I combattenti dello Stato islamico colpevoli di aver ucciso cittadini iracheni potrebbero essere condannati alla pena capitale, secondo quanto dichiarato dal presidente iracheno, Barham Salih. Sembra incerto, al momento, il destino di centinaia di jihadisti dell’Isis, iracheni e stranieri, catturati sul campo di battaglia.

In un’intervista, rilasciata al quotidiano emiratino The National, Salih ha voluto fare chiarezza sulla posizione di Baghdad, affermando che “i foreign fighters coinvolti in casi di terrorismo sul suolo iracheno o contro i cittadini iracheni verranno giudicati secondo la legge irachena”. A scanso di equivoci, il presidente ha precisato che ciò potrebbe comportare la pena di morte per i terroristi, così come previsto dalle norme utilizzate per il processo.

Ribadendo il ruolo di primo piano assunto dall’Iraq nella guerra contro il terrorismo negli ultimi anni, Salih ha chiesto con forza ai “Paesi da cui vengono queste persone di assumersi le proprie responsabilità”. I foreign fighters rappresentano “una responsabilità internazionale” da risolvere insieme, “all’interno del giusto contesto internazionale”. “Caricare l’Iraq di questo peso”, ha aggiunto il presidente iracheno, “vorrebbe dire chiedere troppo al Paese”.

Il ruolo dell’Iraq

Sarebbero circa 800 i foreign fighters cui ha fatto riferimento il capo di stato iracheno e che sono detenuti nelle prigioni siriane, spesso con mogli e figli.

Le forze curde hanno ripetutamente chiesto ai Paesi di origine di farsene carico, riaccogliendoli in patria per processarli. Di recente, anche il presidente Trump è intervenuto sulla questione, minacciando gli Stati occidentali di liberare i jihadisti qualora non venissero rimpatriati.

La presenza dei jihadisti e dei loro familiari sul suolo iracheno costituisce un pericolo per la sicurezza del Paese, già in condizioni precarie. Per questo, il primo ministro, Adel Abdul Mahdi, ha chiesto e promesso la massima collaborazione con gli altri Stati per la gestione dei prigionieri dell’Isis.

L’Iraq e la pena capitale

In Iraq la pena capitale è legale. Secondo l’organizzazione non governativa Amnesty International, sarebbe uno dei Paesi con il più alto tasso di condanne a morte a livello internazionale. All’interno della regione Mena, il Paese manterrebbe il primato, insieme a Iran e Arabia Saudita, a tal punto che le condanne a morte eseguite in questi Paesi nel 2017 costituiscono il 92% del totale delle pene capitali nella regione.

Stando a quanto denunciato dall’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, in Iraq, le autorità perseguirebbero i presunti membri dell’Isis soltanto sulla base dei principi contenuti nella legge antiterrorismo. Questa normativa non richiederebbe l’accertamento dei crimini commessi dai singoli individui, ma soltanto la dimostrazione del sostegno o dell’appartenenza all’Isis, reato per il quale sono previste pene esemplari, dall’ergastolo all’impiccagione.

Il destino dei foreign fighters

A partire dal 2011 – anno di inizio della guerra civile siriana – tra i 3.922 e i 4.294 combattenti europei sono partiti alla volta del Siraq, per unirsi alle organizzazioni terroristiche, prima fra tutte lo Stato islamico. Di essi, solo il 30 per cento sarebbe già tornato in patria.

Se la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine, il loro rientro rappresenta tuttavia una possibile minaccia per la sicurezza nazionale.

Le loro competenze, acquisite durante la permanenza in zone di guerra, autorizzano a temere che possano continuare a diffondere l’ideologia dell’Isis in Europa, attraverso azioni di proselitismo, di raccolta fondi e di facilitazione delle operazioni terroristiche.

Così, tra i moniti dell’Iraq e i non pochi silenzi dei Paesi europei, la questione del destino dei foreign fighters resta ancora tutta da affrontare.