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L’impegno francese nel Sahel, iniziato nel gennaio del 2013 con l’operazione “Serval“, in risposta all’offensiva jihadista nel nord del Mali e attualmente in corso con la successiva operazione “Barkhane“, come già esposto nel precedente pezzo “La guerra della Francia ai jihadisti nel Sahel“, è risultato di importanza fondamentale dal punto di vista della sicurezza nell’area. Una campagna militare per la quale Parigi ha impiegato circa il 76% del budget per le operazioni militari in patria e all’estero e con una spesa nel 2020 di quasi un miliardo di euro.

Se è vero che in Francia la campagna del Sahel ha attirato numerose critiche, in particolare a causa delle morti di militari francesi in una guerra ritenuta lontana (55 decessi da inizio operazioni), ma anche perchè percepita come di scarso rilievo per la sicurezza interna di una Francia ben più preoccupata dalla deriva radicale autoctona e dall’emergenza banlieue, in realtà l’impegno militare in quell’area estremamente problematica dell’Africa è risultata di vitale importanza per la stabilità di Paesi dalle istituzioni estremamente deboli. Paesi che rischiavano di collassare sotto la pressione non soltanto di diatribe politiche interne e scontri etnici, ma soprattutto in seguito a un rafforzamento della presenza jihadista tra il 2011 e il 2012, al punto che i gruppi Ansar Dine, Aqim e Mujao erano riusciti ad impossessarsi di gran parte del Mali settentrionale, facendo così scattare l’operazione “Serval” l’11 gennaio 2013.

E’ risaputo che il jihad si infiltra dove le istituzioni sono deboli o assenti ed è esattamente quello che stava accadendo a fine 2012, con il rischio di un radicamento jihadista nell’area con modalità simili a quanto accaduto tra Siria e Iraq con l’avvento dell’Isis; l’ultima cosa di cui l’Europa aveva bisogno era un altro “Stato Islamico” nel Sahel, con libero passaggio verso una Libia disastrata dalla guerra civile e con facile accesso verso le coste europee.

L’intervento francese ha fermato l’avanzata jihadista verso il sud del Mali, eliminando centinaia di terroristi e leader, sequestrando e distruggendo armi, munizioni, esplosivi e obbligando i gruppi armati a rifugiarsi sulle montagne al confine algerino e nel sud della Libia. In aggiunta, la campagna militare ha troncato i canali del traffico illecito di armi, droga, sigarette ed esseri umani  e continua a fornire supporto e addestramento ai Paesi dell’area G5 Sahel (Mali, Niger, Burkina Faso, Chad, Mauritania).

Lo scorso febbraio il Presidente Francese, Emmanuel Macron ha fatto sapere che per il momento la Francia non intende ridurre il numero delle truppe presenti nel Sahel, almeno fino a quando non vi sarà piena disponibilità da parte di altri Paesi europei per un invio di truppe a rimpiazzare quelle transalpine.

A Parigi sono ben consapevoli del fatto che l’intervento francese è servito a scacciare i jihadisti, ma il supporto fornito a Bamako non è sufficiente; il Paese resta istituzionalmente frammentato, fragile ed incapace di controllare efficacemente il proprio territorio. I jihadisti sono ancora presenti nel nord del Paese, nella zona delle tre frontiere (Mali-Algeria-Niger) e un ritiro francese permetterebbe loro di partire con un’ennesima offensiva.

A questo punto è bene cercare di capire meglio il contesto jihadista attivo nell’area, un contesto caotico, estremamente fluido, frammentato e mutevole sia sul piano delle attività che su quello delle alleanze.

I gruppi jihadisti attivi nel Sahel

In conseguenza delle cosiddette “Primavere arabe” che nel 2011 scuotevano Medio Oriente e Nord Africa e in particolare con il collasso del regime di Gheddafi sotto i colpi della Nato, gruppi jihadisti attivi nel nord est del Mali quali Ansar Dine e Mujao, riuscivano a rifornirsi di armi provenienti dagli arsenali libici oramai sguarniti e nel giugno 2012 occupavano l’Azawad scacciando il movimento di liberazione Mnla che due mesi prima ne aveva dichiarato l’indipendenza dopo una rivolta contro il governo centrale maliano. Il Mujao si spingeva a sud e a settembre riusciva a raggiungere e occupare Douentza, nella regione di Mopti. I primi di dicembre era invece Ansare Dine ad occupare la zona di Lerè, regione di Timbuktu, con forte preoccupazione da parte del governo centrale maliano. A inizio gennaio 2013 partivano così i primi raid aerei francesi che davano il via all’operazione “Serval“.

