Le indagini puntano sull’azione di un lupo solitario, un terrorista con passate simpatie jihadiste che al tempo stesso però sembra aver voluto agire senza appoggi e senza supporti di gruppi integralisti. Ecco le ultime novità sull’attentato che oltre a causare quattro vittime, manda nel panico l’intero Libano. L’episodio accade a Tripoli, città omonima della capitale libica e centro tra i più importanti del nord del paese dei cedri. A cadere sotto i colpi di un ex affiliato all’Isis sono due poliziotti e due soldati.

La dinamica dell’attentato

Tripoli da sempre è uno snodo cruciale a livello politico e culturale per il Libano: fulcro della componente sunnita del paese, al tempo stesso la città (la seconda più grande dopo Beirut) ospita una minoranza cristiana ed un’importante roccaforte alauita, il ramo dei musulmani sciiti a cui appartiene il presidente siriano Bashar Al Assad. Quando dunque accade qualcosa di grave a Tripoli, è l’intero Libano repentinamente a drizzare le orecchie ed a puntare i riflettori su questa zona.

Ecco perchè quando si diffonde la notizia di un attentato che lascia sull’asfalto quattro morti tra le forze di polizia e di sicurezza, nel paese dei cedri contestualmente inizia a serpeggiare non poca paura. Tutto avviene nella giornata di martedì:  Abdel Rahman Mabsut, questo il nome del terrorista identificato dagli inquirenti libanesi, attacca in modo deliberato edifici e simboli delle forze dell’ordine che gli capitano a tiro. La sua azione inizia lanciando una bomba assordante contro un posto del blocco dell’esercito, che attira poco dopo una pattuglia della Polizia accorsa sul luogo dopo l’esplosione. Gli agenti, giunti sul posto, vengono raggiunti dai colpi d’arma da fuoco del terrorista e due di loro rimangono uccisi.

Mabsut riesce a scappare ed attacca analogamente una caserma dell’esercito, dove ingaggia uno scontro a fuoco con alcuni militari. Uno di loro rimane ucciso, mentre il terrorista riesce nuovamente a scappare ed a nascondersi in un edificio alla periferia di Tripoli. Raggiunto dalle forze di sicurezza, uccide un altro soldato durante un altro scontro a fuoco, prima di farsi esplodere una volta intuito di essere braccato.

La reazione del Libano

Come detto, le indagini puntano sul fatto che Mabsut abbia agito da solo. Controllato da anni, considerato pericoloso e sospettato anche di aver combattuto in Siria tra le fila dell’Isis, il terrorista tra le altre cose viene identificato come un soggetto mentalmente disturbato e con gravi problemi psichici. Ma al di là degli aspetti delle indagini, l’attentato di Tripoli contribuisce senza dubbio ad alimentare una certa insofferenza della popolazione libanese.

Nel paese dei cedri da anni si vive con il fiato sospeso: qui gli equilibri sociali e politici sono da sempre precari, la preoccupazione che qualcosa possa scatenare faide tra le varie componenti libanesi è una costante, per di più le conseguenze della guerra in Siria fanno temere maggiormente l’intera popolazione. La gran parte dei profughi siriani che scappano dalla guerra, dal 2011 si rifugia proprio in Libano. Un vero e proprio esodo, soltanto parzialmente ridimensionato a partire dal 2017, che però lascia nella società libanese profonde inquietudini.

Questo perché il governo più volte lancia l’allarme sulle sue reali possibilità di far fronte al flusso di migranti siriani. Ma anche a livello sociale, l’improvviso esodo di siriani crea più di un grattacapo: periferie ed improvvisati campi profughi vivono al loro interno gli effetti collaterali delle tensioni del conflitto civile nel paese confinante. L’attentato di Tripoli per molti potrebbe avere la funzione della fatidica goccia che cade in un vaso già colmo. Il governo di Beirut, dal canto suo, promette giustizia oltre che un rafforzamento della sicurezza. L’esecutivo guidato da Hariri stanzia intanto un risarcimento per le famiglie delle quattro vittime.