Vuoi diventare giornalista d'inchiesta?
ULTIMI POSTI

Nell’estate del 2014 il mondo ha conosciuto l’orrore dell’Isis. I video degli ostaggi decapitati o arsi vivi, l’occupazione di interi territori siriani e iracheni, l’uccisione sistematica e la persecuzione delle minoranze etniche e religiose, sono soltanto alcuni degli elementi che in quei mesi hanno mostrato l’orrore del fondamentalismo a milioni di spettatori, soprattutto in occidente. Fino a pochi giorni fa però, in pochi sapevano di come proprio in quell’estate l’Isis è andata molto vicino ad avviare un proprio programma di sviluppo di armi chimiche. Un programma poi da usare contro l’occidente e, in particolar modo, negli attentati da pianificare in Europa. A svelare questa storia fino a oggi poco conosciuta è stato il Washington Post, il quale ha raccolto dati e documenti da funzionari dell’intelligence curdo-irachena.

Quando l’Isis ha provato ad avere armi chimiche

Il contesto è quello della guerra civile siriana. Tra il 2012 e il 2013 l’esercito di Damasco è andato in crisi in diversi territori, con le milizie armate avversarie che sono riuscite a guadagnare terreno. Tra queste però c’erano soprattutto i gruppi jihadisti e, in particolar modo, i membri del Fronte Al Nusra, braccio locale di Al Qaeda. Dall’Iraq nel frattempo, sfruttando il caos interno alla Siria, sono arrivati anche i combattenti del gruppo di Al Qaeda in Iraq, gli eredi cioè del tagliagole giordano Al Zarqawi. Guidati da Abu Bakr Al Baghdadi, la formazione ha avuto ambizioni ben più ampie di quelle relative al controllo del territorio iracheno e siriano. L’obiettivo ha iniziato a essere quello del controllo dell’intero medio oriente e della formazione di un nuovo grande califfato islamico.

Al Baghdadi ha così guidato migliaia di combattenti i quali, nell’estate del 2014, sono stati in grado di prendere città importanti quali Raqqa in Siria e Mosul in Iraq. Qui, nei primi giorni di luglio, il leader di quello che adesso ha iniziato a farsi chiamare Isis, ossia Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ha proclamato il califfato. Quel che fino a oggi abbiamo (in parte) conosciuto riguarda le persecuzioni contro i cristiani, i curdi e gli yazidi nei territori occupati. Così come l’imposizione di severe leggi islamiche e l’applicazione delle forme più estreme della Sharia. Al Baghdadi, nel suo progetto di espansione in medio oriente, ha compreso anche l’importanza di condurre attacchi nel cuore dell’occidente. Un modo per infondere paura, fare proselitismo e allontanare lo spettro di eventuali operazioni volte a sconfiggere il neonato califfato.

É così che al leader dello Stato Islamico è venuto in mente anche di sviluppare un proprio arsenale chimico. Lo si legge nelle tante pagine che compongono il documento con il quale i servizi curdo-iracheni hanno spiegato il piano di Al Baghdadi. Decine di pagine visionate da alcuni giornalisti del Post, in cui emergono i dettagli di quello che per l’Europa soprattutto poteva rappresentare uno dei pericoli più gravi degli ultimi anni alla propria sicurezza. Secondo i funzionari curdi e gli stessi membri dell’intelligence Usa, l’Isis dall’estate del 2014 in poi ha iniziato a premere per avere armi chimiche. Da usare poi in territorio europeo, al momento di far detonare cariche esplosive negli obiettivi civili delle principali città del Vecchio Continente.

Il personaggio attorno cui ruota l’intera vicenda

La trama dell’intricata storia del (mancato) arsenale chimico dell’Isis ha un protagonista ben preciso. Una traccia la si trova in primis scorrendo alcuni pezzi di cronaca del gennaio del 2015, lì dove si parla della morte a Mosul di un certo Abu Malik, un terrorista descritto come un esperto di armi chimiche. In seguito si è scoperto in realtà che Abu Malik era il nome con cui si faceva identificare uno scienziato iracheno passato tra i ranghi dell’esercito del suo Paese all’epoca di Saddam Hussein. Il suo vero nome era Salih al-Sabawi. Nel rapporto visionato dal giornale americano è descritta la sua storia. Raffigurato come un uomo di bassa statura, ma molto determinato e dal 2014 in poi vicino allo stesso Al Baghdadi sul piano ideologico, Sabawi si è laureato in ingegneria formandosi tra l’Iraq e l’allora Unione Sovietica.

