I dodici giorni di scontri tra Israele e Hamas, ai quali si è unita anche la Jihad Islamica Palestinese (Pij) hanno nuovamente infiammato il Medio Oriente e anche le diaspore islamiche in Europa e come ogni volta, quando si arriva alla tregua, entrambe le parti si attestano la vittoria. Ora Hamas riprenderà a ricevere fondi e armamenti dall’estero per prepararsi alla prossima guerra e ricostruirà la rete di tunnel sotto Gaza mentre Israele si attiverà per migliorare il proprio scudo difensivo “Iron Dome” e per essere ancor più chirurgici nei prossimi raid.

Del resto è così che succede da dieci anni a questa parte, con Hamas che parte con il fitto lancio di razzi verso il territorio israeliano ed Israele che ovviamente reagisce, perchè nessun Paese al mondo accetterebbe che il proprio territorio venisse preso di mira così; lo si è visto nel 2012 (risposta israeliana con l’operazione “Pillar of Defense), nel 2014 (“Protective Edge), nel 2018 (“Marches of Return) e con l’operazione appena terminata, denominata “Guardians of the Wall”. Finito lo scontro, tutti hanno vinto, ma è realmente così? E su quale piano? Quello militare? Politico? Della propaganda?

È dunque bene fare un po’ di chiarezza: sul piano militare non ci sono dubbi che ha vinto Israele e a breve si vedrà perché. Sul piano della propaganda ha vinto Hamas, ma anche lì, è bene capire bene le dinamiche del fenomeno propagandistico, soprattutto in Europa dove si è sentita di più. Sul piano politico la situazione è ben più complessa e ambigua, come del resto lo è per natura quell’ambiente.

palestina e Israele mappa

Ambito militare

L’agenzia di stampa iraniana Tasnim News ha lanciato un pezzo goffamente apologetico nei confronti di Hamas il cui concetto di base è che “Hamas ha vinto lo scontro riuscendo a non perdere” ed evidenziando come “l’aggressore (a loro dire Israele) debba ottenere risultati militari per vincere”, altrimenti non può affermare di aver vinto. Il pezzo ovviamente mescola il piano militare con quello politico e ideologico in salsa notoriamente propagandistica e non fornisce dati precisi sulle perdite di Hamas e quelle israeliane.

Sul piano militare non ci sono dubbi, il vincitore è Israele; l’Idf ha infatti inflitto pesantissimi danni a Hamas, distruggendo quasi l’80% delle strutture missilistiche islamiste, uccidendo parecchi esperti e tecnici del settore, oltre a 136 esponenti di Hamas e della Jihad Islamica. Dilaniata anche la rete di tunnel sotterranea, centinaia di chilometri, distrutti dai missili dell’aviazione di Gerusalemme. Colpite anche varie strutture di comando e della divisione cyber. Tra i comandanti di alto rango di Hamas eliminati figurano anche Bassem Isa e Jamaa Tahla, mentre Mohammed Deif, comandante delle brigate Ezzedin al-Qassam, sarebbe scampato per un soffio alla morte rifugiandosi in un’abitazione di civili.

Hamas dal canto suo è riuscita a uccidere “soltanto” un militare israeliano e una cospicua parte dei missili lanciati sono stati abbattuti dall’Iron Dome, mentre altri sono addirittura caduti dentro Gaza causando vittime tra gli stessi palestinesi. Alcuni razzi hanno comunque raggiunto il territorio israeliano, ma considerato il fitto lancio volto a saturare lo scudo israeliano, i risultati sono ottimi. Ora l’Idf punterà a migliorarlo ulteriormente, come ogni volta che termina uno scontro con Hamas.

Attenzione poi, perché se la propaganda iraniana e quella di Hamas interpretano come “vittoria” il fatto che Israele non abbia lanciato l’operazione di terra, evita però di menzionare come Hamas sia caduta nella trappola israeliana del tweet con l’annuncio di un’invasione di Gaza in corso. Un “errore tecnico” secondo l’Idf, fatto sta che i terroristi di Hamas si sono fiondati nei tunnel ad aspettare la fanteria israeliana che non è mai arrivata e nel frattempo l’aviazione ha bombardato la rete sotterranea facendo fare agli islamisti la fine del topo.

