La presenza dell’islamismo radicale in America Latina è in fase crescente, con attività segnalate dal Messico all’Argentina, isole caraibiche incluse. Nulla di nuovo visto che la presenza del fenomeno, sia sciita che sunnita, è un dato di fatto da decenni, in particolare in paesi come il Brasile, l’Argentina, la Bolivia, il Paraguay e il Venezuela.

I governi socialisti latinoamericani hanno sempre chiuso un occhio, se non entrambi, sulla presenza di esponenti di certe organizzazioni radicali. Prima fra tutte Hezbollah, tra le prime a radicarsi in America Latina, in particolare a Ciudad del Este, città paraguayana sulla triplice frontiera, dove confinano Brasile, Argentina e Paraguay. Sono inoltre noti i rapporti di Hezbollah con il Venezuela chavista e con la Bolivia di Evo Morales.

Se Hezbollah fa da decenni da padrone in America Latina, appare invece più defilato, ma inquietante, il ruolo svolto da al Qaeda e Isis. Negli ultimi anni è poi stato più volte tirato in ballo un presunto legame tra jihadismo, cartelli della droga messicani e persino con la Mara Salvatrucha-MS13, la gang salvadoregna presente tra El Salvador, Honduras e Guatemala. Ipotesi che non hanno però trovato sufficienti elementi per poter essere confermate. A ciò vanno ad aggiungersi strane voci su presunte infiltrazioni in territorio statunitense da parte di membri del jihadismo sunnita, con tanto di tappeti da preghiera trovati in aree desertiche lungo il confine tra Messico e Stati Uniti.

D’altro canto l’agenzia per l’intelligence militare russa Gru lo scorso aprile lanciava l’allarme sulla presenza di elementi legati a Isis e al Qaeda, attive in America Latina nel reclutamento di volontari per la causa jihadista. Ipotesi plausibilissima seppur con portata certamente inferiore rispetto alla presenza di Hizbullah, se non altro per il fatto che il gruppo islamista libanese è oramai radicato da decenni in Sud America.

La messa al bando di Hamas e Hezbollah in Paraguay

Per quanto riguarda il “Partito di Dio”, la situazione appare in fase di mutamento e non è certo un caso che pochi giorni fa il presidente paraguayano Mario Abdo Benitez ha designato Hamas e Hezbollah come organizzazioni terroristiche, seguendo così i passi dell’Argentina, primo paese del Sud America ad inserire il gruppo sciita libanese nella black list dopo gli attentati di Buenos Aires del 1990 contro obiettivi ebraici ed israeliani.

Una decisione che sarebbe in fase di valutazione anche da parte del governo brasiliano guidato dal presidente Bolsonaro, anche se la mossa risulterebbe alquanto complicata in quanto il Brasile importa ogni anno in Iran merce per il valore di 2,5 miliardi di dollari e una eventuale messa al bando di Hezbollah potrebbe danneggiare i rapporti commerciali tra i due paesi. Non bisogna inoltre dimenticare che il Brasile non ha una definizione specifica di “terrorismo” sul piano giuridico, elemento che potrebbe complicare non poco l’eventuale procedimento. In compenso l’esecutivo di Bolsonaro ha fatto capire fin da subito la propria linea dura contro il terrorismo, a prescindere che sia di matrice islamista o di estrema sinistra e l’arresto di Cesare Battisti parla chiaro.

È bene poi tenere a mente l’arresto nell’ottobre del 2014 a Lima di Mohammed Amadar, cittadino libanese legato a Hezbollah e accusato di progettare attentati contro obbiettivi israeliani. Il soggetto in questione, dopo una segnalazione dei servizi d’intelligence israeliani, veniva infatti trovato in possesso di materiale per costruire ordigni. Un caso che aveva nuovamente fatto emergere il problema legato all’attività dell’organizzazione libanese nello scacchiere latino-americano.

