La Francia è ancora una volta nel caos. Prima il problema delle rivolte nelle banlieue, poi gli scontri tra polizia e gilet gialli e adesso anche la guerra tra magrebini e ceceni che ha sconvolto Digione, trasformandola in un vero e proprio campo di battaglia. Veicoli e cassonetti incendiati, auto lanciate contro i “nemici”, bastoni, asce, coltelli, armi da fuoco, cartelli stradali abbattuti, telecamere messe fuori uso a colpi di fucile, blocchi stradali con tanto di roghi, scene degne di un conflitto come quello in Siria o della Cecenia dei primi anni 2000 e invece è il cuore dell’Europa. Scontri tra magrebini e ceceni venivano inoltre segnalati, seppur in minor misura, in altre città come Nizza, Marsiglia e Rouen.

Giorni fa il leader del partito di sinistra “France Insoumise”, Jean-Luc Melenchon, cavalcando l’ondata del movimento “Black Lives Matter”, aveva chiesto il disarmo delle forze dell’ordine; in seguito ai fatti di Digione ha dovuto però cambiare idea arrivando a chiedere l’intervento immediato della polizia, rendendosi probabilmente contro del fatto che la sua teoria su “una polizia disarmata che funziona in quanto inspira il rispetto dei cittadini” è un po’ lontana dalla realtà dei fatti.

All’origine del problema

Si è più volte detto che all’origine degli scontri vi sarebbe il pestaggio di un sedicenne ceceno da parte di un gruppo di magrebini, avvenuto nel quartiere periferico di Gresilles, a Digione; a quel punto i ceceni avrebbero richiamato centinaia di connazionali, anche tramite l’utilizzo dei social, giunti sul posto da varie città della Francia, dal Belgio e dalla Germania, armati fino ai denti per scontrarsi con i rivali, dando così il via a tre giorni di disordini.

È evidente che per quanto forte lo spiritoclanico-tribale” possa essere tipico della comunità cecena, nessuno mobilita centinaia di uomini per reagire al pestaggio di un sedicenne. L’origine va plausibilmente ricercata in una serie di faide per il controllo del territorio tra gruppi criminali dediti al traffico di stupefacenti. Del resto non si può non chiedersi come mai nelle mani di entrambi i gruppi siano comparse pistole ed armi da guerra come fucili semi-automatici M4, Kalashnikov, fucili a pompa.

Intanto le due parti in lotta si addossano reciprocamente la colpa, con i ceceni che dicono di “voler contrastare il traffico di droga” e di “sentirsi abbandonati dalle Istituzioni”, mentre i magrebini affermano di voler difendere il proprio territorio dalle aggressioni dei ceceni.

L’aggressione al sedicenne ceceno potrebbe a sua volta essere null’altro che l’ennesimo episodio di una faida che va oramai avanti da anni, fin da quando nei primi anni 2000 i ceceni in fuga dalla guerra iniziarono a insediarsi in Francia, prevalentemente nel nord-est, ma non soltanto. Come in tutte le diaspore, è presente anche il fenomeno criminale e quando un nuovo attore inizia ad occupare la piazza di altri già radicati sul territorio, subentrano i problemi.

Integrazione inesistente e assenza istituzionale

I fatti di Digione lasciano emergere una serie di aspetti tra l’altro già noti al contesto francese, come l’assenza delle istituzioni in certi quartieri considerati oramai delle vere e proprie zone franche dove islamisti, spacciatori e delinquenti fanno il bello e il cattivo tempo, ma anche un’integrazione inesistente che mette chiaramente in evidenza come i modelli multiculturali francesi, britannici e scandinavi siano un totale fallimento.

I magrebini lo hanno detto chiaramente che volevano “proteggere il proprio territorio” dai ceceni; questo è un problema serio perchè mette in evidenza come non soltanto vi siano comunità parallele che considerano la propria zona una specie di area extraterritoriale dove valgono regole alternative a quelle dello Stato centrale, ma anche come vi siano altri gruppi etnici in grado di attaccare queste zone a colpi di armi semiautomatiche e facendo materializzare scene da guerra civile nel cuore dell’Europa. Del resto anche la tardiva risposta della polizia, preoccupata di ingaggiare uno scontro con le bande, fornisce un ulteriore elemento di una quasi totale assenza dello Stato.

Le dichiarazioni del segretario regionale dell’Unione Nazionale di Polizia, Stephan Ragonneau, non possono non destare perplessità e sconcerto: “Sarebbe stato pericoloso intervenire tempestivamente perché si rischiava di scatenare sparatorie con morti e feriti”.  In poche parole, meglio lasciarli fare perché se no sparano. Una resa totale dello Stato.

Non va poi sottovalutata la mentalità clanico-tribale di entrambe le parti in lotta che porta alla chiamata alle armi (nel vero senso del termine, come si è visto), perché quando si tocca uno, si tocca tutti; una visione totalmente incompatibile con i valori occidentali, ammesso che si sia ancora in Occidente.

C’è poi la questione delle armi, visto che non siamo nella “cattiva America” o nel “selvaggio Texas” dove le armi si possono reperire facilmente. Cosa ci facevano armi da guerra in mano a soggetti incappucciati nel cuore della civilissima Europa? Un’altra bella grana per Macron.

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