Un elicottero dell’aviazione governativa siriana è stato abbattuto dai jihadisti nei pressi del villaggio di Neirab, a sud-est della città siriana di Idlib, ancora in mano agli estremisti islamici appoggiati dalla Turchia. Secondo informazioni provenienti dalla Siria, sarebbe stato Hayyat Tahrir al-Sham, la branca siriana di Al Qaeda, a colpire il velivolo. In seguito all’abbattimento, sul web sono iniziate a circolare immagini raccapriccianti di quel che restava dei corpi dei membri dell’equipaggio, trascinati dalle moto dei ribelli. L’abbattimento è avvenuto dopo che cinque soldati turchi erano rimasti uccisi in un bombardamento dell’esercito governativo siriano nei pressi di Idlib.

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, aveva già annunciato che “il governo siriano avrebbe pagato un duro prezzo per l’attacco ai militari turchi” e che “il sangue dei martiri non sarebbe stato versato invano”. In seguito al bombardamento, i jihadisti avevano lanciato un contrattacco a Saraqeb, contro l’esercito di Bashar al Assad, con il supporto dell’artiglieria turca che avrebbe ucciso un centinaio di soldati siriani e distrutto tre carri armati.

Saraqeb è una città situata sulla strada che collega Damasco ad Aleppo e ricopre una notevole importanza strategica. La scorsa settimana l’esercito governativo siriano l’aveva riconquistata ed ora jihadisti e turchi stanno cercando di recuperarla.

I timori di Erdogan

Erdogan teme che Idlib torni sotto il controllo del governo siriano e cerca in tutti i modi di scongiurare tale eventualità. In quell’area sono infatti ammassati migliaia di jihadisti trasferiti negli anni in Siria per cercare di rovesciare Assad, molti dei quali con le loro famiglie. Nel caso in cui Idlib dovesse cadere e tornare sotto il legittimo controllo del governo siriano, gran parte di loro si riverserebbe oltre confine, in territorio turco, creando così enormi problemi ad Ankara.

Il governo turco ha cercato di alleggerire la situazione trasferendo parte dei jihadisti dalla Siria nord-occidentale alla Libia occidentale, in appoggio alle milizie islamiste di Fayez al Serraj. Ankara avrebbe offerto ai volontari disposti a raggiungere la Libia  ben 2mila dollari al mese e la cittadinanza turca a fine avventura. Il problema è però tutt’altro che risolto, visto che il grosso dell’internazionale jihadista anti Assad è ancora asserragliata nell’area di Idlib e lì plausibilmente rimarrà. È infatti impensabile che i jihadisti vengano tutti trasferiti in Libia.

Erdogan sta investendo molto su Idlib, forse troppo, considerato che in sette giorni sono rimasti uccisi ben 13 militari turchi e il bilancio rischia di aumentare. Negli ultimi giorni, Ankara ha fatto confluire nella zona un ulteriore centinaio di mezzi militari per fortificare Idlib sul fronte meridionale e su quello orientale, fornendo così ulteriore supporto ai circa 9mila militari presenti e inquadrati in diverse brigate meccanizzate. Se il numero di morti tra le truppe di Ankara dovesse salire, si potrebbe aprire un fronte interno anti-intervento, sia in ambito politico che a livello di opinione pubblica, eventualità che non gioverebbe certo a Erdogan.

Al-Monitor metteva inoltre in evidenza come ben sette delle dodici torri di osservazione turche installate attorno a Idlib sarebbero sotto assedio da parte dell’esercito governativo siriano, un dettaglio di non poco conto. I punti d’osservazione sono tra l’altro oggetto di dura critica da parte del governo di Assad, in quanto indicati come veri e propri siti da dove i turchi sostengono i jihadisti.

Una cosa è certa, i turchi non potranno restare in eterno a Idlib, area nella quale non hanno controllo aereo e con l’esercito governativo siriano che prosegue la propria avanzata per liberare la zona dai terroristi

Del resto, è bene ricordarlo, Idlib è una città siriana e le truppe turche stanno di fatto violando il territorio di uno Stato sovrano. Assad ha ripreso il controllo di gran parte del territorio siriano ed Erdogan deve inevitabilmente abbandonare le speranze di vederlo rovesciato, boccone amaro che il leader turco aveva dovuto ingoiare nel momento in cui si era trovato costretto a scendere a patti col Cremlino dopo il tentato golpe del luglio 2016.

Il “balletto” tra Nato e Cremlino

È più che plausibile ritenere che Erdogan stia calcando la mano nell’area di Idlib anche per un’ulteriore ragione e cioè far rientrare ufficialmente Mosca nel conflitto per poi dichiararsi aggredito e chiedere l’ausilio della Nato, in quanto Paese membro. Un aspetto da non sottovalutare, considerato che qualche giorno fa era stato lo stesso Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ad esprimere solidarietà ai soldati turchi rimasti uccisi durante il bombardamento dell’esercito siriano. Vero è che dall’esprimere solidarietà allo scendere attivamente in campo ce ne vuole e per la Nato potrebbe risultare estremamente imbarazzante schierarsi con un leader che sostiene apertamente i jihadisti in Siria e Libia (alcuni dei quali legati ad Al Qaeda), che accoglie a braccia aperte il leader di Hamas (in chiave anti-Israele); un Erdogan che utilizza tra l’altro una retorica del martirio difficilmente compatibile con i valori occidentali e democratici. Tutti aspetti che non possono non far riflettere sull’attuale appartenenza della Turchia all’Alleanza Atlantica.

Sull’altro fronte, però, la Turchia ha tessuto rapporti con Mosca, ha acquistato i suoi missili ed ha fatto chiaramente capire alla Nato che “Ankara non prende ordini da nessuno”. Un gioco estremamente pericoloso quello dei “piedi su due staffe” messo in atto da Erdogan, partner ritenuto oramai poco affidabile sia dalla Nato che dal Cremlino. Difficile dire per quanto tempo ancora verrà concesso al leader turco di giocare a “ping pong”, ma è bene tener presente che la situazione va oramai avanti da parecchio in un contesto come quello mediorientale dove gli equilibri cambiano rapidamente.

E’ poi fondamentale mettere in evidenza come gli accordi di Sochi e Astana non si sono rivelati così risolutivi come inizialmente affermato dalle parti coinvolte (principalmente Turchia e Russia), in particolare proprio per quanto riguarda la “de-escalation zone” di Idlib, con i due principali attori in gioco che continuano ad accusarsi a vicenda. Una conseguenza inevitabile, perché è evidente come Mosca e Ankara abbiano obiettivi totalmente differenti e contrastanti, con i turchi che auspicano la caduta di Assad e continuano a sostenere i jihadisti mentre Mosca sostiene il governo siriano, storico alleato di enorme importanza strategica in Medio Oriente. Era dunque inevitabile che prima o poi i nodi sarebbero venuti al pettine.