Un altro elemento fondamentale che potrebbe influire notevolmente per eventuali restrizioni nei confronti di Hezbollah è l’arrivo alla Casa Bianca nel 2016 di Donald Trump. Secondo Emmanuel Navon, analista del Jerusalem Institute for Strategy and Security, l’ex amministrazione Obama aveva “guardato dall’altra parte” sulla presenza di Hezbollah in America Latina in quanto era una delle condizioni necessarie per poter firmare il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare. L’amministrazione Trump sembra invece voler andare nella direzione opposta e appare determinata nel contrastare la presenza del “Partito di Dio” nell’area latinoamericana.

L’allarme lanciato dal Gru russo

Lo scorso aprile il direttore del Gru, l’intelligence militare della Federazione Russa, aveva reso noto durante l’ottava Conferenza Internazionale sulla Sicurezza tenutasi a Mosca che l’islamismo radicale e il jihadismo sono attivi nell’infiltrazione delle comunità islamiche latinoamericane con l’obiettivo di trovare volontari tra i circa 6 milioni di fedeli residenti nell’area, oltre che per raccogliere fondi da indirizzare alle proprie attività nelle zone di guerra.

In effetti è oramai da tempo che vengono segnalate presenze di strani predicatori e nuovi luoghi di culto legati all’islam radicale sunnita nelle varie favelas dell’America Latina, un’infiltrazione favorita dall’alto tasso di povertà, dalle difficili condizioni di vita e dall’assenza delle istituzioni, “denominatori comuni” già visti in altri contesti dove l’islamismo radicale ha a suo tempo fatto breccia, come ad esempio la Cecenia degli anni ’90 e i Balcani. Il jihadismo si infiltra infatti dove lo Stato è assente.

Bisogna inoltre ricordare che nell’estate del 2016 le autorità brasiliane avevano sgominato una rete ideologicamente legata all’Isis e composta da una decina di individui sparsi in diversi stati del Paese (Amazonas, Ceará, Paraíba, Goiás, Minas, Rio, São Paulo, Paraná, Rio Grande do Sul e Mato Grosso). I membri del gruppo erano in contatto tra loro via Whatsapp e Telegram, incitavano al jihad, si interessavano all’addestramento di armi ed erano in procinto di acquistare armi leggere.

L’infiltrazione islamista in America Centrale

Differente è invece la situazione in America Centrale, dove più che di jihadismo e di estremismo islamico mainstream emergono fenomeni quanto meno singolari che meritano un approfondimento ma che allo stato attuale non presentano alcun legame non il jihadismo o con fenomeni di stampo terroristico.

Negli ultimi mesi è infatti più volte tornata alla ribalta la città di San Cristobal de las Casas come sito di interesse per una fervente campagna di proselitismo nei confronti della comunità indigena. Un fenomeno che è in realtà attivo da metà anni ’90 quando i primi “missionari” giunsero in loco dalla Spagna per fondare la prima comunità islamica che nel tempo subirà una serie di divisioni interne e scissioni che porteranno alla nascita di ben quattro luoghi di culto differenti, tutti attivi nella capitale del Chiapas.

Un ingresso non privo di aspetti ideologico-politici quello dell’Islam nel Chiapas, visto che il suo pioniere Mohammed Nafia (Aureliano Perez Yruela, cittadino spagnolo membro del movimento (World Morabitun Movement), una volta giunto a San Cristobal proprio nel periodo delle rivolte, cercò addirittura di avvicinare all’Islam il movimento zapatista Ezln, con tanto di lettera al subcomandante Marcos, dal quale non ricevette mai risposta.

Chiaramente non è da escludere che la comunità islamica del Chiapas non possa diventare oggetto di interesse per il jihadismo nella speranza di trovare possibili simpatizzanti da arruolare ed è lecito chiedersi cosa ci facesse il cittadino statunitense Mohammed Azharuddin Chhipa a Huehuetan, nei pressi del confine col Guatemala. Chhipa era infatti nella “blue notice” dell’Interpol dopo una segnalazione dell’Fbi che lo indicava come divulgatore di materiale islamista radicale e jihadista.