Aumenta il numero dei jihadisti: perché la guerra al terrore non basta

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Sono passati vent’anni dalle bombe alle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania e diciotto anni dagli attacchi alle Torri Gemelle, in seguito ai quali gli Stati Uniti scatenarono la cosiddetta “War on Terror” con il dichiarato scopo di sconfiggere il jihadismo globale. Le conseguenze furono devastanti, con l’invasione dell’Afghanistan e l’aggressione al regime iracheno di Saddam Hussein, quest’ultima in base ad accuse sul possesso di armi di distruzione di massa mai dimostrato. Ulteriori operazioni militari sono in oltre state sistematicamente portate a termine in Yemen, Somalia e Pakistan. Un rapporto del novembre 2018 del Watson Institute/Brown University stima che dal 2001 i morti causati dalla “War on Terror” siano tra i 480mila e 507mila, soltanto tra Afghanistan, Iraq e Pakistan e senza contare le circa 500mila vittime del conflitto siriano. 

Il jihadismo globale è stato sconfitto? Decisamente no, i fatti parlano chiaro: l’invasione dell’Iraq ha portato a una lunga guerra civile e alla nascita di Al Qaeda Iraq dalle ceneri della quale è poi stato formato l’Isis, con espansione nella vicina Siria in seguito a una sanguinosa guerra civile nata da una rivolta la cui spontaneità è più che dubbia. In Afghanistan e nelle zone tribali del Pakistan il jihadismo continua ad essere presente e a mietere vittime così come in Yemen e in Somalia dove Al Shabaab è tutt’ora presente e attivo.



Come illustrato da Colin Clarke, ricercatore dell’International Centre for Counter-Terrorism dell’Aja (Icct), del Soufan Center e della Rand Corporation, in una Prospettiva sul futuro del terrorismo jihadista, “dopo quasi un ventennio di guerre antiterrorismo condotte a livello globale dagli Usa e dai loro alleati, oggi ci sono nel mondo quattro volte tanto combattenti jihadisti salafiti rispetto all’11 settembre 2001. Il loro numero è stimato in circa 230mila, distribuiti in una settantina di Paesi, con la parte del leone che tocca alla Siria, all’Afghanistan e al Pakistan”. Va inoltre ricordato che lo sforzo fatto dalla Coalizione anti-Isis guidata dagli Usa si è dimostrato altamente inefficace e i jihadisti hanno iniziato a subire pesanti sconfitte soltanto in seguito all’intervento russo in Siria nel settembre del 2015.

Gli “alleati” della “War on Terror”

Le perplessità sui cosiddetti “alleati” statunitensi nella guerra al jihadismo globale sono più che lecite e basta pensare ad alcuni elementi di non poco conto, primo fra tutti, la cattura dello “sceicco del terrore”: Osama Bin Laden veniva infatti individuato e ucciso il 2 maggio 2011 in un compound ad Abbottabad, a poche centinaia di metri da una delle più grandi basi militari pakistane (quattro battaglioni di addestramento e 16 compagnie) con tanto di accademia per ufficiali.

Il caso più eclatante riguarda però la Turchia, Paese membro della Nato e storico alleato statunitense in Medio Oriente, per quanto riguarda l’offensiva anti Isis. A fine novembre 2015, Can Durdar ed Erdem Gul, i due capi-redattori del quotidiano Cumhuriyet, venivano arrestati dalla polizia turca ed accusati di “spionaggio ed alto tradimento” dopo che a giugno del medesimo anno il giornale aveva pubblicato foto e video compromettenti che provenivano dall’esercito turco e che mostravano un carico di armi su un camion diretto in Siria per rifornire i jihadisti.

Erdogan arrivò addirittura a chiedere due ergastoli per Dundar, aggiungendo che i camion stavano trasportando aiuti umanitari alle popolazioni turcomanne oltre confine e che i video erano stati diffusi per cercare di infangare il suo nome e quello dell’Akp. Peccato però che le foto e i video mostravano membri dell’intelligence turca (Mit) caricare di armi un camion da inviare in Siria. Come riportarono a Reuters due pubblici ministeri turchi finiti poi sotto processo, quattro camion pieni di parti di missili, munizioni e mortai semi-assemblati erano partiti tra il 2013 e il 2014 dalla Turchia per essere scortati da membri dell’intelligence di Stato in territorio siriano controllato anche da milizie di Al Qaeda. Uno dei quattro camion, come affermato da testimoni, era stato intercettato dalla polizia. Sempre secondo tali fonti, i camion trasportavano sei container di acciaio con all’interno un totale di mille parti di missili, 50mila munizioni per mitragliatrici, mille mortai e 30mila munizioni per mitragliatrici pesanti. Il tutto era nascosto sotto strati di medicine.

