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Prima Nizza, poi Vienna. In poco più di una settimana, il terrorismo è tornato a colpire un’Europa piegata dall’emergenza Covid-19. Lo Stato islamico – e i suoi lupi – sono tornati tra noi. Per cercare di comprendere di più ciò che sta accadendo attorno a noi, abbiamo rivolto qualche domanda a Filippo Spiezia, vicepresidente di Eurojust, l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale, e autore di Attacco all’Europa. Un atlante del crimine per comprendere le minacce, le risposte, le prospettive (Piemme).

Eravamo convinti che il terrorismo fosse ormai una cosa passata, ma le ultime settimane ci hanno dimostrato il contrario. Come mai? 

Ritengo che forse ci sia stata, negli ultimi mesi, una percezione al ribasso della minaccia terroristica, non del tutto corrispondente all’entità di quanto stava, purtroppo, ancora accadendo. Probabilmente l’attenzione è stata catalizzata, anche dal punto di vista della comunicazione, dall’emergenza sanitaria. Se tuttavia consideriamo il versante strettamente operativo, posso affermare che non abbiamo mai smesso di occuparci di richieste formulate dalle autorità giudiziarie italiane e straniere per supportare e coordinare indagini in materia di terrorismo nel contesto europeo. Se, dal piano delle singole procedure, si passa a quello più generale, dell’analisi del fenomeno, i dati raccolti dalle agenzie (Eurojust, Europol), confermano che la minaccia terroristica non è mai venuta meno. Ad esempio, nel 2019 sono stati registrati a livello europeo ben 119 attacchi terroristici di cui 21 riconducibili a gruppi estremisti e radicalizzati islamici. Tutto questo si è accompagnato anche ad un’evoluzione della minaccia terroristica. Come ho più volte ho avuto occasione di sottolineare, anche nel mio saggio Attacco all’Europa, i fattori di crisi che abbiamo conosciuto nel 2015 e che hanno determinato una ri-sorgenza del fenomeno a partire da quell’anno, con i sanguinari attacchi che hanno tanto  sgomentato l’opinione pubblica europea, sono ancora tutti quanti in piedi. Segnalo, tuttavia, che dopo la disarticolazione territoriale e militare di Isis e la perdita dell’ultimo avamposto del “Califfato” nel marzo del 21019, la prospettiva strategica ed operativa di quest’ultima è cambiata.

Si spieghi meglio, per favore. Cosa sta succedendo all’Isis?

L’Isi continua a costituire una grave minaccia per l’Europa, in Medio Oriente, nel continente africano ed in vari avamposti in Asia. Essa oggi non mira più ad affermare il “Califfato” , con la rivendicazione di un contesto territoriale in cui esercitare anche forme di governo in senso stretto, ma tende piuttosto a portare avanti una visione strategica fondata sul concetto di guerriglia. Nei vari documenti che l’Isis lancia sui social network per incitare alla jihad, si invoca la necessità di portare avanti una “guerra di attrito” contro il nemico occidentale, attaccando progressivamente bersagli ben selezionati. Rimane poi ferma, nella strategia di ISIS, la c.d. chiamata individualizzata attraverso il web nei confronti di lupi solitari, affinché soggetti già radicalizzati o semplicemente  simpatizzanti di Isis, si organizzino con le forme e le modalità più disparate –  da quelle più semplici, con il confezionamento di ordigni rudimentali ovvero con l’uso di coltelli, fino a quelle più articolate, strutturate e pianificate, come l’ultimo caso di Vienna sembrerebbe dimostrare – per perpetrare nuovi attacchi nei paesi occidentali.

