I rapporti diplomatici tra Cina ed Egitto sono sempre più intensi. Certo, c’entrano i motivi economici e commerciali, sono importanti le motivazioni politiche ma bisogna considerare anche un altro aspetto: gli uiguri. Rafforzando la cooperazione con Il Cairo, Pechino intende ostacolare la diaspora uigura facendo terra bruciata dell’Egitto, ovvero uno dei luoghi di asilo più gettonati dagli appartenenti della minoranza etnica cinese. Il governo cinese ha utilizzato il pugno duro per disinnescare l’emergenza terrorismo islamico scoppiata nella regione dello Xinjiang, proprio dove risiedono gli uiguri. Il Partito comunista cinese ha approvato ingenti misure per controllare gli abitanti del posto, tra tecnologie con il riconoscimento facciale, applicazioni e serrati posti di blocco della polizia. Molti uiguri hanno quindi progettato la fuga clandestina all’estero per liberarsi da una morsa sempre più stretta e soffocante- Tra loro ci sono cittadini stanchi delle presunte vessazioni di Pechino (il governo cinese sostiene di agire senza violare i diritti delle persone) ma anche personaggi collusi con l’estremismo islamico.

Caccia agli uiguri

La Cina si è quindi rimboccata le maniche per ostacolare i fuggitivi, rafforzando i legami bilaterali con una serie di paesi musulmani. L’Egitto è uno di questi, e qui, secondo quanto riportato da Afp, nel 2017 si sarebbe svolta una vera e propria caccia cinese agli uiguri. Sono tante le storie personali portate alla luce dal lungo reportage, a cominciare da quella di Abdulmalik Abdulaziz, uno studente uiguro arrestato dalla polizia egiziana. Le forze dell’ordine locali hanno coperto gli occhi del ragazzo con una benda; una volta liberato, Abdulaziz si è ritrovato in una stanza di fronte a tre funzionari cinesi, che nel frattempo lo avevano preso in custodia. Il 27enne ha raccontato che i tre non si sono ufficialmente presentati ma che conoscevano il suo nome cinese e parlavano mandarino. Dopo intensi giorni di interrogatori, Abdulaziz è stato spedito a Tora, una delle più importanti prigioni dell’Egitto. È stato rilasciato dopo 60 giorni di detenzione; a quel punto è fuggito in Turchia, dove ha chiesto asilo politico. 

Cattura, interrogazione, espulsione

Abdulaziz è soltanto uno dei tanti uiguri catturati dalla Cina con questa modalità. Il ragazzo ha fornito dettagli decisivi per far venire alla luce un giro di arresti ingente: si parla di oltre 90 uiguri arrestati nel corso del 2017, precisamente nella prima settimana di luglio, quando ci fu il picco massimo di quella che può essere definita una sorta di caccia aperta. Abdulaziz, come molti dei suoi amici fermati, era uno studente di teologia islamica di Al-Azhar, ma la polizia egiziana è stata inflessibile. “Anche se noi abbiamo risposto di essere soltanto degli studenti – racconta il ragazzo – le autorità locali non volevano sentire storie. Ci hanno detto che il governo cinese aveva detto loro che eravamo dei terroristi”. E così sono scattati gli arresti, venuti alla luce soltanto oggi.

Il legame tra Pechino e Il Cairo

Parlavamo del rapporto tra Cina ed Egitto. Approfondirlo aiuta a capire il perché di questa strenua collaborazione tra la polizia egiziana e i funzionari cinese. In una parola: opportunismo reciproco. Pechino è uno dei più grandi investitori egiziani, e versa importanti somme di denaro per investimenti di ogni tipo, dalla costruzione di una nuova capitale amministrativa a una serie progetti infrastrutturali. Nel 2018 il commercio tra i due paesi ha toccato la quota record di 13,8 miliardi di dollari. Oltre agli affari, al centro della partnership sino-egiziana c’è anche la lotta al terrorismo. Poche settimane prima dei raid di luglio 2017, Egitto e Cina firmarono un memorandum di sicurezza specifico su queste materie. Le decine di uiguri arrestati all’epoca, si apprende inoltre, furono suddivisi in tre gruppi, ognuno delle quali dotato di un colore specifico: rosso, verde e giallo, a indicare rispettivamente se i prigionieri sarebbero stati espulsi, rilasciati o interrogati ancora. Più o meno, hanno notato gli studiosi, è la stessa tattica usata dalla Cina nello Xinjiang.

Convenienza reciproca

Interrogati sul perché abbiano obbedito alle richieste cinesi di catturare gli uiguri, né il ministero degli Interni egiziano, né l’ambasciata cinese a Il Cairo hanno fornito spiegazioni. Un portavoce del ministero degli Esteri egiziano ha soltanto detto che “chi si trova in contrasto con la legge viene espulso, sia esso un cittadino cinese o di altre nazionalità”. L’Egitto aiuta la Cina a chiudere le porte agli uiguri che scappano dallo Xinjiang e a catturarne il più possibile; in cambio Pechino fornisce al governo egiziano “favori significativi”, come hanno confermato in coro alcuni analisti.