Vi sono poi altri casi, come quello reso noto nel marzo del 2015 da Russia Today, secondo cui un noto leader dell’Isis, Emrah Cakan, sarebbe stato ricoverato in un ospedale turco a Denizli, dove era entrato il 28 febbraio dopo essere stato ferito. Nell’aprile 2014 all’Hatay State Hospital veniva invece segnalato il ricovero di Abu Muhammad, un comandante del gruppo qaedista Jabhat al Nusra, ferito durante una battaglia a Idlib; la notizia era stata data dal quotidiano Hurriyet e curiosamente, qualche mese dopo, uno dei suoi più noti giornalisti, Ahmet Hakan, veniva picchiato a sangue da alcuni misteriosi personaggi.

Un altro deputato del Chp nonché ex mufti, Ihsan Ozkes, aveva invece denunciato che numerosi jihadisti, molti dei quali ceceni e tunisini, erano stati ospitati in un edificio del Direttorato per gli Affari Religiosi (Diyanet) sempre nella provincia di Hatay, sotto la supervisione del Mit (i servizi segreti turchi) per essere poi utilizzati contro il Pkk e il Pyd nel nord della Siria. Vi è poi il caso di un filmato nel quale si vedono due jihadisti dell’Isis avvicinarsi al confine con la Turchia proprio mentre passa una camionetta dell’esercito di Ankara. Dal veicolo scendono alcuni militari che si avvicinano alla recinzione e si intrattengono in conversazione con i jihadisti che poi si allontanano facendo segno di vittoria verso i militari.

Una realtà quella turca della quale prese atto anche la stampa statunitense nel 2016, tanto che la rivista Newsweek rilanciò un pezzo di Michael Rubin, analista presso l’American Enterprise Institute, nel quale illustrava come Erdogan non solo non credesse nell’esistenza del “terrorismo sunnita”, ma come avesse trasformato la Turchia in un “Pakistan del Mediterraneo” criticando l’invito a Washington del leader turco a una conferenza sulle strategie anti-Isis affermando: “Invitare Erdogan a un evento del genere è come invitare il leader iraniano Ali Khamenei a una conferenza per la lotta all’anti-semitismo”. 

In relazione a tale quadro vale la pena citare un recente allarme lanciato dall’Aivd, l’intelligence olandese, secondo cui l’Isis e Al Qaeda utilizzano la Turchia come base operativa strategica. Sempre secondo l’Aivd, l’Isis sfrutta la relativa pace in Turchia per rinvigorire le ambizioni internazionali che tuttora conserva; il fatto che gli interessi turchi non corrispondano sempre alle priorità europee nel campo dell’antiterrorismo è un problema e sebbene i turchi agiscano contro l’Isis e contro Al Qaeda, danno la priorità alla lotta contro il Pkk, avendo così sufficiente spazio e libertà per muoversi.

I Fratelli Musulmani

Con l’avvento di quelle ben poco primaverili Primavere arabe è apparso evidente come gli Stati Uniti appoggiassero il filone islamista della Fratellanza musulmana, in Tunisia, Siria, Libia ma in particolare in Egitto, nel tentativo di rimpiazzare regimi forse datati o diventati in qualche modo scomodi in prospettiva di nuovi potenziali equilibri mediorientali.

La “casistica egiziana” va esaminata a fondo, andando ben oltre gli incontri tra l’ex presidente islamista Mohamed Morsi e l’amministrazione Obama. Va infatti ricordato che nell’estate del 2013 l’allora ambasciatrice statunitense al Cairo, Anne Patterson, fu pesantemente contestata (assieme a Obama) dal popolo egiziano sceso in piazza per chiedere le dimissioni del governo islamista supportato da Washington e nuove elezioni. La Patterson fu costretta a lasciare in gran fretta il Cairo per aver appoggiato fino all’ultimo il governo Morsi, divenuto ormai un vero e proprio regime, con tanto di primo pogrom contro gli sciiti nella storia d’Egitto e un numero talmente elevato di arresti nei confronti di giornalisti e intellettuali “oppositori” in un solo anno di governo da mettere in imbarazzo persino le epoche di Nasser e Mubarak. La stessa Patterson veniva poi immortalata a un evento mentre faceva con la mano il segno delle quattro dita di Rabaa, divenuto simbolo della rivolta dei Fratelli Musulmani contro al-Sisi.

