Occhi color nocciola incorniciati dal velo. Lo Stato islamico sceglie – per la primavolta –  una portavoce femminile nel suo ultimo video di propaganda. Nel breve documento, intitolato “Fondazione dell’Eufrate”, una jihadista non identificata – camuffata sotto il burqa – incoraggia le donne a partire per  l’autoproclamato Stato islamico. La stampa la ribattezza subito con il nome di Jihadi Jane ed è probabilmente stata scelta tra le circa cento “pretoriane” inquadrate nella famigerata brigata al-Khansa.

E’ difficile credere che questo filmato non abbia alcun collegamento con la morte di Kadiza Sultana. La studentessa diciassettenne della Bethnal Green Academy scappata dall’East London insieme a due compagne di scuola – entrambe minorenni – per unirsi alle bandiere nere nel 2015. Anche il viso di Kadiza, catturato da una telecamera di sicurezza dell’aeroporto di Gatwick mentre s’imbarca per Istanbul assieme alle amiche, aveva fatto il giro del mondo. Kadiza è morta lo scorso 16 agosto sotto i pesanti bombardamenti con cui i caccia russi hanno investito Raqqa. La notizia della sua scomparsa è stata ripresa dai quotidiani occidentali assieme alle confessioni che la giovane aveva affidato a sua sorella Halima nel corso di una telefonata. La sposa inglese di Isis voleva scappare.

La replica delle bandiere nere non si fa attendere. La prontezza con cui la macchina comunicativa di Baghdadi sfrutta l’immagine di Jihadi Jane per rilanciare quel modello di Califfato a misura di donna in cui credeva anche Kadiza, apre il campo ad alcune riflessioni sul ruolo che, proprio le donne, si sono ritagliate all’interno del sedicente Stato islamico.

Dal 29 giugno 2014, giorno in cui Baghdadi proclama il “Dawlah al Islamya” (Is), sono circa 550 le donne occidentali che sposano la visione del Califfato universale. Negli ultimi due anni si sentirà parlare sempre più spesso di jihad al-Nikah o jihad del sesso. Accanto a questa forma di prostituzione in chiave ideologica compare presto una sorta di “agenzia matrimoniale”. Ad al-Bab, una cittadina a nord est della città di Aleppo, apre persino un ufficio che agevola i matrimoni con i miliziani.  Da semplici “spose del jihad” – come Kadiza Sultana – le donne diventano ben presto ingranaggi chiave della propaganda e del reclutamento delle altre donne, fino ad arrivare a svolgere ruoli operativi e compiti di polizia, sinora appannaggio degli uomini.

Per le strade di Tripoli, racconta una studentessa di medicina a Il Corriere del Sera, le donne dei miliziani “girano in auto presso le scuole superiori e avvicinano le ragazze vestite col velo integrale per invitarle a stare con i militanti dell’Isis”. Ma non solo. Sempre in Libia, nei giorni scorsi Isis mette a segno nove attacchi kamikaze. In un solo giorno, a Sirte, esplodono due autobombe, una moto bomba e tre attentati suicidi a piedi. A indossare le cinture esplosive ci sono anche tre ragazze. “Per la prima volta l’Isis ha inviato donne kamikaze che hanno cercato di introdursi nel quartiere 2”, conferma Mohamed al Ghasri portavoce delle forze fedeli al governo di unità nazionale libico di Fajez al Sarraj.

Non sono pochi gli episodi che – in questi giorni – rivelano un radicale stravolgimento della prospettiva di genere che guarda sempre più insistentemente alle jihadiste come figure cardine della resistenza nera. Secondo Katherine Brown, esperta di Studi Islamici al King’s College di Londra, le donne sono l’ingrediente chiave per la sopravvivenza dello Stato islamico. “Le donne – spiega l’esperta – consentono all’organizzazione di crescere e di essere sostenibile”. Chiamarle a raccolta ora, in questo modo, sembra fotografare il tentativo disperato di dare nuova linfa al Califfato, spazzato via da Falluja e Majib. Pesantemente assediato a Raqqa ed Aleppo. Soffocato a Sirte.

Ma la “crisi del Califfato” è ben descritta dai resti delle cinture esplosive di Sirte. La legge coranica, infatti, distingue nettamente i compiti degli uomini da quelli delle donne. A queste ultime è precluso il coinvolgimento militare se non in via sussidiaria rispetto agli uomini che, sempre più spesso, disertano o scelgono di collaborare.