Chi non ricorda l’impressione data da quel video, girato nella moschea principale di Mosul, dove Abu Bakr Al Baghdadi proclamava la nascita del nuovo califfato islamico. Era il giugno del 2014, in quel momento l’Isis irrompeva nella scena mediatica con il suo carico di terrore, di stragi, di violenze perpetuate nei territori occupati. Quella che fino a pochi mesi prima era una costola di Al Qaeda in Iraq si era rafforzata durante la guerra civile siriana a tal punto da separarsi dall’organizzazione fondata da Bin Laden e arrivare addirittura a controllare interi territori, tanto da dar luogo ad una vera e propria entità parastatale. Dalla periferia di Baghdad a quella di Damasco, dai quartieri ad est di Aleppo fino a Ramadi e Falluja: lo Stato islamico dal 2014 al 2019 è stato l’incubo per milioni di siriani e iracheni, fino alla definitiva capitolazione avvenuta a Baghouz nel marzo dello scorso anno. Quello che resta oggi di quella terribile stagione è un insieme di macerie fisiche e sociali, difficili da rimuovere e su cui ancora i governi locali e la comunità internazionale non hanno ancora iniziato a lavorare.

Esiste ancora lo Stato islamico?

C’è differenza tra Isis e Stato Islamico. A volte i due termini sono stati utilizzati come sinonimi, ma si tratta di due entità forse complementari, ma comunque distinte. L’Isis è il gruppo fondato da Al Baghdadi, diretta emanazione di Al Qaeda in Iraq e che successivamente, a partire dal 2014, è divenuto nuovo vero riferimento della galassia jihadista. Si tratta quindi di un’organizzazione che, come si è visto negli anni passati, ha ramificazioni in tutto il mondo e ha causato lutti e tragedia dall’Europa all’Asia, passando per il nord America. Lo Stato Islamico è invece quell’entità territoriale proclamata dal leader dell’Isis, che nei piani dei miliziani doveva rappresentare il nuovo califfato islamico in cui vivere sotto i precetti più rigidi del salafismo e dell’ideologia portata avanti dagli integralisti. L’Isis c’è ancora ed è molto pericolosa. Lo Stato Islamico, a partire soprattutto dal 2017, ha iniziato a essere progressivamente attaccato e ridimensionato nella sua estensione.

L’esercito siriano da ovest e quello iracheno da est, passando poi per il ruolo delle milizie filo curde Sdf, hanno avviato campagne contro il califfato arrivando poi alla sua definitiva sconfitta. Nell’estate del 2017 i siriani, aiutati dai russi, hanno ripreso buona parte del territorio nazionale caduto in mano ad Al Baghdadi: da Palmyra fino alla zona desertica della provincia di Homs, passando per Deir Ezzor e le regioni al confine con l’Iraq, la bandiera siriana progressivamente è tornata a sventolare lì dove erano stati imposti i sigilli neri dell’Isis. Ad est dell’Eufrate, sono stati i filo curdi a togliere territorio allo Stato Islamico: dopo aver resistito all’assedio di Kobane, i miliziani si sono spinti, con il supporto Usa, in tutto l’est della Siria. Fino ad arrivare, nel marzo 2019, nella cittadina di Baghouz, ultimo bastione del califfato.