È bene poi ricordare il caso di Mohamed Elbiary, divenuto alto funzionario del United States Homeland Security Department, prima di essere costretto a dare le dimissioni a causa di alcuni suoi post in favore del Califfato, dei Fratelli Musulmani e contro i copti egiziani. Sotto l’amministrazione Obama, Elibiary ha anche fatto parte del DHS Countering Violent Extremism Working Group e del DHS Faith-Based Security and Communications Advisory Committee.

Nel gennaio del 2015 invece il Dipartimento di Stato americano ospitava una delegazione di leader dei Fratelli Musulmani per fare il punto sulle misure di opposizione nei confronti del nuovo esecutivo egiziano guidato da Abdelfattah al-Sisi. Tra i membdi della delegazione erano presenti Waleed Sharaby, Gamal Heshmat, Abdel Mawgoud al-Dardery e Maha Azzam.

È fondamentale ricordare che in Egitto, dopo la caduta del governo islamista, è iniziata un’ondata di violenza che ha colpito politici, membri delle forze di sicurezza e turisti, tutto in nome del jihad contro il nuovo “regime” dei miscredenti. L’ex presidente Morsi è oggi detenuto in un carcere di massima sicurezza egiziano dopo essere stato condannato per spionaggio a favore del Qatar (una delle roccaforti dei Fratelli Musulmani) e per la morte di alcuni manifestanti durante una protesta fuori del palazzo presidenziale. È dunque lecito riflettere attentamente non soltanto sui risultati dopo quasi due decadi di cosiddetta “War on Terror”, ma anche sulle alleanze messe in atto negli anni che non possono non destare perplessità.

La presunta sconfitta dell’Isis

Donald Trump ha recentemente dichiarato che l’Isis è stato militarmente sconfitto in Siria ed ha annunciato il ritiro delle truppe Usa. L’Isis controlla oggi circa l’1% del territorio che dominava tra il 2014 e il 2015, ma il jihadismo è veramente in ginocchio? La risposta è negativa. Il già citato Clarke ha ragione quando osserva che il jihadismo, seppur frazionato e diviso, gode di ottima salute.

L’Isis è soltanto una delle varie “espressioni” del jihadismo globale, una “creatura” nata dalle ceneri di quell’al-Qaeda Iraq a sua volta emersa da quell’organizzazione formatasi dall’internazionale dei mujahideen supportata e utilizzata dagli Stati Uniti nella loro lotta contro i sovietici in Afghanistan. Quegli stessi mujahideen che confluivano poi in Bosnia negli anni ’90 per formare l’unità “el-Mudzahid” con l’obiettivo di combattere contro i serbi (satellite di Mosca nei Balcani), in Cecenia nell’Emirato del Caucaso per colpire i russi e che ritroveremo anche in Siria per rovesciare Bashar al-Assad, curiosamente anch’egli alleato di Mosca. Insomma, vale la pena chiedersi contro chi si sta realmente combattendo.

La quasi-sconfitta dell’Isis in Siria non deve lasciar trarre in inganno perché il jihadismo odierno è estremamente fluido e in grado di adattarsi a quei contesti che lasciano spazio all’infiltrazione, primo fra tutti in questo momento, lo scenario africano dove molti jihadisti precedentemente attivi in Medio Oriente sarebbero confluiti per riorganizzarsi e lanciare attacchi contro nuovi target. Non a caso gli ultimi attentati che hanno colpito Egitto, Marocco e Tunisia non vanno minimamente sottovalutati.

Oggi ci si trova davanti a un jihadismo frammentato, decentrato, non necessariamente sempre legato a catene di comando e controllo o a cellule ma capace di attivarsi anche spontaneamente ed individualmente attraverso l’uso di tattiche non convenzionali, come dimostrano gli oramai numerosi casi europei. Se da una parte i vari gruppi jihadisti si sparpaglieranno in vari angoli dal globo, dall’Africa al Medio Oriente e all’Asia meridionale, dall’altro continuerà l’attività di propaganda e indottrinamento tramite internet ma anche in luoghi fisici, centri islamici plausibilmente inclusi, come dimostrato anche alcuni casi italiani.

È dunque forse giunto il momento di rivedere le alleanze precedentemente strette e di riorganizzare le strategie di contrasto al jihadismo globale in base alle nuove forme e caratteristiche da esso assunte adattandole allo specifico contesto di riferimento.