Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Beni è una delle più importanti città del North Kivu. Qui convogliano le strade N2 e N4: la prima scende verso il capoluogo Goma, la seconda risale invece nell’Ituri e lungo le sponde del lago Albert. Ma soprattutto qui si è a una manciata di chilometri dal confine con l’Uganda. Gli abitanti di Beni e dei villaggi vicini sono forse i principali testimoni della brutalità e della pericolosità di un gruppo da anni consolidato nella regione, quello cioè dell’Adf, acronimo di Allied Democratic Force. Un nome che, per l’intera regione dei Grandi Laghi, è sinonimo di estremismo e terrorismo islamico.

Dall’Uganda al Congo

Il 16 novembre una serie di attacchi hanno sconvolto Kampala, la capitale dell’Uganda. La matrice, secondo il presidente ugandese Museveni, è chiara: gli attentati sono opera dell’Adf. Un “ritorno alle origini” per la formazione criminale. I miliziani da circa due decenni costituiscono una delle (tante) minacce alla sicurezza nella martoriata regione congolese del North Kivu. Ma il gruppo è nato ben prima al di là del confine. Nel 1995 in Uganda è stata annunciata la formazione dell’Allied Democratic Force, milizia da subito antagonista al governo di Museveni. All’inizio si parlava di “semplice” ideologia islamista. A fondare l’Adf è stato infatti Jamil Mukulu. Lui, cattolico convertito all’Islam, ha da sempre avuto fama di leader carismatico in grado di fare ampio proselitismo soprattutto nelle campagne occidentali dell’Uganda. Tanto da riuscire, dopo un’ampia opera politica e diplomatica, a unire le forze di più gruppi per dar vita all’Adf. Hanno appoggiato la sua causa infatti i membri dell’Esercito nazionale per la liberazione dell’Uganda, dell’Esercito di liberazione musulmano dell’Uganda, nonché alcune centinaia di militanti ugandesi del movimento Tablighi Jamaat. Mukulu è sempre stato fautore dell’instaurazione di un califfato ugandese retto dalla Sharia, la legge islamica.

Era però ben consapevole che operare nel suo Paese sarebbe stato molto difficile. Museveni ha scagliato contro i miliziani l’esercito e ha sempre promesso una lotta senza quartiere all’Adf. Per questo Mukulu ha stabilito la sua base nelle province occidentali dell’Uganda. Qui la natura rurale del territorio ha giocato un ruolo a vantaggio dell’Adf. Anche se è stato soprattutto un altro fattore a rivelarsi decisivo per Mukulu: la vicinanza con un confine congolese esistente di fatto solo sulla carta. Quando da Kampala è partito l’ordine, sul finire degli anni ’90, di stanare il movimento, lo stesso Mukulu e i suoi più stretti seguaci si sono spostati nel North Kivu. Qui, tra le foreste del Virunga, hanno potuto impiantare nuovamente le proprie basi.

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CAUSALE: Reportage Congo
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Ad accorgersene sono stati in special modo gli abitanti di Beni. Per finanziarsi il movimento islamista è dovuto ricorrere a rapine e razzie di ogni tipo, compiute a danno della popolazione civile. Le incursioni nelle città e nei villaggi vicini al confine sono state una costante soprattutto a partire dal 2011. Una guerriglia avviata non tanto in nome del califfato e né in nome dell’Islam ma, al contrario, con lo specifico intento di terrorizzare la popolazione e derubare quante più risorse possibili. Le aree settentrionali del Nord Kivu, già martoriate da anni di guerra, hanno dovuto fare i conti anche con l’Adf. Centinaia sono stati i saccheggi e le stragi compiute contro i civili, con l’esercito di Kinshasa ben lontano dal sapere ristabilire le più basilari condizioni di sicurezza.

La nuova cellula dell’Isis nella regione dei Grandi Laghi

Una svolta si è arrivata nel 2015. In Tanzania è stato arrestato dopo anni di latitanza proprio Mukulu. Una cattura che ha comportato subito dopo l’estrazione in Uganda, dove dal carcere adesso il terrorista sta pagando i conti con la giustizia. Da dietro le sbarre però il fondatore dell’Adf ha provato a continuare a influenzare le scelte del movimento. Tuttavia le redini sul campo sono state prese da un suo ex “delfino”, Musa Baluku. Quest’ultimo, oltre a proseguire con la strategia delle violenze nella regione, ha iniziato a far avvicinare il gruppo all’Isis. Una piega diversa rispetto a quella voluta dal fondatore. Mukulu ha sempre propagandato la nascita di uno Stato Islamico in Uganda, mai invece è sembrato favorevole al progetto di un unico grande califfato islamico. Da questo momento in poi l’Adf ha iniziato un graduale processo di frammentazione. Una parte ha aderito all’Isis assieme a Baluku, un’altra invece è rimasta fedele a Mukulu. La scissione non ha però indebolito le varie cellule del gruppo.

Al contrario, soprattutto dal 2017 in poi l’Adf si è presentato più radicalizzato e meno controllabile proprio per via delle tante scissioni interne. Nel 2019 Baluku ha giurato pubblicamente fedeltà all’Isis, dichiarando il gruppo ugandese organico al cosiddetto Stato Islamico dell’Africa centrale. Tuttavia quando si parla di seguaci del califfato in Congo e in Uganda si fa sempre riferimento alla sigla Adf, non a caso inserita sempre nel 2019 dal dipartimento di Stato Usa nella lista delle organizzazioni terroristiche. Come spiegato dagli esperti dell’International Crisis Group, la fazione più pericolosa dell’Adf è quella legata a Baluku e all’Isis. Le cellule scissioniste sono divise a loro volta in tanti gruppi attivi nel Virunga. Le minacce arrivano comunque da entrambi i fronti. Lo sa bene il governo di Kampala che, nella regione di Beni, ha inviato in accordo con il governo congolese un contingente di militari contro l’Adf dopo gli attacchi del 16 novembre.

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