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La Polizia di Stato ha arrestato a Bari il 36enne cittadino algerino Athmane Touami, noto con l’alias “Tomi Mahraz”, con l’accusa di partecipazione all’associazione con finalità di terrorismo internazionale legato all’Isis, come reso noto dalla Questura del capoluogo pugliese. Gli inquirenti hanno potuto accertare la diretta attività del soggetto in supporto agli attentatori che nel novembre del 2015 colpirono il teatro Bataclan, lo Stade de France e una serie di ulteriori attacchi avvenuti sempre a Parigi.

Il supporto logistico alla centrale jihadista

Il 23 dicembre 2018 il Prefetto di Milano aveva già decretato un provvedimento di espulsione per Touami che era anche stato arrestato in città per reati contro il patrimonio e risultava segnalato in ambito Shengen ed Interpol dalle autorità francesi e britanniche per attività correlate al terrorismo. Athmane Touami, assieme ai suoi fratelli Mehdi e Lyes, già dal 2010 risultava collegato a diversi terroristi che hanno poi colpito la Francia tra il novembre 2015 e il gennaio 2016, come Abdel Hamid Abaoud, Akrouh Chakib e Cherif Kouachi.

I Touami si erano specializzati nella produzione di documenti falsi ed erano attivi nel fornire supporto logistico ai jihadisti operanti tra Italia, Francia e Belgio. Nel luglio del 2015, Athmane veniva fermato a bordo di un treno Parigi-Milano e trovato in possesso di carte d’identità false e secondo gli inquirenti avrebbe fornito documenti contraffatti a tutti i terroristi del Bataclan. Il 20 novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati, la polizia francese perquisiva l’abitazione del fratello, Mehdi Touami, trovando documenti falsi, altri documenti rubati, sette telefoni cellulari e dei dischetti con centinaia di foto e filmati contenenti materiale jihadista.

Nel contempo il fratello Athmane, in Italia si faceva notare per una serie di reati e finiva prima nel CPR di Torino e poi in quello di Bari dove nel marzo del 2020 riceveva anche una condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione per i reati di uso, detenzione e fabbricazione di documenti falsi e/o contraffatti (artt. 110 e 497 Bis 2° comma c.p.), sentenza poi ridotta in secondo grado a 2 anni dalla Corte d’Appello di Bari- III Sezione Penale.

Lo scorso 5 marzo però la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari emetteva nei confronti di Athmane Touami un nuovo fermo per partecipazione ad associazione terroristica internazionale Isis, convalidato dal GIP e con immediata applicazione della custodia cautelare. Va inoltre evidenziato come, durante la permanenza al CPR di Bari, Athmane avesse espresso l’intenzione di tornare al più presto in Francia e vale la pena chiedersi le ragioni e gli eventuali contatti.

La Puglia al centro di movimenti jihadisti

Ancora una volta dunque la Puglia si trova al centro del traffico jihadista dopo che era già stato evidenziato il passaggio a Bari di Brahim Aouissaoui, il terrorista tunisino che lo scorso 29 ottobre ha ucciso tre persone (decapitandone una) presso la cattedrale Notre-Dame di Nizza; in quel caso addirittura trasferito dalle autorità italiane a bordo di una nave-quarantena verso il porto di Bari dove veniva identificato e poi lasciato libero di raggiungere la Francia.

Vi sono però diversi altri casi, come ad esempio l’operazione “Masrah” che ha visto coinvolto un imam di Andria, espulso nell’agosto del 2016 ed arrestato tre anni prima in Belgio (poi estradato in Italia) con l’accusa di essere a capo di una cellula di tunisini dedita all’indottrinamento e all’addestramento jihadista.

Un altro imam veniva invece arrestato a Foggia nel marzo del 2018, precisamente l’egiziano Abdel Rahman Mohy Eldin Mustafa Omar, presidente del centro culturale islamico “al-Dawa” con le accuse di partecipazione ad associazione terroristica targata Isis aggravata dall’uso di mezzi informatici e condannato nel dicembre 2019 dalla Corte d’Assise a 5 anni di reclusione.

Assieme all’imam veniva arrestato anche il jihadista ceceno Eli Bombataliev, indicato dai servizi di sicurezza russi come legato a terroristi dell’Emirato del Caucaso che nel dicembre del 2014 colpirono con una serie di attacchi a Grozny.

Nel dicembre del 2015 la Digos di Bari arrestava invece un 45enne iracheno accusato di aver favorito l’ingresso in Italia ed Europa di affiliati all’organizzazione jihadista Ansar al-Islam, anche tramite l’utilizzo di documenti contraffatti. Pochi mesi dopo, nel marzo del 2016, veniva invece fermato sempre a Bari l’iracheno (sedicente finlandese) Ridha Shwan Jalal, anch’egli indicato come contiguo ad Ansar al-Islam e collegato al connazionale arrestato a dicembre 2015.

