L’esercito turco entra in Siria. L’offensiva di Recep Tayyip Erdogan, definita (non senza ironia) “Sorgente di pace”, è la terza campagna militare delle forze armate di Ankara nel settentrione siriano. Un’offensiva che ha lo scopo di annientare le forze curde dello Ypg a sud della frontiera turca per creare quella zona cuscinetto che, nella strategia del leader turco, si traduce nella creazione di un’area senza curdi e con la possibilità dell’inserimento dei rifugiati siriani più affini culturalmente e politicamente alle strategie di Erdogan. Costruendo, nello stesso tempo, un’area controllata dalla Turchia e che allontani la possibilità che altre forze Nato e occidentali partecipino alle operazioni.

Tutto torna nello scacchiere turco. Ma c’è un’incognita, estremamente pericolosa, che può cambiare radicalmente non solo il corso degli eventi, ma anche la percezione di questa ennesima avanzata della mezzaluna in Siria: lo Stato islamico. Piegato, ma non scomparso, l’Isis è come un mostro rinchiuso nella sua piccola gabbia tra le sabbie siriane, che può uscire fuori da un momento all’altro. Con migliaia di miliziani di Daesh imprigionati proprio da quei curdi che hanno subito il “tradimento” trumpiano, oggi lo Stato islamico può tornare a ruggire, con i campi di prigionia del Kurdistan che ribollono di risentimento, odio, senso di vendetta e soprattutto preparazione alla più spietata delle guerre.

Quei 10mila terroristi che oggi sono ammassati nei campi di prigionia curdi possono tornare a sperare. Lo facevano prima, grazie all’evidente impossibilità delle milizie Ypg di controllare prigioni vastissime con numeri che metterebbero a repentaglio la capacità di controllo e monitoraggio di qualsiasi Stato occidentale. E lo fanno oggi, quando gran parte delle forze curde deve disporsi in trincea per resistere alla pioggia di fuoco di Ankara e dalle incursioni delle milizie filo-turche unite dalla bandiera dell’Esercito siriano libero. Milizie in larga parte fondamentaliste, di chiara matrice islamista, che per anni hanno imperversato soprattutto nel nord della Siria, dal cantone di Idlib fino a quello di Afrin: altro bastione curdo che Erdogan ha voluto “liberare” dalla minaccia con l’operazione Ramoscello d’ulivo.

Lo Stato islamico aspetta. E nel frattempo colpisce. Le sacche nere presenti ancora in piccole aree della Siria sanno di avere a disposizione un’occasione quasi unica, liberandosi dei curdi e soprattutto trovando man forte proprio da quelle milizie jihadiste che si mescolano, inevitabilmente, ai miliziani rimasti nei territori dove è ancora presente l’ombra del Califfo. A Raqqa, nelle stesse ore in cui la Turchia sfondava il confine, alcuni terroristi hanno colpito colpito le aree controllate dalle forze curdo-arabe. Mentre sempre lo Stato islamico ha colpito a Mansura, sempre nel governatorato di Raqqa, mentre sui social network si parla di alcuni terroristi, in larga parte donne, che sono fuggiti dal campo di Al Hol dove sono detenuti migliaia di terroristi e famiglie di jihadisti. Mentre più a sud, a Homs, lo Stato islamico ha annunciato la morte di 17 miliziani pro-Assad, tutti appartenenti alle Forze Quds. Sempre ieri, l’Isis ha poi bombardato con colpi di mortaio il quartier generale delle milizie filo-iraniane a Deir Ezzor.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

Lo Stato islamico attacca, anche se a piccole dosi. Ma è soprattutto il sonno del mostro a inquietare i sonni dell’Occidente. E deve preoccupare tutti, soprattutto perché il collegamento tra jihadismo, Turchia, milizie islamiste e flussi di rifugiati non è mai finita.

Il primo problema riguarda l’oscuro e mai risolto legame tra Turchia e Daesh, che adesso, con l’occupazione della regione dove sono detenuti i jihadisti, potrebbe avere di nuovo nel suo territorio migliaia di miliziani. Erdogan non ha mai chiarito i collegamenti della sua amministrazione con il Califfato. La cosiddetta autostrada del jihad, che passava attraverso il territorio turco, è stata per anni una delle maggiori fonti di sostentamento di Daesh.

Il traffico illegale di carburante siriano in mano ai terroristi ha avuto per anni come meta finale i porti del sud della Turchia. E il confine tra Siria e Turchia (ma anche tra Iraq e Turchia) è stato per anni il centro nevralgico di numerosi traffici illegali di petrolio che vedevano un traffico che, a detta dell’intelligence russa, coinvolgeva anche alti funzionari di Ankara. Quelle accuse c’erano e non sono mai cadute. Così come non sono scomparsi i video con cui il governo russo mostrò al mondo le carovane di petrolio di contrabbandando sottratto ai siriani e agli iracheni e portato attraverso il nord della Siria e il sud della Turchia. Quella sottile linea di confine dove ile forze armate turche, insieme alle milizie alleate, stanno colpendo i curdi. Infine, come ricordato da Guido Olimpio per il Corriere.it, non è da dimenticare il ruolo svolto dalla Turchia nel finanziamento dello Stato islamico. Nel territorio anatolico, l’apparato finanziario del Califfato ha trasferito ingenti quantità di denaro grazie al sistema hawala. Questi soldi sono considerati le riserve auree dell’Isis: e adesso potrebbero riapparire.

Il problema a questo punto è cosa possa significare la fusione tra i campi di prigionia curdi con i detenuti islamisti e l’arrivo delle forze turche. Ankara ha colpito proprio uno dei campi di prigionia curdi e Erdogan ha ribadito che la sua “Sorgente di pace” ha come obiettivo tutto ciò che lui considera terrorismo: milizie curde e Daesh. Una strana fusione che ha senso per Erdogan ma non per il mondo occidentale, visto che i curdi li ha sostenuti mentre lo Stato islamico è il nemico. Un’eguaglianza inquietante che però sembra di facciata, proprio perché i legami fra entità turche e Isis non sono mai scomparsi. E perché Erdogan sa come usare l’orda di terroristi come arma sia contro i suoi avversari in Medio Oriente che come ricatto nei confronti dell’Europa, dal momento che questi jihadisti possono essere foreign fighters di rientro, combattenti in altre aree di crisi (vedi Libia) oppure semplicemente “rifugiati” da far arrivare nel Vecchio Continente. Trump ha detto una frase- una delle tante – sui combattenti dell’Isis: “Adesso la Turchia è responsabile perché tutti i combattenti dell’Isis catturati restino in prigione e che l’Isis non risorga sotto alcuna forma. Ci aspettiamo che la Turchia rispetti tutti i suoi impegni e noi continuiamo a monitorare la situazione da vicino”. Il problema è capire cosa significa.