In un momento segnato da tanti altri eventi che scuotono il mondo e il Medio Oriente, parlare di Intifada palestinese assume, nell’opinione pubblica internazionale, un ruolo quasi secondario. Eppure, l’avere abbandonato per diverso tempo il quadrante israelo-palestinese, quantomeno nelle cronache quotidiane, non deve distogliere l’attenzione da cosa succede nell’eterna sfida che insanguina la regione. Soprattutto perché a lanciare l’allarme su quel fronte non è stato, negli ultimi giorni, un osservatore qualsiasi, ma direttamente il direttore della Cia, William Burns.

Il vertice dell’agenzia statunitense, che è di recente stato in Israele e in Cisgiordania impegnato in incontri con le massime autorità politiche e di intelligence locali, ha parlato dei suoi timori sul conflitto israelo-palestinese durante un intervento alla “Georgetown School of Foreign Service”. Burns ha parlato delle sue preoccupazioni iniziando con un aneddoto personale, del suo passato, sempre da funzionario, all’interno dell’amministrazione Usa. “Ero un diplomatico senior 20 anni fa durante la Seconda Intifada e sono preoccupato, così come i miei colleghi nella comunità dell’intelligence, che ciò a cui stiamo assistendo oggi ha una somiglianza molto infelice con alcune di quelle realtà che abbiamo visto anche allora” ha spiegato il direttore della Cia. “Nelle conversazioni con i leader israeliani e palestinesi – ha detto Burns come riportato da Ansa – sono rimasto piuttosto preoccupato dalle prospettive di una fragilità ancora maggiore e di una violenza ancora maggiore tra le parti”. Burns ha continuato dicendo che la sua agenzia, la Cia, lavora per “prevenire quel tipo di esplosioni di violenza a cui abbiamo assistito nelle recenti settimane”. Ma intanto, in Israele, qualcuno inizia a essere preoccupato per quanto è stato detto dal capo dello spionaggio Usa.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha puntato il dito sul rischio di sottovalutazione del problema “Intifada” a causa delle questione interne del governo e di altri temi regionali, in primis il tragico terremoto tra Siria e Turchia. Per Amos Harel, uno dei massimi esperti di Haaretz sul fronte della sicurezza, le agenzie israeliane, pur non riuscendo a dare una previsione definitiva e univoca sulla futura escalation, ritengono abbastanza probabilmente che il deterioramento della situazione, i continui attacchi e i più recenti attentati, le decine di arresti e i nuovi raid e lanci di missili potrebbero portare a una nuova ondata di violenze all’inizio del Ramadan. Anche la rivista americana Foreign Affairs, sulla stessa linea del direttore della Cia, ha sottolineato in un recente articolo che il pericolo di una terza Intifada è qualcosa di reale dati gli sviluppi recenti tra organizzazioni palestinesi e Stato ebraico unite alla volontà del nuovo esecutivo di Gerusalemme. Dello stesso avviso il quotidiano Jerusalem Post, che ha confermato il timore espresso da Burns anche attraverso fonti palestinesi dicendo che in realtà si tratta di un processo iniziato da un anno.

La conferma è arrivata nelle scorse ore proprio dal governo israeliano. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha pianificato l’inizio a Gerusalemme est di una nuova operazione “Scudo protettivo”, dal nome di quella attuata nel 2002 proprio per reprimere la Seconda Intifada. Sono stati predisposti blocchi nel quartiere di Issawiya, sempre a est, ed è stata demolita la casa dell’attentatore che ha ucciso un bambino israeliano di 6 anni e un ragazzo di 20 lanciando la sua auto contro le persone che attendevano l’autobus alla fermata. Hamas ha esultato per l’attentato parlando di “gesto eroico”. Poche settimane fa, l’attentato più sanguinoso: sette persone uccise all’uscita dalla sinagoga.

Una tragedia a cui il governo Netanyahu, anche per le pressioni di Washington, aveva dato una risposta meno dura rispetto alle previsioni, ma che adesso potrebbe essere difficile evitare anche per placare gli animi più a destra dell’esecutivo. Già in questi giorni ci sono state avvisaglie della escalation. L’uccisione di un palestinese a Nablus, gli scontri vicino Gerico, l’attivazione di Iron Dome e l’uccisione di cinque palestinesi armati ad Aqabat Jaber sono stati segnali inquietanti, ma potrebbero essere solo i primi di una lunga scia di sangue in grado di sfociare, secondo la Cia, in una rivolta più ampia.