In Iraq invece, dopo le disfatte della primavera del 2014, l’esercito si è riorganizzato ed è stato aiutato sia dall’aviazione Usa che dalle milizie filo sciite coadiuvate dall’Iran. Dopo la riconquista di Tikrit, città natale di Saddam Hussein i cui ex fedelissimi rimasti in vita hanno aiutato l’Isis in ottica anti americana e filo sunnita, la bandiera irachena è tornata a Ramadi, Falluja prima di essere issata nuovamente su Mosul nel giugno del 2017. Se l’Isis esiste ancora, con migliaia di cellule pronte a entrare in azione in diversi contesti, si può dire la stessa cosa per lo Stato Islamico? Le operazioni contro il califfato formalmente sono terminate nel marzo 2019, un territorio di riferimento per i miliziani jihadisti non c’è più ma, nella mente di diversi terroristi, lo Stato Islamico c’è ancora. Tanto in Siria quanto in Iraq, ci sono diverse zone dove ancora le attività di gruppi mai domi di islamisti causano ancora oggi problemi di sicurezza. Tutto ciò vale per l’estremo est della Siria, dove in alcuni punti desertici l’esercito siriano fatica a sbaragliare le ultime resistenze di chi sogna lo Stato Islamico, vale anche per la provincia di Al Anbar e la piana di Ninive in Iraq. Qui i gruppi ricollegabili all’Isis appaiono molto attivi e le forze di sicurezza locali hanno non poche difficoltà a prevalere. Una circostanza che vale anche dopo la morte di Abu Bakr Al Baghdadi, avvenuta nello scorso mese di ottobre dopo un raid delle forze Usa nel nord della Siria, lì dove il leader dell’Isis si nascondeva dopo aver perso il “suo” califfato.

La vita oggi nei territori occupati dall’Isis

Passata la paura, il terrore per le popolazioni che hanno vissuto sotto lo Stato Islamico è realmente terminato? In realtà gli spettri delle bandiere nere non sono mai andati via del tutto. E non solo perché diversi gruppi jihadisti sono in attività e non hanno mai smesso di credere alla possibilità di un califfato. Il problema è che dopo la fine delle operazioni militari, non si è attivata una vera e propria macchina di ricostruzione. Questo vale per le macerie di città rase al suolo per via della guerra, ma è vero anche per il contesto sociale maturato negli ultimi anni: intere popolazioni sono senza una prospettiva per il futuro, in tanti appaiono disillusi circa la reale efficienza dei governi in questione di saper dare risposte ai bisogni dei territori, una circostanza che potrebbe dare ai gruppi jihadisti terreno fertile per riprendere quota. Si consideri ad esempio la situazione di Mosul, città da cui è stato proclamato lo Stato Islamico. A tre anni dalla liberazione, il centro storico è ancora un ammasso di rovine e soltanto da poco si è iniziato a parlare di mirati interventi di restauro di edifici importanti per la vita del territorio. Non tutti gli abitanti fuggiti durante l’avvento dell’Isis sono rientrati, i cristiani addirittura continuano a scappare perché non si fidano dei livelli di sicurezza. La vita dunque stenta a riprendere la sua normalità.

Così come a Raqqa, in quella che Al Baghdadi aveva ribattezzato come capitale dello Stato Islamico. Anche questa città è stata ridotta in un cumulo di macerie, molte delle quali sono ben presenti tra le sue strade e i suoi vicoli. Qui ad essere in discussione è anche lo stesso status del territorio: Raqqa è in maggioranza araba ma è in mano alle milizie filo curde, le quali ancora non si sono del tutto riappacificate con il governo di Damasco. Non si sa se questa regione sarà amministrata da una regione autonoma curda oppure se tornerà del tutto siriana, incertezze che incidono su una ricostruzione mai del tutto avviata. Scenari che valgono per molti di quei territori in cui, dopo la fine della guerra, ancora non è esplosa del tutto la pace.

I migliaia di prigionieri che nessuno vuole

C’è poi un’altra questione legata all’eredità lasciata dall’Isis: sono i miliziani del califfato catturati dai vari eserciti che hanno combattuto contro le bandiere nere. Molti di loro sono trattenuti in Iraq e in Siria, sia Baghdad che Damasco non sanno cosa fare con loro: gran parte dei prigionieri sono stranieri, anche di nazionalità di Paesi europei. Sono i cosiddetti foreign fighter, combattenti giunti dall’estero che adesso nessuno tiene a riavere indietro. Per loro si è pensato ad uno specifico tribunale internazionale, ma al momento oltre a semplici proposte non si è andati oltre. E così in migliaia sono ammassati in campi e carceri sperduti nel deserto, quasi a ricordare a tutto il medio oriente che l’incubo dell’Isis non è stato definitivamente domato.

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