di Bamako possa essere in grado di far fronte da solo alla minaccia jihadista presentata da più gruppi attivi nell’area. I francesi dovranno restare finché non si troverà un accordo con altri Paesi dell’Unione Europea disposti ad inviare dei propri contingenti, perché, in caso di ritiro francese, i jihadisti non impiegherebbero molto a riconquistare i territori persi e a far piombare nel caos non soltanto il Mali, ma l’intera regione. Non è un caso che la presenza francese trova il sostegno di tutti i Paesi africani membri del G5 Sahel (Niger, Burkina Faso, Chad, Mauritania, Niger e Mali).

Non bisogna inoltre dimenticare che poco più a sud-est, nel nord della Nigeria, è attivo Boko Haram, con presenza anche nel sud del Niger e del Chad. Lasciare campo libero ai jihadisti in Mali e nella zona delle tre frontiere (Mali-Algeria-Niger) comporterebbe un rafforzamento degli islamisti con modalità simili a quanto avvenuto tra Iraq e Siria con l’avvento dell’Isis ed è esattamente ciò che bisogna evitare, perché le ripercussioni si farebbero sentire anche in un’ Europa geograficamente non così distante e con la Libia facilmente raggiungibile tramite deserto. Nel 2019 la Francia ha speso circa 695 milioni di euro per “Barkhane” e nel 2020 quasi un miliardo, ovvero il 76% circa del budget per le operazioni militari in patria e all’estero. Una cifra pazzesca ma inevitabile, perché l’alternativa rischierebbe di essere di gran lunga peggiore.

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