La crisi nera di Hamas e la rottura con l’Arabia Saudita

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I rapporti tra Arabia Saudita e l’organizzazione islamista palestinese di Hamas sono ai minimi storici dopo gli arresti di una sessantina di suoi esponenti, avvenuti tra il 2018 e il 2019, tra cui lo storico rappresentante del movimento nel regno dei Saud, l’ottantunenne Muhammad al-Khudari, dal 1992 residente a Jeddah per curare le relazioni tra Hamas e i sauditi e di suo figlio Hani, docente presso l’Università Umm al-Qura della Mecca. Tra i detenuti figura poi Abu Obaida Al-Agha, con cittadinanza saudita e figlio di uno dei fondatori di Hamas.

Ad inizio marzo gli arrestati, che comprendono anche diversi cittadini giordani e alcuni sauditi accusati di aver agito da sponsor per i membri di Hamas, sono comparsi per una prima udienza davanti a una corte di Riad con l’accusa di far parte di un gruppo terrorista e di finanziarlo.

Dura la condanna di Hamas che ha definito il processo ingiusto e fondato su false accuse contro numerosi suoi membri che “non hanno commesso alcun crimine, se non quello di aver sostenuto la causa palestinese e la difesa della moschea di al-Aqsa”. Hamas ha inoltre lamentato che gli arrestati sono membri della vasta comunità palestinese presente da decenni in Arabia Saudita, i cui membri hanno contribuito allo sviluppo del Paese senza violarne le leggi.

Un cambio di equilibri

L’offensiva saudita, più che contro i palestinesi, è però rivolta contro Hamas, braccio palestinese dei Fratelli Musulmani e al potere a Gaza da ben 14 anni, dopo le elezioni vinte nel gennaio del 2006 e alle quali non ne sono seguite altre.

I Fratelli Musulmani, in seguito alla caduta del governo Morsi in Egitto nel luglio del 2013 e al fallimento delle cosiddette “Primavere arabe”, sono stati inseriti nella black list di Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Bahrein e già presenti da anni in quelle di Russia e Siria. Hamas è così divenuta scomoda anche per quei Paesi che l’avevano precedentemente tollerata se non addirittura in qualche modo sostenuta, magari anche soltanto chiudendo gli occhi sui finanziamenti ad essa rivolti.

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, è ben noto che Riyadh non gradì affatto il sostegno del leader dell’Olp, Yasser Arafat nei confronti dell’Iraq di Saddam Hussein durante la Prima Guerra del Golfo, sostegno che costò caro all’ex leader palestinese, visto che i sauditi cessarono di sostenerlo a favore proprio di Hamas. Per decenni i Fratelli Musulmani palestinesi sono stati liberi di risiedere ed operare nel Regno e su questo gli esponenti di Hamas non hanno torto quando dicono che molti di loro hanno prosperato in Arabia Saudita. Il punto però è un altro, con il fallimento delle Primavere Arabe e con lo scoppio della guerra civile in Siria gli equilibri in Medio Oriente sono drasticamente mutati.

I Fratelli Musulmani in poco più di un anno sono passati da principale interlocutore dell’Occidente a organizzazione terroristica messa al bando in diversi Paesi. Del resto l’organizzazione islamista ha politicamente fallito su tutti i fronti in Egitto, mostrando un doppio linguaggio e una predilezione per metodi di regime che ben poco hanno a che fare con la tanto acclamata “democrazia” che li aveva portati al governo, dimenticando che il termine implica una tutela delle minoranze e non una dittatura della maggioranza.

In Turchia la situazione è ben peggiore che in Egitto, con il clan degli Erdogan al potere dal 2003, che ha provveduto a purgare istituzioni, magistratura ed esercito per radicarsi al potere e portare avanti una serie di dispendiosissime campagne filo-islamiste e anti-curde in Siria, privando così il Paese di importanti risorse economiche, con tutte le rispettive ed attuali conseguenze.

Il Qatar, principale Paese sponsor della Fratellanza, è stato isolato dagli altri Paesi sunniti del Golfo in quanto accusato di sostenere gruppi terroristici in Siria, tra cui al-Qaeda e i gruppi filo-Fratelli. Del resto tutti ricordano quando il leader spirituale dei Fratelli Musulmani, Yusuf Qaradawi, invocava il jihadi in Siria contro Bashar al-Assad.

L’Arabia Saudita, oltre a rompere le relazioni con il Qatar, ha anche provveduto a cacciare la nota emittente televisiva qatariota al-Jazeera, da dove predicava proprio Qaradawi.

Attualmente in Medio Oriente è in corso un vero e proprio scontro, con da una parte quei Paesi che possono essere ricondotti alla cosiddetta “area Fratelli”, ovvero Qatar e Turchia, entrambi attualmente presenti in Libia a sostegno del governo-regime di Tripoli contro l’Lna del Generale Khalifa Haftar e dall’altro Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto, a loro volta impegnati anche nel contrasto a un Iran che non ha mai disegnato rapporti con i Fratelli; una simpatia tra l’altro ricambiata e fin dai tempi di Khomeini.