Nel 1989 all’età di 28 anni è entrato a far parte, in qualità di ingegnere, del programma di sviluppo di armi chimiche voluto da Saddam Hussein. Un programma ambizioso quello del rais, forte anche del sostegno politico e finanziario da parte occidentale di cui godeva negli anni ’80 in funzione anti iraniana. E infatti le prime armi chimiche irachene sono state usate nella guerra contro Teheran conclusa nel 1988 e contro i civili curdi ad Halabija, sempre nello stesso anno. Sabawi era impiegato nel più importante centro di Baghdad per la produzione dell’arsenale chimico, quello cioè del Muthanna State Establishment. Una struttura situata a circa 160 km a nord della capitale irachena. L’impianto è stato chiuso nel 1991, dopo la sconfitta di Saddam nella prima guerra del Golfo a opera della coalizione a guida Usa. Il rais ha mantenuto il potere, ma al prezzo di dover rinunciare ai propri piani di armamento e a dover accettare la creazione di due no fly zone nel nord e nel sud dell’Iraq.

Sabawi quindi ha abbandonato la struttura di Muthanna ed è entrato in pianta stabile nell’esercito, arrivando a occupare anche il grado di generale di brigata. Tuttavia, secondo i rapporti dell’intelligence, ha nutrito un certo rancore per l’abbandono del piano di sviluppo di armi chimiche. Un rancore che lo ha portato, una volta deposto Saddam dal potere con la guerra del 2003, a unirsi con i rivoltosi iracheni. La storia di Sabawi a questo punto ha preso la stessa piega di molti ex dirigenti dell’esercito del rais e del Partito Baath: unirsi alla causa islamista pur di lottare contro la presenza delle truppe Usa in Iraq. Scoperto dai soldati statunitensi, nel 2005 è stato catturato e imprigionato. Nei documenti curdi, ad emergere è anche un altro particolare: Sabawi sarebbe riuscito a conservare i suoi rapporti con l’ex apparato governativo e con diversi uomini influenti in Iraq, circostanza che ne avrebbe favorito la liberazione nel 2012.

Due anni dopo l’incontro con Al Baghdadi. Il califfo è a lui che ha commissionato il piano per la costruzione di un arsenale chimico. Sabawi ha accettato con molto entusiasmo, secondo i funzionari curdi. Ha visto in questo programma la possibilità di “vendicare” lo stop ai piani di Baghdad decretato nel 1991. Al Baghdadi ha messo a disposizione di Sabawi molti soldi, una squadra alle sue dipendenze e gli ha anche dato un’ala dell’università di Mosul in cui poter lavorare. Dagli impianti, dalle caserme occupate e dagli istituti tecnici e universitari dei territori in proprio possesso, i membri dell’Isis hanno requisito ogni genere di materiale richiesto da Sabawi per mandare avanti il piano.

In che modo si è riusciti a sventare il piano

Dall’estate del 2014 al gennaio 2015 lo Stato Islamico è stato quindi a un passo dall’avere una grande quantità di armi chimiche a sua disposizione. Sabawi però, identificato come il terrorista Abu Malik, era finito nel mirino di curdi e statunitensi. Il suo volto e la sua propensione a sposare la causa jihadista erano elementi noti in quanto per sette anni è stato all’interno delle prigioni irachene. A inchiodarlo sarebbero state soprattutto le intercettazioni. Dalle sue conversazioni si è intuito del suo ruolo nella costruzione di armi chimiche per l’Isis. Per questo nel gennaio del 2015 il Pentagono ha voluto agire in fretta per scovare e stanare Sabawi. In un pomeriggio di quel mese, il terrorista iracheno è stato intercettato mentre con la sua auto, assieme a uno dei suoi figli, era uscito dal laboratorio dell’Università di Mosul per dirigersi verso casa. Un drone Usa lo ha seguito e poi ha sganciato un ordigno fatale per entrambi gli occupanti dell’auto.

Secondo i curdo-iracheni, la morte di Sabawi si è rivelata in seguito decisiva per bloccare il piano di sviluppo di armi chimiche dell’Isis. Nessuno ha più preso il suo posto, nel frattempo lo Stato Islamico ha progressivamente iniziato a perdere terreno e Al Baghdadi ha rinunciato al programma. Un sospiro di sollievo per l’intero Iraq, così come per il medio oriente e per l’Europa, principale destinataria forse di quel piano.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.