Hamas sperava in un’ingresso di terra degli israeliani a Gaza, in modo da poter catturare o uccidere soldati da utilizzare eventualmente come scambio nel primo caso o come propaganda nel secondo. Così non è stato e per due motivi: in primis Israele non ha alcun motivo di entrare a Gaza con le truppe di terra se non per riprenderne il controllo, cosa che non interessa agli israeliani; meglio lasciare la Striscia a Hamas. In secondo luogo l’aviazione israeliana ha mostrato una precisione senza precedenti nell’infliggere danni a Hamas, utilizzando anche i famigerati missili “ninja”, che tritano il target senza esplodere, in modo da limitare le morti di civili. Non è strettamente necessario entrare con la fanteria a Gaza per infliggere danni alla struttura di Hamas. Sommando il tutto, è evidente come sul piano militare Hamas e l’Iran abbiano ben poco da festeggiare.

razzi israele gaza

Ambito propagandistico

Il piano propagandistico è certamente più complesso di quello militare e il vincitore sembra essere Hamas grazie alla solita retorica delle vittime civili causate dai bombardamenti israeliani, dell'”occupazione”, in moltissimi casi rilanciata dall’emittente qatariota al-Jazeera e da altre emittenti internazionali e di Paesi musulmani.

Del resto Hamas è stata abile fin dall’inizio con la propaganda, strumentalizzando il caso degli sfratti di Sheikh Jarrah, questione di giurisprudenza interna israeliana, più che di “occupazione”, nel momento in cui inquilini alloggiano in abitazioni il cui terreno è di privati senza pagare l’affitto; poco importa di che religione o nazionalità sono. Gli islamisti l’hanno trasformata in caso politico e hanno infuocato la rivolta presso la Spianata delle Moschee, a fine Ramadan, consapevoli del fatto che la polizia israeliana sarebbe intervenuta. Non vi era modo migliore per scatenare la rabbia, accusare Israele di cacciare di casa dei palestinesi, nonché di dissacrare un luogo sacro islamico in pieno Ramadan. Gli islamisti di Gaza avevano già tutto pianificato e forse non è un caso che i rivoltosi della Spianata abbiano issato la bandiera di Hamas sul tetto della Moschea di al-Aqsa, un gesto estremamente simbolico e passato inosservato ai più, tanto che anche al-Qaeda, tramite la casa mediatica Jaish al-Malahem Cyber Army, ha subito lanciato un banner con la bandiera nera di al-Qaeda sul tetto della cupola della moschea di al-Aqsa.

Hamas aveva bisogno dello scontro non avendo digerito la decisione del presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, di posticipare le elezioni dal 22 maggio al 31 luglio mentre nel contempo a Gaza la situazione è disastrosa sul piano sociale, economico, sanitario ed occupazionale e la pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che peggiorare tutto.

La popolazione, nonostante il pugno di ferro utilizzato dagli islamisti, mostra da tempo segnali di pesante insofferenza nei confronti di Hamas e dei suoi sponsor internazionali. È bene infatti ricordare che nel febbraio del 2018 l’ambasciatore del Qatar in Palestina, in visita presso un ospedale di Gaza, era stato aggredito dalla folla e da dipendenti della struttura che protestavano per non aver ricevuto da mesi lo stipendio; eppure Hamas incassa cospicui finanziamenti sia dal Qatar che dall’Iran. Dove finiscono tutti quei soldi?

Hamas aveva tra l’altro già deciso da tempo di utilizzare la lotta per Gerusalemme come tema centrale della campagna elettorale e con tanto di lista “Gerusalemme è il nostro destino”, presentandosi come paladini di al-Aqsa (dove di fatto hanno poi issato la bandiera). L’obiettivo era dunque quello di “prendersi” Gerusalemme, storicamente più vicina ad ambienti ex Olp e Fronte Popolare, additando il leader dell’Anp, Abbas, come “traditore”, “collaboratore dei sionisti” e “agente di Washington”. Hamas doveva ergersi come difensore dei palestinesi a Gerusalemme, versione rilanciata tra l’altro anche dagli iraniani di Tasnim Agency.

Gli islamisti sono certamente riusciti in tutto ciò e sotto questo punto di vista non ci sono dubbi sul fatto che abbiano vinto, così come hanno certamente potuto contare su un cospicuo sostegno da parte delle masse dei Paesi islamici.

Per quanto riguarda invece la propaganda proiettata in Europa la faccenda va osservata con più cautela in quanto nelle strade delle grandi città europee si sono prevalentemente viste masse di islamici, immigrati, seconde e terze generazioni, molti dei quali hanno utilizzato toni e slogan palesemente radicali (in piazza Duomo a Milano sono stati lanciati slogan anche contro l’Italia accusata di “collaborazionismo col nemico sionista” e sono state bruciate bandiere israeliane). In molti casi queste manifestazioni hanno trovato il sostegno e la presenza di ambiti di estrema sinistra ed estrema destra che condividono l’antipatia nei confronti dello Stato ebraico. Uno studio ha poi rilevato come molti degli utenti che in Italia si sono attivati con la propaganda web anti-Israele sono pressochè sempre i medesimi, con pubblicazioni costanti e sistematiche su più social.