Nel caso di Hamas, la situazione è fin’ora risultata alquanto particolare; pur essendo il braccio palestinese della Fratellanza, i suoi alti membri hanno trovato per decenni rifugio sicuro in Arabia Saudita, ma anche in Siria, dove i Fratelli venivano messi al bando nel lontano 1980. Non a caso la leadership di Hamas aveva sofferto una spaccatura interna in seguito allo scoppio della guerra civile siriana, con una parte che si era schierata a favore di Assad e un’altra che si era invece allineata alle posizioni del Qatar.

In Russia, nonostante la messa al bando della Fratellanza nel febbraio del 2003 con sentenza della Corte Suprema, Hamas non è mai stata inserita nella black list e ad inizio aprile si è parlato persino di un riavvicinamento tra l’organizzazione islamista e Mosca, come esposto a inizio aprile dal Middle East Institute.

Il mistero degli hashtag anti-Palestina

E’ intanto emersa anche la misteriosa questione degli hashtag che prendono di mira la causa palestinese, denominati “Palestine is not my cause” e diffusi ampiamente sul web, assieme a vignette che accusano i palestinesi di essere inaffidabili, irriconoscenti, astiosi, colpevoli di “incitare contro i sauditi” e di “aver venduto la propria terra agli ebrei”, come riportato dal Jerusalem Post. Altri messaggi prendono invece di mira il Qatar, accusato di sostenere gruppi terroristici come al-Qaeda, i Fratelli Musulmani e l’Isis, con l’obiettivo di destabilizzare l’intera regione.

Secondo alcuni analisti gli hashtag avrebbero origine in buona parte dall’Arabia Saudita, anche se molti palestinesi accusano Israele, sostenendo che i due Paesi siano in combutta per colpire la causa palestinese, tirando in ballo anche il nuovo piano di Donald Trump.

Il problema Hamas

A questo punto è utile ponderare se sotto attacco via sia effettivamente la causa palestinese in sé, o se l’offensiva sia piuttosto contro Hamas, indubbiamente non un sinonimo di “popolo palestinese” ma piuttosto una sua espressione islamista nella lotta contro lo Stato di Israele.

In primis è bene sottolineare come l’importanza della causa palestinese abbia nel tempo perso valore in ambito politico internazionale, fossilizzata in un immobilismo oramai cronico e passata quanto meno in secondo piano rispetto a questioni come quella degli Houthi in Yemen, delle diatribe tra sunniti e sciiti in Iraq e persino riguardo alla resistenza curda.

È triste ammetterlo, ma oggi i palestinesi non hanno nulla da offrire in cambio e tanto meno Hamas, alle prese con una situazione sempre più drammatica a Gaza, costretta a reprimere il dissenso dilagante di una popolazione allo stremo, in competizione con una Jihad Islamica filo-iraniana che cerca di mostrarsi come il filone “duro e puro” della resistenza. Una Hamas costretta a negoziare con Israele uno scambio di prigionieri, offrendo il rilascio dei due cittadini israeliani Avera Mengitsu e Hisham al-Sayed, il primo di origini etiopi e il secondo della comunità beduina, entrambi con problemi mentali, oltre a informazioni che possano permettere il recupero dei corpi dei soldati Oron Shaul e Hadar Goldin, rimasti uccisi durante le operazioni militari su Gaza del 2014; in cambio Hamas chiede la liberazione di 250 prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Il rilascio dei prigionieri palestinesi, molti dei quali malati, potrebbe essere un vantaggio per Israele, in piena pandemia da Covid-19, permettendo così di liberare celle e lasciare che sia Hamas ad occuparsi di loro in quella bolgia infernale che è Gaza.

In secondo luogo è fondamentale chiedersi quanto Hamas sia effettivamente utile oggi alla causa palestinese, o se sia piuttosto diventata un problema, non avendo ottenuto nulla sul piano territoriale e avendo perso pesantemente il consenso nella Striscia di Gaza dove continua a dominare con mezzi tutt’altro che democratici (le ultime elezioni risalgono al 2006 e a cui seguirono delle vere e proprie purghe contro l’Anp). Sul piano internazionale, Hamas gode ancora del sostegno di Iran (basta pensare al fatto che il leader di Hamas, Ismail Hainyeh, era al funerale del Generale Soeimani a Teheran), di Hezbollah, nonché dell’area-Fratelli dominata da Turchia e Qatar. Un sostegno prettamente funzionale a una campagna anti-israeliana passata però in secondo piano in seguito all’emergere delle offensive tra sciiti e sunniti in Iraq, Siria e Yemen, nonché alla guerra civile nella ricca Libia che vede schierati da una parte Turchia e Qatar in sostegno a Tripoli e dall’altra Egitto, Emirati e Arabia Saudita a favore di Haftar. A ciò va ad aggiungersi la guerra per l’egemonia mediorientale tra Arabia Saudita e Iran. Un contesto generale nel quale Hamas sembra contare sempre meno.