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Il problema del terrorismo islamico nello Xinjiang è un problema primario per la sicurezza della Cina. Da anni il governo centrale di Pechino ha attuato una politica estremamente repressiva nei confronti di qualsiasi fenomeno violento nei confronti dell’indipendentismo uiguro, considerato il volano dello jihadismo nella regione occidentale del territorio cinese. E la crescita del fenomeno dell’islamismo in tutto il mondo, con l’esplosione di numerosi fronti di guerra, rappresenta un pericolo anche per il gigante cinese. In questo contesto, la guerra in Siria e Iraq e la nascita dello Stato islamico hanno rappresentato il cambiamento della percezione del pericolo da parte del governo. Oggi, il fenomeno terroristico non è più un problema semplicemente interno ma internazionale, e proprio per questo motivo la Cina si sta impegnando anche sul fronte globale per combattere l’estremismo islamico, come dimostrato dall’invio in Siria di consiglieri militari e di forze speciali. La nascita di un sistema globalizzato dello jihadismo, con un fronte di guerra che ha coinvolto etnie e milizie armate provenienti da ogni parte del mondo, interessa anche la Cina, perché sono migliaia – si parla di 5mila unità – gli uiguri che hanno imbracciato le armi tra le fila di Daesh. E adesso, anche la Cina, come molti Paesi, subisce una delle conseguenze della sconfitta dell’Isis come realtà territoriale: il ritorno dei foreign fighters.

Molti uiguri sono ancora nella roccaforte di Idlib, altri combattono dispersi in Siria, altri ancora si sono uniti alla lotta jihadista in Afghanistan. Ma molti, quelli che preoccupano l’intelligence cinese, stanno tornando in patria, in quello Xinjiang che, per Pechino, è una regione di fondamentale importanza. “Faremo del nostro meglio per non lasciare lacune o punti ciechi nella gestione della sicurezza sociale e garantire che le aree chiave rimangano assolutamente sicure”, ha detto il presidente Shokrat Zakir mentre consegnava il rapporto del governo durante la sessione inaugurale del tredicesimo congresso regionale del popolo, iniziato lunedì nella capitale Urumqi. Il presidente ha parlato di una “Grande Muraglia” lungo i suoi 5.700 chilometri del confine “per impedire la penetrazione di estremismo, separatismo e terrorismo dall’estero”, così come riportato dal China Daily. Una “Grande Muraglia” che non sarà solo fisica ma anche virtuale, in grado di controllare tutto quanto possa essere indicatore di una crescita del pericolo. “La regione intensificherà le misure di sicurezza in aree chiave e aree di confine e imporrà il controllo di internet per mantenere la stabilità sociale nello Xinjiang, che rimane complicato” ha detto il presidente, “continuerà a fare affidamento sulla tecnologia per migliorare il controllo delle frontiere e le infrastrutture nelle aree di confine”. Un sistema completo dunque, che avrà come obiettivo quello di rendere lo Xinjiang impenetrabile al flusso di uiguri provenienti dall’Asia centrale e dal Medio Oriente.

“Il controllo e la gestione dell’immigrazione nelle aree di confine qui sono stati rafforzati negli ultimi anni”, ha detto al Global Times una fonte militare che si occupa della frontiera nella prefettura di Kashgar, vicino al confine con Tagikistan, Uzbekistan e Afghanistan. A settembre 2017, riporta il tabloid del Quotidiano del popolo, una divisione dell’Esercito popolare di liberazione a Tumxuk vicino a Kashgar ha installato 10 speciali scanner di sicurezza nei posti di blocco stradali. Sistemi con una tecnologia molto avanzata che sono stati ideati proprio allo scopo di schedare e riconoscere chiunque voglia entrare nella regione autonoma. “La Cina ha affrontato un elevato rischio di un attacco terroristico” ha detto Ji Zhiye, a capo del China Institutes of Contemporary International Relations. “Il numero di jihadisti catturati ai confini della Cina [nel 2017] è stato 10 volte superiore al numero dell’anno precedente”. Ma il problema è che, stando a quanto riportano le fonti d’intelligence cinesi, molti terroristi non rientrano nello Xinjiang passando il confine esterno, ma raggiungono le loro città d’origine passando per Pechino o Shangai o altre grandi metropoli, rendendo difficilissima la loro ricerca. Tuttavia la preoccupazione non diventa paura per il governatore dello Xinjiang il quale ha dichiarato che “non permetteremo che il separatismo e l’estremismo islamico risorgano dalle loro ceneri”.

Xi Jinping ha da tempo varato una lotta senza quartiere a questi due fenomeni. Due fenomeni diversi ma che in quella regione s’intersecano e rendono difficile la distinzione. È chiaro che riunire i due problemi aiuta notevolmente il governo centrale da un punto di vista d’immagine, poiché unire terrorismo islamico e indipendentismo automaticamente delegittima ogni aspirazione autonoma degli uiguri. Dall’altro lato, il pericolo esiste e il Partito guidato da Xi Jinping lo considera una minaccia serissima alla stabilità del Paese. La repressione dell’islam nella regione è fortissima. Gli imam sono controllati, ai minorenni non è permesso andare in moschea se non nei giorni festivi, è vietato anche lasciarsi crescere la barba lunga e sono severamente proibite le cerimonie pubbliche religiose. E adesso sono in arrivo anche migliaia di professori dalle altre regioni cinesi, per sradicare dalle scuole ogni tipo di sentimento indipendentista. La “Grande Muraglia” è solo l’ultimo tassello di un progetto molto più grande: evitare che gli uiguri possano minacciare la stabilità del nuovo impero cinese.

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