Il Kosovo e la Macedonia del Nord risultano essere due casi interessanti per quanto riguarda il problema della radicalizzazione islamista e il jihadismo nei Balcani, del quale è già stato fornito un quadro generale.  Come già illustrato, il primato sul contributo di jihadisti da oltre-Adriatico lo fornisce il Kosovo con un totale di circa 403 volontari; un numero elevatissimo per un Paese con poco meno di un milione e 900 mila abitanti,che lo pone ai primi posti in Europa per quanto riguarda il flusso di jihadisti nei teatri di guerra. Ci sono poi i contributi di Albania (180-200 su 2,873 milioni), Bosnia (circa 350 su 3,507 milioni) e Macedonia del Nord (156 su 2,074 milioni).

I numeri che emergono da quest’ultima, la Macedonia del Nord, non vanno affatto sottovalutati, considerato che secondo i dati a disposizione, su poco più di 2 milioni di abitanti, soltanto il 33,3% risulta di religione musulmana (prevalentemente legata alla popolazione di etnia albanese e turca), circa 666 mila persone, un problema di non poco conto dunque per quella stessa comunità islamica macedone contraria a infiltrazioni radicali.

Secondo i dati dell’ultimo “Extremism Country Report” (2018) del Dipartimento di Stato americano, sui circa 400 kosovari partiti per arruolarsi nelle file dei jihadisti in Siria e Iraq, 70 sarebbero morti, 130 risultano rientrati in patria mentre altri 200 sono ancora fuori dai confini del Kosovo. Per quanto riguarda la Macedonia del Nord, di quei 156, 83 sarebbero rientrati, 35 risultano morti mentre altri 38 sono ancora nei teatri di guerra.

Non va però sottovalutata la radicalizzazione che ha colpito la diaspora kosovara in paesi come Germania, Austria, Svizzera, Olanda ma anche Italia, considerato che nel marzo 2017 a Venezia venivano arrestati quattro kosovari che stavano preparando un attentato al ponte di Rialto. Come illustrò allora il procuratore aggiunto di Venezia Adelchi D’Ippolito: “La cellula era impegnata in una vera e propria attività di auto-addestramento al fine di prepararsi a compiere attività criminali e attentati, da un lato attraverso esercizi fisici e dall’altro esaminando video dei fondamentalisti dell’Isis che spiegavano l’uso del coltello”.

Altri centri islamici kosovaro-macedoni che hanno attirato l’attenzione di media e inquirenti sono poi lo Dzemat di Bergamo, il centro islamico di Motta Baluffi (Cr) frequentato dal rapinatore e islamista radicale Resim Kastrati e il centro “Rastelica” vicino Siena, che hanno ospitato il predicatore e reclutatore jihadista Bilal Bosnic.

Al “Rastelica” hanno predicato imam come Idriz Idrizovic (espulso dall’Italia nel 2017), Idriz Bilibani (già arrestato in Kosovo) ma anche Sead Bajraktar, inserito dal maggiore Fatos Makolli dell’antiterrorismo di Pristina, nella categoria degli imam che diffondono un Islam radicale e fanno il lavaggio del cervello ai giovani”, come già riportato da Fausto Biloslavo.

Le autorità di Kosovo e Macedonia del Nord, nonostante i problemi interni legati a disoccupazione, crisi economica e tensioni etniche, risultano particolarmente attive sia in ambito preventivo che di reinserimento e de-radicalizzazione, con contro-narrative in atto per neutralizzare la propaganda jihadista diffusa da predicatori, in particolare tramite il web che resta ancora oggi mezzo particolarmente prediletto da chi vuol diffondere il messaggio jihadista tra la popolazione, diaspora inclusa.

E’ chiaro che entrambi i paesi, così come Bosnia e Albania, si trovano a dover costantemente fronteggiare la questione dei jihadisti di ritorno e la propaganda radicale che corre sul web e in certi luoghi di culto. I predicatori di odio sono consapevoli delle forti tensioni etniche, soprattutto in specifiche zone dei due paesi, come Mitrovica per il Kosovo e il nord-ovest della Macedonia ed è plausibile che cercheranno di sfruttarle, facendo leva anche sul senso di frustrazione giovanile legato a problematiche economiche e occupazionali, una strategia tipica e ben nota.

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