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Muoversi nel caos libico è impresa ardua. Chi comanda Isis lì e perché Al Baghdadi ha deciso di trasferire i quadri del movimento jihadista a un passo dall’Italia? Nelle ultime ore si fa sempre più insistente la possibilità di un intervento militare sul suolo libico. Ma come attuarlo? Si useranno solamente raid aerei per supportare le forze speciali oppure si manderanno truppe (e parecchie) a combattere contro i terroristi?

Per comprendere l’importanza della Libia nella visione dello Stato islamico bisogna ripercorrere la storia degli “investimenti” che Al Baghdadi ha fatto in questo Paese. Innanzitutto ha mandato Abu Nabil al Anbari, veterano del jihad, ucciso il 14 novembre scorso vicino a Derna. Nell’estate del 2014 l’Isis sta avanzando su tutti i fronti in Iraq e pensa addirittura ad un’avanzata su Baghdad. L’esportazione del “brand” Isis in Siria nel 2011 è stata praticamente un fallimento, come spiega Il Foglio. Al Baghdadi manda sette dei suoi uomini più fidati in Siria “perché fondassero una succursale siriana, ma con un nome diverso per coprire – fino a quando fosse stato il momento giusto per la rivelazione – a chi facesse capo la nuova fazione. I sette crearono in effetti un gruppo di successo, Jabhat al Nusra, ma nel 2013 ripudiarono Baghdadi, rifiutarono di essere considerati la filiale siriana dello Stato islamico e si piazzarono sotto l’autorità di Al Qaida, creando la spaccatura più guerreggiata della storia dei gruppi jihadisti”.

A questo punto Al Baghdadi non può più fare errori e deve trovare un uomo fidato. Ed è qui che entra in gioco Abu Nabil al Anbari. Il suo nome compare per la prima volta nel luglio 2014, come racconta Il Foglio: “Il governo iracheno ha messo le mani sul laptop di Abdulrahman al Bilawi, il capo dei capi militari dello Stato islamico ucciso dai curdi a inizio giugno, il quotidiano Telegraphci arriva per primo e pubblica lo schema inedito della catena di comando e pubblica lo schema inedito della catena di comando del gruppo di Baghdadi. Lì il nome di Abu Nabil al Ambari compare con il titolo: Wali di Salaheddin, quindi governatore della provincia dell’Iraq più cara ai sunniti nostalgici di Saddam Hussein, quella che include anche Tikrit, luogo di nascita del rais”.

In passato al Anbari è stato un ex ufficiale della polizia di Saddam, poi è entrato a far parte di Tawhid wal Jihad. Nel 2004 ha conosciuto Al Baghdadi nella prigione di Camp Bucca e ne è rimasto folgorato. Dieci anni più tardi il Califfo ripaga la sua fiducia e lo manda in Libia, dove prende il nome di Abu al Mughirah al Qahtani. C’è sempre lui dietro le minacce della cellula libica dello Stato islamico all’Italia. Non solo. Al Anbari è un uomo di una ferocia inaudita. Desidera il sangue e lo dimostra anche nei video dell’orrore diffusi dai media dell’Isis. Lo si vede uccidere almeno sette persone nel massacro di Camp Speicher, “l’eccidio – come spiega Il Foglio – che ha segnato la storia dell’Iraq: lo Stato islamico cattura millecinquecento reclute irachene, lascia andare quelle sunnite, porta quelle sciite all’interno della tenuta di Saddam Hussein a Tikrit e le uccide sulla sponda ovest del fiume Tigri. È una delle rare volte in cui si vede un leader del gruppo partecipare di persona alle atrocità”. È lui a sparare alla nuca di un giovane soldato sciita che cerca di salvarsi dicendo di essere sunnita. Poi lo getta in una scarpata. Ma c’è un altro Al Anbari nella storia dello Stato islamico in Libia. Omonimi, ma diversissimi. Il primo, quello ucciso dagli americani il 14 luglio scorso, come lo definisce Il Foglio, è un “enforcer”, “uno che impone la propria volontà e fa rigare dritti”, mentre il secondo è un diplomatico, uno capace di tessere relazioni e alleanze politiche. È lui a fare la spola con i movimenti anti Assad fino alla rottura del gennaio 2014. È lui a stringere alleanze con i jihadisti libici. Lo scorso anno, come ricorda Il Foglio, gli uomini dello Stato islamico in Libia erano 300. Oggi sono 3mila. Il lavoro di Al Anbari sembra quindi funzionare. Ed è per questo che l’amministrazione americana, in collaborazione con l’intelligence italiana, sta cercando di strappare alleanze alle fazioni libiche. Per ora la partita libica si gioca sul piano della diplomazia. Ma presto potrebbero arrivare le bombe.

Questo il quadro generale della storia dello Stato islamico in Libia. Ma a Sirte la partita si fa più dura per i miliziani di Isis. Da una quindicina di giorni i jihadisti sono bersagliati da un misterioso cecchino che è riuscito pure ad eliminare tre leader dello Stato islamico in Libia. Come racconta Il Foglio, “il 14 gennaio è stato ucciso Abu Anas il sudanese, davanti a una clinica vicino al lungo mare. Il 19 è stato colpito alla testa Abu Muhammad al Dernawi, un leader che faceva la spola tra Sirte e Bin Jawad, ultima conquista dello Stato islamico in Libia (…). Il 24 è stato ucciso Abdallah Hamad al Ansari (…), un capo che come al Dernawi prima di passare allo Stato islamico faceva parte di Ansar al Sharia”. C’è chi pensa che dietro le pallottole ci sia la mano di un ex membro delle forze speciali. La sua identità è avvolta nell’ombra. Gli vengono attribuite almeno 30 uccisioni di membri dell’Isis. Non ha un nome. Ma è già l’incubo dei terroristi.

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