E questo senza considerare lo scenario internazionale…

Esatto. Ci sono altri eventi sullo scenario internazionale che concorrono a determinare un contesto favorevole alla ripresa del fenomeno. Si consideri, ad es.  il ruolo svolto da parte delle forze curde che stanno registrando una certa difficoltà nel trattenimento di migliaia di donne siriane nei campi di Al Hol, uno dei compound  gestiti anche dalla Croce Rossa internazionale, dove sono trattenuti i familiari di soggetti vicini ad Isis (donne e minori). Qui persone fortemente radicalizzate provano a fare ritorno nei paesi europei. Si registrano, poi, i rigurgiti di Isis che inneggia all’azione armata in seguito alla normalizzazione dei rapporti fra Israele e i Paesi arabi dell’area del Bahrain. Questi eventi vengono usati come elementi di forte propaganda nella comunicazione mediatica attivata sul web. Si registrano, poi, alcune minori conquiste territoriali di Isis in alcune aree del continente africano ed il mantenimento di cellule nascoste in Iraq e Siria. Tutto ciò dimostra che non siamo in presenza di una disarticolazione definitiva dell’organizzazione terroristica in questione, che adesso tende  ad assumere la configurazione di network e preferisce inabissarsi. Essa più che mai cerca di raggiungere tutti gli aderenti e simpatizzanti nei Paesi occidentali attraverso i social media e le comunicazioni che vengono inoltrate attraverso gli online service providers. Il fenomeno, dunque, nella sua attuale evoluzione, non ci lascia tranquilli e invita tutti a non abbassare la guardia.

Cosa sta facendo l’Europa per arginare la minaccia islamista?

Dobbiamo distinguere due livelli di intervento: la dimensione strategica e quella più strettamente operativa. Per quest’ultima, vi è un’azione che non è mai cessata  delle agenzie europee. Europol, con la sua sezione antiterrorismo, monitora 24 ore su 24 i social media per intercettare i contenuti di propaganda o apologetici che inneggiano all’azione terroristica, segnalandoli di volta agli internet service provider che ospitano la comunicazione, affinché questa venga prontamente rimossa. Qui però si individua una perdurante falla nel sistema, perché la rimozione avviene ancora su base volontaria da parte del gestore dell’infrastruttura telematica. Nel 2018 la Commissione ha promosso un’iniziativa per introdurre una nuova normativa europea in grado di imporre la rimozione entro 24 ore di tutti i contenuti che inneggiano all’Isis. Tale normativa, davvero molto utile, non  è stata ancora adottata. Eurojust continua a gestire il registro europeo antiterrorismo, un’iniziativa avviata nel 2018 che è di fondamentale importanza per le esigenze del coordinamento investigativo, ma anche per i positivi effetti preventivi rispetto a nuovi attacchi, effetti che potrebbero conseguirsi attraverso il sistematico incrocio dei dati e la loro condivisione. Ci sono  dati di intelligence e quelli giudiziari. Noi, ad Eurojust, ci occupiamo dei dati giudiziari.

I Paesi europei collaborano?

Purtroppo si registrano ancora alcune resistenze da parte di alcuni Paesi membri: un’ indagine giudiziaria per fatti di terrorismo, in collaborazione con Eurojust, obbligherebbe a condividere tutti i dati, e non solo nei casi di indagini che presentano già in partenza delle implicazioni transnazionali. Se sul cellulare di un soggetto trovo delle immagini che fanno presupporre che si stia pianificando un attentato in Spagna piuttosto che a Berlino, allora è assolutamente necessario avvisare subito le competenti autorità tedesche o spagnole. E questo certamente avviene. Noi riteniamo che questo non basti. È necessario ricevere e centralizzare le informazioni al di là del fatto che siano evidenti, immediatamente, collegamenti con altri Paesi perché. Spesso, infatti, è solo mettendo insieme i dati che possono emergere connessioni che sfuggono ad una prospettiva meramente nazionale. Su questo punto, sul quale la posizione italiana in ambito Eurojust è chiara, purtroppo ancora non tutti ci seguono. Noi abbiamo rilanciato l’appello affinché tutte le autorità giudiziarie di tutti i Paesi membri, non adottino una interpretazione riduttiva dello scambio informativo e siano tutti coinvolti attivamente in questo meccanismo, che potrebbe determinare un reale cambiamento di prospettiva sul terreno della lotta al terrorismo. Questo sul piano operativo. Sul piano normativo e più generale, la Commissione europea ha promesso entro l’anno il lancio di una proposta aggiornata per rafforzare la risposta al terrorismo internazionale, sia per completare il quadro normativo – come nel caso della nuova direttiva per la immediata rimozione dei siti e dei contenuti online che inneggiano al terrorismo – sia per completare il quadro europeo sullo scambio di informazioni, per integrare tutte le agenzie di intelligence. Ciò consentirà che, quando si cercano informazioni relative a un soggetto, si possa accedere immediatamente a tutte le informazioni disponibili e tutta la sua eventuale storia criminale – qualora il soggetto sia già stato segnalato dalle autorità di frontiera o di prevenzione – possa essere nota a chi di competenza in tempi rapidi. È dunque davvero necessario avere una conoscenza  integrale,  a 360 gradi, del profilo dei soggetti che attraversano le frontiere dell’Europa. Gli ultimi eventi, in Francia ed a Vienna, potranno accelerare i  progetti in corso.

