Le organizzazioni appartenenti all’internazionale del terrorismo islamista non reclutano soltanto in rete e in spazi semi-aperti come le moschee, i centri culturali e le scuole coraniche, ma anche in teatri chiusi come le carceri. I catechisti del jihadismo possono essere degli agenti insospettabili, come i cappellani col turbante in regolare servizio presso l’istituto penitenziario, ma, molto più spesso, sono dei detenuti per terrorismo che fanno leva sul loro carisma per manipolare i più psicolabili e convertirli all’islam radicale.

La questione della radicalizzazione religiosa nelle carceri è un fenomeno pressoché universale. Seppure maggiormente percepito in Europa occidentale, specialmente in Belgio e Francia, il problema avvolge in maniera simile ogni continente, dalle Americhe – in particolare gli Stati Uniti – all’Oceania. E l’Italia, pur essendo la grande mosca bianca del mondo avanzato in materia di terrorismo jihadista, non è esente dalla diffusione perniciosa dell’islam radicale all’interno del sistema carcerario.

I numeri del fenomeno

L’Italia non ha un problema in termini di integrazione paragonabile a quello degli altri attori multiculturali del Vecchio Continente, ma i numeri provenienti dalle carceri segnalano un fenomeno da non sottovalutare: la tendenza alla sovrarappresentazione statistica dei musulmani. Pur rappresentando soltanto il 5% della popolazione totale del Bel Paese, coloro hanno recitato la Shahada costituirebbero il 20% della collettività carceraria. Perché l’islam, secondo quanto appurato dall’Ispi, sarebbe la fede praticata da “più un detenuto su cinque”.

Una tendenza preoccupante quella dell’embrionale radicalizzazione religiosa negli istituti penitenziari italiani, perché negli anni recenti ha dimostrato di poter fabbricare terroristi. È noto, ad esempio, che Anis Amri, l’attentatore di Berlino 2016 (12 morti e 56 feriti), fosse stato introdotto all’islam radicale durante una permanenza nelle carceri siciliane. E i servizi segreti, che da anni monitorano il panorama carcerario in chiave preventiva, nelle loro relazioni annuali confermano: le prigioni italiane sono oramai considerabili, a tutti gli effetti, dei luoghi di radicalizzazione.

Una situazione, quella dei penitenziari nostrani, che può essere compresa pienamente soltanto dando uno sguardo ai numeri:

  • I detenuti per terrorismo islamista costituiscono un terzo di tutti i reclusi per reati afferenti al terrorismo (religioso e politico, internazionale e domestico), ovvero 66 su 94 (dati 2018).
  • I detenuti sorvegliati perché in odore di radicalizzazione religiosa sono 478, dei quali 233 appartenenti alla fascia di rischio più elevata, 103 alla fascia media e 142 alla fascia bassa (dati 2018).
  • Poco più della metà dei 478 di cui sopra è originario di Tunisia e Marocco, che, insieme, rappresentano la casa del 53,77% di tutti i radicalizzati.
  • 79 i detenuti stranieri che, ritenuti nocivi per la sicurezza nazionale a causa della loro radicalizzazione, sono stati espulsi a pena espiata nel corso del 2018.

Le cifre sono relative all’anno 2018, ma la cronaca recente è ricca di casi utili a ricostruire il panorama della radicalizzazione religiosa nelle carceri italiane. Quest’anno, ad esempio, risaltano per significatività le operazioni che hanno condotto all’interruzione delle attività di proselitismo di un detenuto nel carcere di Cosenza e di un imam in servizio presso il carcere San Michele di Alessandria.

Come agiscono le autorità?

La strategia nostrana è basata sul connubio tra prevenzione morbida e azione dura, ovvero tra impiego di imam forniti dall’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (UCOII) – sulla base di un’intesa risalente al 2015 – ed espulsioni dei detenuti condannati per terrorismo islamista e/o rei di radicalizzazione religiosa. L’avere una tradizione di lotta (efficace) al terrorismo – che la dirigenza ha saputo adattare al mutamento dei tempi – e l’esistenza di accordi tra le autorità pubbliche e quelle religiose, in breve, rappresentano gli ingredienti principali di quella ricetta che, da anni, sta difendendo la sicurezza nazionale dell’Italia.

Le problematiche, però, non mancano: l’organico degli imam in servizio è cronicamente insufficiente – soltanto 13 autorizzati, per un totale di 231 istituti penitenziari –, i piani di reinserimento sociale scarseggiano – considerando che sette detenuti su dieci tornano a delinquere all’atto della scarcerazione, le autorità dovrebbero chiedersi cosa accade a radicalizzati e terroristi che non vengono né espulsi né recuperati – e, come nel caso delle altre nazioni disaminate nel corso della rubrica, non si dovrebbe commettere l’errore di focalizzare l’attenzione sulle carceri trascurando gli altri luoghi di radicalizzazione, in primis le periferie.

Perché le carceri non sono il problema: sono una parte del problema. E il problema, in Italia come in Francia, sono i limiti anelastici delle capacità di accoglienza dei sistemi di integrazione, l’errore generalizzato di trasformare i quartieri multiculturali in ghetti monoetnici e il bistrattamento delle minoranze per scopi elettorali. La vera prevenzione, più che dietro le sbarre, va e andrà esperita proprio lì: in tutte quelle realtà territoriali che, per ragioni etno-demografiche, rischiano di trasformarsi in banlieue in salsa italiana.

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