Sono le tracce di un passato che non passa. Sulle mappe sono semplici chiazze nere affacciate tra il governatorato di Homs e quello di Deir Ez-Zor. Asettiche, come se si trattasse di un videogioco. Nere, come se fossero dei buchi dei quali si sa poco o nulla. Eppure rappresentano l’Isis, quello che, fino a non troppi anni fa, era lo Stato islamico che, dopo aver abbattuto i confini nati al termine della Prima guerra mondiale con gli accordi di Sykes-Picot, si estendeva tra Siria e Iraq, con filiali in Libia e nell’Africa più profonda. Oltre a lupi solitari pronti ad agire per conto proprio, oppure sotto il comando di Raqqa o di Mosul. Una rivoluzione geopolitica. Un sogno diventato realtà per migliaia di musulmani. Un incubo per l’Occidente, più volte colpito nelle sue capitali, soprattutto tra il 2015 e il 2017, in quello che è stato l’apogeo dello Stato islamico. Ora restano solo piccole tracce del Califfato. Attacchi e perdite eccellenti che, però, ci ricordano che i suoi uomini – tra i cinque e i settemila, secondo recenti stime – esistono ancora.

Oggi il Comando centrale Usa, Centcom ha annunciato di aver eliminato Khaled Aydd Ahmad al-Jabouri, considerato il “responsabile della pianificazione di attacchi dell’Isis in Europa”. Per gli americani, si priverà “temporaneamente” l’Isis della “capacità di organizzare attacchi all’estero”. Ciò che colpisce di questo omicidio mirato è che non è stato compiuto là dove, sulle mappe, è presente l’Isis ma nel governatorato di Idlib, la roccaforte ribelle nel nord ovest della Siria. Come nota Abc News, “l’attacco è stato l’ultimo di una serie compiuta negli ultimi anni contro militanti legati ad al-Qaeda e alti membri dello Stato islamico nella Siria nord-occidentale. La maggior parte delle persone uccise dagli attacchi statunitensi nella provincia di Idlib, controllata dai ribelli negli ultimi anni, erano membri di al-Qaeda, del ramo di Horas al-Din, che in arabo significa ‘Guardiani della religione’. Il gruppo include membri irriducibili di al-Qaeda che si sono staccati da Hayat Tahrir al-Sham, il più forte gruppo di ribelli nella provincia di Idlib”.

Solamente nel mese di febbraio, un drone aveva eliminato altri due membri di spicco dei ‘Guardiani della religione. Un doppio significato. Il primo: nella provincia di Idlib sono diversi gli elementi giudicati pericolosi dagli Stati Uniti, tanto che vengono eliminati con determinazione e costanza. Il secondo: è lì che i gruppi terroristi, Al Qaeda e Isis in primis, si stanno rifugiando e riorganizzando. Con buona pace di una certa narrazione che vedrebbe nella provincia di Idlib il centro dell’opposizione democratica che si oppone a Bashar al Assad. Non è così. E basta vedere dove sono stati ammazzati i più importanti leader dell’Isis, a cominciare dal primo califfo: Abu Bakr al Baghdadi. Era il 27 ottobre del 2019 quando il leader dello Stato islamico venne ammazzato, in un’operazione militare Usa (anche se alcune fonti dicono che si sia fatto saltare in aria), nel villaggio di Barisha, mille anime in tutto, a soli cinque chilometri dal confine turco. Al suo posto viene nominato Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi. Tre anni alla guida dell’organizzazione terroristica e poi anche lui viene eliminato, sempre nella provincia di Idlib, in un’operazione delle forze speciali americane il 3 febbraio del 2022. Sorte diversa per Abu al Hasan al Hashimi al Qurashi, morto nel dicembre dello stesso anno mentre, probabilmente, durante una battaglia contro l’Esercito siriano libero. Ora la guida dell’organizzazione terroristica è affidata a Abu al-Hussein al-Husseini al-Qurashi, di cui sappiamo poco o nulla.

Pensare che l’Isis sia sconfitto è un’illusione. Cambierà nome. Cambierà obiettivi. Ma forse, più che cercare i suoi seguaci (e soprattutto i suoi leader) nei deserti nell’est della Siria, sarebbe meglio guardare a Idlib. Il nuovo santuario del jihad internazionale.

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