In Europa abbiamo (e stiamo) assistendo a due tipi diversi di attacchi: quelli dei lupi solitari e quelli dei commando. Ce ne sono altri? 

Lo schema da lei delineato è valido per grandi linee, ma naturalmente bisogna considerare che ci possono essere molte più articolazioni e sfaccettature. Se andiamo ad esaminare i vari attacchi che sono stati portati a segno a partire dal 2015, a partire dalla vicenda del Bataclan, notiamo che vi sono state azioni condotte da gruppi ben preparati e addestrati ed eterodiretti da Isis. Li vi era un collegamento operativo con le centrali del terrorismo operanti all’estero. Abbiamo poi registrato casi che hanno visto l’operatività di gruppi che si sono organizzano direttamente all’interno dei singoli Stati membri, o perché già auto-addestrati in Siria e poi rientrati in Europa, come nel caso dei foreign fighters di ritorno,  ovvero di soggetti che hanno avuto modo di radicalizzarsi e prepararsi alla Jihad attraverso il web, restando nelle loro case, nelle viarie città europee. Si tratta dei casi dei lupi solitari: questi  agiscono improvvisando la loro preparazione bellica, apprendono sul web le necessarie forme di addestramento. I modelli operativi sono dunque vari. Il comune denominatore è che si tratta di soggetti che rispondono alla chiamata individualizzata di Isis per un attacco contro civili e bersagli  europei. A proposito dei foreign fighters, le forze della coalizione internazionale hanno arrestato vari i soggetti occidentali che si sono spostati in territori di guerra a fianco di Isis. Su circa 6mila foreign fighter, un terzo è stato ucciso, un terzo è rimasto nella regione o è fuggito altrove e si stima in circa 2mila il numero delle persone hanno cercato di fare  ritorno in Europa o in paesi limitrofi. Si sono tuttavia verificate  difficoltà operative ed anche giuridiche nella collaborazione giudiziaria e non sempre è stato possibile – come richiesto dalle autorità americane – riprendere il controllo su tutti questi soggetti per assicurarli all’autorità giudiziaria. In questo contesto rimane essenziale l’azione di prevenzione, perché se è verso in molti casi si tratta di soggetti sconosciuti, in altri si tratta di soggetti che hanno già un percorso criminale, come è dato comprendere in relazione all’ultimo attacco a Vienna. In tali casi l’azione preventiva di  monitoraggio è fondamentale. Dal nostro osservatorio, l’attenzione che le autorità italiane hanno portato avanti  in questi anni, rispetto a possibili target vicini a Isis, è stata davvero massiccia ed encomiabile. Ciò è accaduto specie negli ambienti ove più facilmente possono svilupparsi fenomeni di radicalizzazione, anche con la collaborazione delle comunità islamiche moderate. Si è trattato di un grande lavoro di cui va dato atto alle nostre autorità di prevenzione e di intelligence, che ha richiesto molte risorse. Credo che i risultati si siano visti.