Se inizialmente i tre gruppi prevalenti che comportavano una seria minaccia per il governo centrale erano Ansar Dine, Mujao e al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim, ex Gspc), in seguito alla campagna militare francese saranno numerosi i cambiamenti sul campo. Nell’estate del 2013 una parte del Mujao (guidata da Ahmed Ould Amir) si univa alla brigata al-Mulathamin, capeggiata dall’algerino Mokhtar Belmokhtar e andavano a formare il gruppo al-Murabitun, composto in prevalenza da tuareg e arabi delle regioni maliane di Gao, Kidal e Timbuktu, ma con presenza anche di algerini e tunisini.

Nel maggio del 2015 nasceva una spaccatura all’interno di al-Murabitun, con la branca capeggiata da Adnan Abu Walid al-Sahrawi che giurava fedeltà all’Isis e nasceva così lo Stato Islamico nel Grande Sahara (Is-Gs), senza mai raggiungere però un numero di militanti particolarmente rilevante e con attività non comparabile agli altri gruppi filo-Qaedisti, come illustrato dall’analista Djallil Lounnas che ha indicato come l’Is-Gs, relegato prevalentemente nei pressi del confine maliano-nigerino e vicino al Burkina, sia riuscito a perpetrare ben pochi attacchi, il più noto dei quali a Tongo-Tongo nell’ottobre del 2017 dove persero la vita quattro militari delle forze speciali Usa.

Lounnas fa anche notare come lo Stato Islamico abbia impiegato più di un anno a riconoscere l’Is-Gs, plausibilmente perchè consapevole delle limitate possibilità del gruppo rispetto ai suoi rivali attivi da ben più tempo nell’area. Bisogna inoltre considerare che l’Isis aveva già a disposizione Boko Haram tra Nigeria e Niger e i gruppi pro-Isis attivi in Libia, aspetto che rendeva ancor più irrilevante la formazione dell’Is-Gs.  Nel marzo del 2017, ciò che restava di al-Murabitun, assieme ad Ansar Dine, al ramo sahariano dell’Aqim e a Katiba Macina (capeggiata dal marabutto Amadou Kouffa) formavano Nusrat al-Islam, di stampo qaedista e con a capo Iyad Ag Ghaly, precedentemente leader di Ansar Dine.

Nel maggio del 2020 l’Isis, tramite la rivista al-Naba, puntava il dito contro la formazione qaedista accusandola di aver mobilitato ingenti forze per attaccare postazioni dell’Is-Gs in Burkina Faso e Mali, contraddicendo così precedenti informazioni che indicavano una collaborazione tra le due branche islamiste. L’Isis arrivava ad accusare i qaedisti di bloccare le forniture di carburante e di arrestare i sospettati di collaborazione con Is-Gs, aggiungendo che tale mossa coincideva nelle tempistiche con una serie di offensive messe in atto da francesi e maliani, proprio contro jihadisti dell’Isis, quasi a voler suggerire una collaborazione tra francesi, maliani e qaedisti. L’Isis accusava inoltre Nusrat al-Islam di aver accettato il dialogo con il governo maliano e dunque di aver deviato dalla via del Jihad. Al-Qaeda dal canto suo accusava l’Isis di essere assetato di sangue e di violare la Sharia.

Lo scontro tra i due rami del jihadismo attivo nel Sahel non può che generare seri problemi a entrambi i gruppi, indebolendoli e depotenziandone le capacità operative. Come se non bastasse, il 3 giugno 2020 l’esercito francese eliminava sul confine maliano-algerino il leader dell’Aqim, Abdelmalek Droukdel e cinque mesi dopo, il 10 novembre, anche Ba Ag Moussa, uno dei leader di Nusrat al-Islam, uccisio assieme a quattro luogotenenti.

Il successivo 30 novembre i jihadisti tentavano una risposta con una serie di attacchi coordinati contro basi francesi a Gao, Kidal e Menaka, risultato però in un fiasco. Il 2021 iniziava male per i jihadisti, che soltanto nel mese di gennaio perdevano un centinaio di uomini, uccisi da francesi e maliani.

A inizio febbraio Nusrat al-Islam era costretta a ripiegare su un attacco contro una postazione dell’esercito maliano a Boni, non lontano dal confine con il Burkina, uccidendo dieci soldati maliani e ora si attende la risposta da parte dei militari di Bamako e dalle truppe francesi. Una cosa è certa, l’inizio del ritiro francese dal Mali è ancora lontano e le formazioni jihadiste presenti sul campo potrebbero presto subire ulteriori cambiamenti in un contesto estremamente frammentato, fluido ed imprevedibile; una frammentazione tutta a vantaggio di Francia e governo centrale maliano.

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