Hamas ha bisogno della propaganda per sopravvivere a Gaza e in ambito islamista, può contare sul sostegno di Qatar, Iran, AKP turco, simpatizzanti in Occidente, ma attenzione, perchè le guerre non si vincono con la propaganda.

Ambito politico

Come già detto in apertura, il piano politico è quello più complesso e necessiterebbe di molte pagine per inquadrarlo adeguatamente. Per prima cosa è bene sottolineare un aspetto che, per quanto antipatico, è reale: la causa palestinese interessa molto più alle masse islamizzate che ai leader politici dei Paesi islamici ed è sempre stato così. I leader palestinesi sono stati rimbalzati tra Giordania, Libano, Tunisia, Qatar, Siria ma per gran parte del mondo arabo e islamico i palestinesi sono soltanto una rogna, in particolare adesso che molti di questi Paesi hanno capito che una normalizzazione con Israele è ben più vantaggiosa di un eterno scontro. Non a caso l’Iran sta cercando in tutti i modi di boicottare la normalizzazione dello Stato ebraico con Emirati e Arabia Saudita.

Per quanto riguarda la Turchia, da quando al potere sono arrivati i Fratelli Musulmani dell’Akp guidati da Erdogan, i rapporti con Israele sono peggiorati drasticamente, inclusi quelli di cooperazione militare, aspetto non poco problematico per Ankara che ha cercato di limitare i danno avvicinandosi alla Russia, Paese che da anni ha messo al bando i Fratelli Musulmani (ma curiosamente non Hamas), ed ecco rispuntare tutta l’ambiguità e la contraddittorietà del piano politico.

Hamas aveva bisogno di essere attaccata non solo per questioni interne ma anche perché (assieme all’Iran), aveva bisogno di danneggiare la normalizzazione, di attirare sostegno politico internazionale, oltre che per ricevere finanziamenti per la ricostruzione (che andranno nelle tasche di Hamas e non della popolazione).

I palestinesi dal canto loro sono vittime di Hamas a Gaza, dove l’organizzazione islamista regna col pugno di ferro e il terrore dal 2006 quando vinse le elezioni; da allora non ne ha più indette. Il dissenso è presente ma rigorosamente schiacciato. I palestinesi sono poi anche vittime di una lunga e pesante strumentalizzazione internazionale, prevalentemente in salsa islamista ma non solo, da parte di attori che hanno tutto l’interesse affinchè lo scontro con Israele vada avanti.

È bene tener presente che in questi dodici giorni lo scontro è stato tra Hamas e Israele, non tra quest’ultimo e i palestinesi. Questo aspetto è fondamentale, onde evitare di fornire una visione fasulla e legittimare un’organizzazione terrorista come rappresentante di un popolo che ne è invece vittima.

Attenzione poi, perché Hamas è inserita nelle black list di Unione europea, Stati Uniti e Canada come organizzazione terrorista e non è molto diversa da al-Qaeda o dall’Isis (l’ideologia è quanto meno la medesima). Spalleggiare Hamas equivale dunque a sostenere gruppi come Isis o al-Qaeda, anche sui social, ed è bene tenere a mente questo. Hamas ha tra l’altro doppiamente violato le leggi internazionali piazzando batterie missilistiche in zone densamente popolate e lanciando indiscriminatamente razzi su zone civili israeliane.

È assurdo dover sentire l’Unione europea che auspica una tregua tra uno Stato sovrano e un’organizzazione terrorista inserita nella propria black list. È palese come sul piano politico europeo non tutti siano disposti a prendere posizioni chiare contro Hamas e il terrorismo islamista. Hamas è però un problema per tutti, per i palestinesi, per Israele, per la stabilità del Medio Oriente, mentre è utile strumento per Iran, Qatar e Akp turco.

Il Prof. Marco Lombardi esperto di terrorismo e direttore dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies/Università Cattolica di Milano, ha espresso un parere molto chiaro: “la guerra di Israele è contro un gruppo di terroristi che tiene in ostaggio civili, nella Striscia. Non c’è nessuna de-escalation da auspicare (EU): siamo nelle medesime condizioni della guerra allo Stato Islamico, che importò famiglie per popolare il suo Califfato del terrore. La Striscia di Gaza si è trasformata dalla Palestina al Califfato islamista del terrorismo di Hamas. Solo dopo che il gruppo del terrore sarà spazzato via, via senza tregua e senza indulgenze, sarà possibile ricostruire”.

Finché a Gaza resterà Hamas, la situazione dei palestinesi della Striscia resterà drammatica, perché l’obiettivo degli islamisti non è ridare vita ai palestinesi, ma combattere Israele, perché senza lo scontro, Hamas non ha motivo di esistere e ciò sarebbe un problema enorme anche per il regime di Teheran.

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