Prima Isis, per portare a compimento un attentato, spostava grandi quantità di denaro. Ora che succede?

Il finanziamento delle attività di terrorismo è sempre più o meno presente anche nelle forme più rudimentali di attività. Si tratta, infatti, di organizzare vie di fuga, assemblare e preparare materiali per l’attacco, preparare o comprare documenti falsificati. L’investimento per l’organizzazione un attentato varia dunque a secondo del grado di complessità. Più è strutturato e sofisticato è lo schema operativo, maggiore  sarà il supporto finanziario di cui si necessita. Nei casi dei lupi solitari che si addestrano online, la necessità di investimento finanziario è di minore entità. Nei grandi attentati, ovviamente, gli importi per coprire la “logistica”  e  la fase esecutiva sono maggiori. I finanziamenti per lo più avvengono attraverso circuiti fiduciari con lo spostamento di denaro non attraverso il sistema bancario ufficiale, ma attraverso società o semplici agenti che fanno trasferimenti di denaro in maniera informale, sulla base della fiducia, i cosiddetti sistemi degli hawala gifter. È questa la modalità che si sta adoperando per finanziare il ritorno di foreign fighter nei territori europei o dei loro familiari. Le esigenze di finanziamento del terrorismo possono essere, dunque, di diversa natura e spesso si accompagnano alla commissione di diversi reati.

Nel caso di Nizza l’attentatore prima di arrivare in Francia era sbarcato a Lampedusa. I gruppi terroristici possono quindi infiltrare i loro uomini tra i migranti?

Non è stato il primo caso, purtroppo, in cui i gruppi terroristici utilizzano le rotte illegali dell’immigrazione per poter penetrare i confini europei e poi spostarsi nei luoghi dove ritengono mettere in atto le loro attività criminali. In presenza di una perdurante crisi migratoria, è obiettivamente difficile poter intercettare tutte le situazioni di transito a rischio. Ciò richiederebbe l’attuazione di una prospettiva collaborativa e uno scambio informativo con i Paesi di provenienza di tutti i migranti irregolari, che è ben lungi dal potersi realizzare. In diverse situazioni sono emerse difficoltà per risalire e ricostruire eventuali profili criminali dei soggetti poi rivelatisi pericolosi fiancheggiatori di Isis. Sarebbe invece fondamentale poter conoscere subito i loro precedenti, i rapporti con eventuali complici o con altri fiancheggiatori che operano nei loro territori di origine. I Paesi dell’area africana hanno sistemi giuridici completamente diversi dai nostri, spesso influenzati dalla stessa tradizione islamica. Pensiamo alla Costituzione dell’Egitto o di altri Paesi africani. Da qui la difficoltà per i Paesi europei di avere degli scambi informativi sui soggetti ritenuti pericolosi. Ancora più a monte, la questione è legata alla gestione dei flussi migratori. Non si può pensare di intercettare il pericolo senza governare meglio il fenomeno. Le organizzazioni operative nella tratta del traffico di essere umani sfruttano la perdurante condizione di bisogno di coloro che debbono scappare dai paesi d’origine  e desiderano spostarsi nei Paesi europei. Finché non saremo in grado, come Europa, di dare una risposta strutturata che individui rotte legali, con la suddivisione di quote per coloro che potranno trovare ingresso nei nostri territori, unitamente alla ridefinizione degli Accordi di Dublino, lasceremo la gestione del traffico nelle mani delle organizzazioni criminali. Occorre una nuova governance europea dei fenomeni migratori. Su questo sono lieto che la presidente della Commissione europea abbia annunciato nelle scorse settimane un pacchetto di iniziative di riforma su questa questione. Speriamo che, alle buone intenzioni della Commissione, si accompagni anche una precisa volontà degli Stati membri. Gli aspetti normativi e politici vengono decisi dai singoli Stati membri nel Consiglio dell’Unione europea, insieme al Parlamento europeo. Quindi, l’iniziativa e la volontà politica degli Stati membri rimane fondamentale.

Ha collaborato Martina Piumatti