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L’Isis ha un nuovo leader: si tratta di Abu Hasan al-Hashemi al-Qurashi. L’annuncio è stato dato dai canali mediatici vicini allo Stato Islamico nelle scorse ore e, in particolare, dal network al Furqan Media. Una voce audio registrata ha ordinato a tutti i seguaci dell’Isis di prestare obbedienza al nuovo “califfo”, il quale succede ad Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, fattosi saltare in aria il 3 febbraio scorso dopo un blitz delle forze Usa in Siria. Nell’audio diffuso sui media ufficiali dello Stato Islamico peraltro è stata confermata l’uccisione dello stesso Al Qurayshi, sgombrando in tal senso ogni dubbio sull’identità della persona uccisa il mese scorso.

Cosa si sa del nuovo leader

Il nuovo califfo sarebbe un iracheno tra i 50 e i 60 anni. Ma di lui non si hanno foto recenti, né tanto meno identikit. Si conosce invece il vero nome: Bashar Khattab Ghazal al Sumaidai. A riferirlo sono stati uomini dell’intelligence irachena ad AgenziaNova. Le forze di sicurezza di Baghdad lo hanno da tempo nel mirino e il mese scorso, subito dopo la morte di Al Qurayshi, avevano parlato di Al Sumaidai come successore. Il nome Abu Hasan al-Hashemi al-Qurashi, con il quale è più noto soprattutto tra i miliziani jihadisti, gli sarebbe stato attribuito in battaglia. Del resto anche i suoi predecessori erano più conosciuti con il nome di battaglia che con quello ufficiale. Il nuovo leader sarebbe stato scelto perché tra i fedelissimi della prima ora di Abu Bakr Al Baghdadi, fondatore del califfato. Quando nel 2013 quest’ultimo si è spostato in Siria con l’intento di unire la costola irachena di Al Qaeda da lui guidata con quella siriana, Al Qurashi avrebbe subito sposato l’idea. Si è quindi schierato con Al Baghdadi prima ancora che le lotte con i jihadisti siriani e con il Fronte Al Nusra provocassero la scissione e quindi la nascita del gruppo poi noto come Isis.

Al Qurashi inoltre sarebbe originario del nord dell’Iraq e conoscerebbe quindi molto bene i territori da cui è nato il califfato. Anche questo ha contribuito a renderlo tra gli uomini più vicini al califfo. Avrebbe quindi vissuto a Raqqa, città siriana occupata dall’Isis e “capitale” dello Stato Islamico. Quando poi il califfato ha iniziato a perdere il suo territorio, Al Qurashi potrebbe essere riuscito a scappare e a rifugiarsi nel 2017 prima in Iraq e successivamente in Turchia. L’intelligence di Baghdad e quella statunitense lo avevano sotto occhio da anni e sarebbero riuscite a ricostruire i suoi spostamenti nel Paese anatolico. Sarebbe soltanto dello scorso anno il suo ritorno tra Siria e Iraq. Adesso la nomina come nuovo califfo e il compito di organizzare un gruppo, quale quello jihadista, in crisi sì e senza più un territorio controllato, ma al tempo stesso ancora molto pericoloso.

Successione immediata o lotta per il potere?

La nomina del successo di Al Qurayshi tutto sommato è stata celere. Secondo molti analisti potrebbe essere avvenuta addirittura ancora prima di marzo. Charles Lister, analista del Middle East Institute, è convinto che l’audio con cui è stata annunciata la nomina di Al Qurashi sia stato registrato subito dopo il raid contro il predecessore. Ma la sua diffusione è avvenuta soltanto adesso per due possibili motivi. In primis, un difetto di comunicazione interno al califfato. Del resto buona parte dei suoi generali e delle personalità più importanti vivono adesso nascosti tra la Siria e l’Iraq è le comunicazioni interne non sono affatto semplici, né tanto meno è semplice comunicare con l’esterno. Oppure, ed è questa l’altra ipotesi, si è volutamente tenuta nascosta la notizia per evitare malumori e scintille tutte interne alla galassia jihadista.

La morte di Al Qurayshi ha colto di sorpresa l’Isis e il gruppo probabilmente non era pronto alla successione. Se per davvero si è proceduto a una rapida nomina del nuovo leader, è possibile che non siano state consultate tutte le anime del gruppo. Da qui i timori di nuove faide tra i terroristi. Al Qurashi eredita un’organizzazione molto spezzettata e divisa in una miriade di cellule. Ma, al tempo stesso, l’Isis rispetto all’anno scorso appare molto più forte. E questo vale sia per i territori siriani e iracheni, dove gli islamisti a gennaio sono riusciti a piazzare importanti colpi contro le forze locali. Così come per il contesto africano, dove l’Isis appare in ascesa sia nel Sahel che nella parte australe del continente. Ma la vera preoccupazione oggi arriva dall’Afghanistan. Il gruppo dell’Isis-K, la costola locale del califfato, ha avviato una lotta a tutto campo contro i talebani e si è arricchito al suo interno delle adesioni di ex membri delle forze di sicurezza afghane sciolte con l’arrivo degli studenti coranici. A dimostrazione dell’ascesa nell’area dell’Isis-K anche l’attentato compiuto nei giorni scorsi a Peshawar, città pachistana vicina al confine solitamente un rifugio “tranquillo” per i talebani.

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