IMMAGINE D’ARCHIVIOMuhammad ha gli occhi rassegnati di chi pensa che non vedrà mai più la sua terra. È questo il prezzo da pagare quando vieni etichettato come “il vivandiere dei talebani”, anche se il tuo fornire cibo e medicine ai cosiddetti  insurgents avveniva dietro continue minacce di morte.La storia di Muhammad è emblematica di come, in Afghanistan, sia spesso difficile scegliere da che parte stare o, semplicemente, di non stare da nessuna parte. Lo scontro tra talebani e polizia, nella provincia di Baghlan, ha avuto di sicuro una vittima, oltre alle tante che si contano quotidianamente. La vittima è lui. Il ragazzo vive come rifugiato in Europa, poiché i talebani lo accusano di averli traditi mentre, di contro, la polizia lo ritiene colpevole di aver aiutato i jihadisti.La storia di Muhammad comincia nel 1391 del calendario islamico, cioè nel nostro 2012. E comincia come mille altre storie di ragazzi afghani: i talebani girano armati nei villaggi, bussano alle porte, chiedono di portare con sé un uomo per famiglia e, se qualcuno rifiuta, lo ammazzano.Un copione fin troppo conosciuto, nelle province in cui ancora oggi i talebani godono di ampio potere, grazie a una fitta rete di appoggi e connivenze, mai strappata nonostante anni di missioni internazionali costate “lacrime e sangue” all’Occidente.Un gruppo armato si presenta anche alla porta del padre di Muhammad, per prendere il ragazzo e portarlo in un campo di addestramento, al fine di trasformarlo in un combattente del Jihad, un uomo pronto a sacrificare la vita contro gli “invasori” americani e l’esercito regolare afghano che collabora con le missioni Nato.Suo padre, sebbene i taliban notoriamente cerchino di reclutare ragazzi giovani e nel pieno delle forze, riesce a trattare e ad offrirsi al posto del figlio. “Mio padre non aveva la forza di combattere. Il suo lavoro era di lavare i piatti o i vestiti dei combattenti. Alcune volte trasportava cose e persone da un posto all’altro, quando serviva. Dopo qualche mese, tornava a casa per qualche giorno e poi ripartiva”, racconta Muhammad. Ma il sacrificio di un genitore non riesce a salvare sempre e per sempre un figlio, tanto è vero che il destino del giovane gli riserverà di diventare a sua volta il vivandiere dei talebani del Baghlan.“Un giorno la polizia ha attaccato la base nella quale lavorava anche mio padre. Un talebano, poco tempo dopo, ci ha avvisati che mio padre era morto e che, se volevamo, avremmo potuto recuperare il suo corpo in un villaggio poco distante dal nostro, all’interno di una moschea.  Noi andammo a prendere quel corpo ormai quasi irriconoscibile e gli demmo sepoltura”. Gli occhi di Muhammad si fanno sempre più velati nel ricordare quel giorno in cui la protezione del suo lala (termine pashto per dire, affettuosamente, papà) venne meno e lui dovette, a sua volta, trasformarsi nel “vivandiere” dei combattenti.  Subito dopo la morte del genitore, infatti, i taliban non mancano di far sapere al ragazzo che, sebbene il padre avesse lavorato per loro affinché il figlio restasse libero, in caso di emergenza e necessità avrebbero preso anche lui. In ogni caso, gli impartiscono un ordine: “Quando qualcuno di noi viene a casa tua, dovrai ospitarlo”.Quell’ordine non tarda a dover essere eseguito. “Due, tre volte al mese si presentavano a casa. Dicevano di essere in missione in giro per l’Afghanistan. Mangiavano, bevevano, poi andavano via. Arrivavano di notte, per precauzione, perché nel mio villaggio c’è un posto di blocco della polizia. Solo che la postazione è dall’altra parte del fiume, mentre casa mia è nei boschi sulla riva opposta, quindi i controlli non sono poi molto intensi e i talebani, pur usando tutti gli accorgimenti, si sentono liberi di approfittarne per muoversi liberamente”.Muhammad non sapeva, però, che da quando suo padre era stato ucciso insieme ad altri insurgents, il governo aveva messo sotto controllo lui e la sua casa. Un giorno, dopo uno scontro a fuoco tra forze di polizia e jihadisti, Muhammad, che era andato al matrimonio di un amico, nel rientrare trova tre talebani che si erano sistemati nella stanza degli ospiti mentre sua madre era sola in casa. “Uno di loro era ferito. Mi hanno mandato nel distretto di Dushi a comprare le medicine per lui. Loro comandavano e io obbedivo. Non avevo scelta”. Mentre Muhammad era a comperare farmaci per assicurare le cure ai talebani, la polizia aveva fatto irruzione in casa. i talebani erano stati arrestati. La madre del ragazzo era stata avvisata: la sua famiglia era considerata una famiglia di traditori. Suo figlio, controllato per mesi, era stato visto comprare cibo e medicine per i jihadisti e, qualora fosse stato preso, sarebbe stato punito con l’arresto.È mentre si trova a Dushi che il nipote di Muhammad lo avvisa della minaccia incombente, così lui decide di non rientrare. Fra mille peripezie, trova il modo di scappare a Kabul, pagare un trafficante e fuggire poi per l’Europa, seguendo la “rotta iraniana” utilizzata dai ragazzi afghani. Il suo futuro è più che mai incerto. Protetto dallo status di rifugiato, ne delinea gli oscuri contorni. “Se dovessi tornare, il governo mi farebbe arrestare per aver collaborato con i talebani. I talebani, a loro volta, hanno promesso di farmi a pezzi perché hanno sospettato che quel giorno in cui sono stato mandato a prendere le medicine, in realtà sono andato ad avvisare la polizia della loro presenza in casa mia, favorendo il loro arresto”.Oggi, Muhammad prova sentimenti ambivalenti per il suo Paese. “ Mia madre è dovuta fuggire fuori dall’Afghanistan. Nonostante tutto il mio amore per la mia terra, provo anche odio. Nessuno mi ha mai chiesto da che parte volevo stare. A nessuno interessa se volevo solo vivere la mia vita tranquilla da agricoltore. Sono stato accusato di tradimento sia dal governo, sia dai talebani. In Afghanistan non puoi stare fuori da questi giochi di potere, ti trascinano dentro anche quando non vuoi”. E distinguere tra “buoni” e “cattivi” diventa sempre più complicato.

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