Nel dicembre del 2018, sempre a Bari, veniva invece arrestato il somalo Mohsin Ibrahim Omar “Anas Khalil”, indicato come vicino all’organizzazione jihadista somala al-Shabab e che stava progettando un attentato in Vaticano proprio in concomitanza con il Natale.

Nell’aprile del 2017 un’indagine della Digos e della DDA di Lecce portavano all’arresto del congolese Lutumba Nkanga e all’espulsione del marocchino Soufiane Amri, quest’ultimo a sua volta risultato in contatto con Anis Amri, l’attentatore che colpì al mercatino di Natale di Berlino nel dicembre del 2016.

L’Italia è ancora base di jihadisti attivi in Europa

Il quadro pugliese è soltanto una parte di un fenomeno ben più ampio che fa emergere l’Italia come importante luogo di transito e base per quel jihadismo internazionale che mira poi a colpire in altri Paesi europei. Se una volta gli epicentri del jihadismo in Italia erano Milano, Bologna e Napoli (le inchieste di viale Jenner e del varesotto piuttosto che i “takfiri” tunisini attivi nei pressi della moschea di San Lazzaro o i terroristi del Gia algerino in Campania), oggi il fenomeno è ben più ampio e diffuso. Basti pensare all’operazione “Rawti Shax” che nel novembre 2015 sgominava una rete di Ansar al-Islam capeggiata dal mullah Krekar.

Pochi mesi prima in Sardegna toccava invece a una rete di qaedisti pakistani attivi anche nel traffico di irregolari, mentre nel maggio del 2018 era una cellula siriana legata a Jabhat al-Nusra a finire nella rete degli inquirenti. Vi è poi tutta la filiera jihadista balcanica attiva in più regioni italiane, ma in particolare nel nord-est e in Toscana.

Sempre nel 2018, l’operazione “Mosaico” portava allo smantellamento di una rete attiva in più province che aveva supportato Anis Amri, a sua volta ucciso nella notte del 23 dicembre a Sesto San Giovanni in uno scontro a fuoco con la Polizia. Aspetto interessante, nonostante l’uccisione di Amri da parte di agenti italiani, non vi furono atti di ritorsione o minacce da parte dei jihadisti.

È risaputo che l’Italia svolge il ruolo di ponte tra mondo islamico ed Europa; il jihadismo internazionale non ha dunque alcun interesse a colpire un “ponte” di vitale importanza e neanche difficile da imboccare, considerate le disastrose politiche migratorie prive di adeguati filtri selettivi. Il vecchio dogma tanto apprezzato da esponenti politici, analisti e persino membri delle istituzioni secondo il quale “i jihadisti non arrivano con i barconi” è oramai da tempo stato smentito da fatti e dati, come già esposto da Insideover.

La lista di jihadisti arrivati illegalmente in Italia a bordo di motoscafi, barche e barconi è notevole, così come risulta evidente l’utilizzo basistico, logistico e di transito del territorio italiano fatto dai jihadisti. È vero che qualche iniziativa personale per compiere attacchi in territorio italiano c’è stata, ma cose da poco rispetto agli attacchi perpetrati in Francia e Gran Bretagna. Si pensi ai casi di Tommaso Hosni o Mahamad Fathe presso la Stazione Centrale di Milano. Un aspetto che aveva anche attirato l’attenzione di Foreign Policy che nel luglio del 2019 pubblicava un articolo dal titolo “Is Italy immune from terrorism?

Del resto perché mai i jihadisti dovrebbero andare a colpire in un Paese dove possono facilmente attraccare, stazionare e muoversi? Un Paese ben poco attivo sul piano internazionale rispetto ad altri stati europei come Francia e Gran Bretagna, bersagli primari per il jihadismo internazionale? Vi è poi tutto un altro discorso introdotto dalla giornalista Francesca Musacchio nel suo libro “La Trattativa Stato-Islam” con il quale introduce aspetti sui quali vale la pena ponderare.

La giornalista mette in evidenza la mancanza di attentati da parte di cellule jihadiste organizzate ed operanti in Italia, interrogandosi sui perché, visto che l’Italia (Roma in particolare, già al centro di proclami di Isis e al-Qaeda) è considerata il cuore del Cattolicesimo, ipotizzando potenziali accordi di non belligeranza, magari ricollegabili a provvedimenti mai varati, come quelli nei confronti dei luoghi di culto irregolari o l’effettiva entrata in vigore del divieto di indossare il niqab in pubblico.

La Musacchio tratta anche di quella mancata integrazione che genera spazi socio-culturali separati dove usanze difficilmente compatibili con uno Stato laico vengono comunque tollerate. Tutto ciò senza nulla togliere al lavoro preventivo fatto dagli apparati di sicurezza che non possono però essere presenti ovunque e sempre, nonché alla tattica delle espulsioni mirate che hanno senza dubbio svolto un ruolo fondamentale nello scongiurare attentati, allontanando dal territorio soggetti pericolosi per la sicurezza nazionale.

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