È sparito nel nulla Ghaith Abdessalem, tunisino legato ai jihadisti dell’Isis, agli arresti domiciliari a Lomagna, in provincia di Lecco e fratello di Ghassam Abdessalem, reclutatore dell’Isis poi ucciso dagli stessi jihadisti.

Abdessalem era stato già espulso nel dicembre 2015 per aver postato in rete immagini del fratello in Siria con il kalashnikov in mano e per aver inneggiato al jihad e al martirio in nome di Allah. In teoria non doveva neanche essere in Italia, ma di fatto nell’estate del 2017 è rientrato tramite canali clandestini per poi venire espulso nuovamente; non contento, il soggetto in questione è nuovamente entrato in Italia, è stato rimpatriato e una settimana dopo era di nuovo in suolo italiano, dove questa volta è stato arrestato e condannato. Dopo alcuni mesi in carcere gli erano stati concessi gli arresti domiciliari in casa dei genitori e 48 ore prima di essere rimpatriato su un volo per Tunisi è sparito.

Le Forze dell’Ordine lo stanno cercando ovunque ma intanto Abdessalem è riuscito ancora una volta a beffare le autorità italiane, prima rientrando per ben tre volte clandestinamente in territorio nazionale e poi facendo perdere le proprie tracce 48 ore prima del rimpatrio.

Lo scorso gennaio era invece stato rimpatriato il 31 enne tunisino Mahmoud Jebali, in carcere per rapina e autoproclamatosi imam all’interno del penitenziario, dove predicava la violenza e il jihad. Gli agenti della polizia penitenziaria avevano più volte segnalato alla questura le minacce di Jebali: “Prima o poi morirete tutti; noi entreremo nelle vostre case e vi uccideremo, e mangeremo i vostri cadaveri”.

Nel profilo Facebook di Jebali gli investigatori hanno anche trovato vari messaggi di sostegno al jihadismo, un filmato dove si stabiliva la natura lecita dell’uccisione di un cristiano, scene di decapitazione e le solite bandiere nere dell’Isis.

Tra ottobre e novembre 2018 erano invece stati espulsi da Ravenna un marocchino di 42 anni e un tunisino di 29. Il primo si era sottoposto a un proprio auto-percorso di radicalizzazione e aveva poi iniziato ad aggredire i passanti con insulti, urla, calci, gesti della pistola mimati con la mano e aveva anche preso di mira alcune telecamere di sorveglianza. Il soggetto in questione aveva più volte manifestato atteggiamenti di rancore nei confronti del contesto socio-culturale italiano.

Il 29enne tunisino era invece attenzionato da tempo in quanto segnalato come soggetto radicalizzato e simpatizzante jihadista da quando era in carcere a Ferrara dove aveva esternato esultanza per l’attentato di Bruxelles del 2016.

A fine novembre era poi stato arrestato a Milano il 22enne egiziano Issam Elsayed Abouelamayem Shalabi con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione al terrorismo. In un’intercettazione Shalabi aveva dichiarato di essere pronto a combattere; egli stesso si era definito “lupo solitario” vantandosi di aver ricevuto addestramento militare. L’egiziano aveva inoltre svolto un ruolo di primo piano nel divulgare la propaganda dell’Isis.

Nel 2018 le espulsioni effettuate per motivazioni legate al terrorismo erano state 118, un record storico se paragonato ai 105 del 2017 e ai 66 rispettivamente nel 2016 e 2015. Uno strumento preventivo, quello delle espulsioni, che è risultato fondamentale per salvaguardare la sicurezza del territorio, allontanando soggetti di elevata pericolosità.

Il problema della radicalizzazione islamista, con tutte le relative modalità di diffusione, non va minimamente sottovalutato perché è continuativamente attivo su più fronti a prescindere dalle sconfitte che il jihadismo qaedista o dell’Isis può subire sui campi di battaglia. La macchina propagandistica dei tagliagole è sempre alla ricerca di nuovi potenziali volontari, non importa se sul web, nelle carceri, in qualche centro di preghiera o in qualsiasi altro posto, l’importante è radicalizzare e colpire ed è dunque essenziale fermarli prima.