A fine marzo l’amministrazione Trump ha lanciato una vera e propria offensiva contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro e alcuni suoi fedelissimi, accusandoli di essere a capo di un vero e proprio narco-Stato e di gestire il traffico di droga verso gli Stati Uniti, in collusione con una fazione dissidente delle Farc colombiane, utilizzando porti e aeroporti del Paese. Il Dipartimento di Stato americano ha anche offerto una ricompensa di 15 milioni di dollari per chi collaborerà all’arresto di Maduro. Secondo stime del Procuratore Generale, William Barr, per il Venezuela sarebbero passate circa 250 mila tonnellate cubiche di cocaina, provenienti dai laboratori andini e dirette negli Usa.

In realtà le misure di Washington contro i vertici venezuelani non sono una novità, visto che già nel 2008 diversi esponenti del regime erano finiti nel mirino del Ministero del Tesoro sotto il “Kingpins Act” con l’accusa di narcotraffico, come l’allora direttore dell’intelligence militare Hugo Carvajal Barrios, l’ex direttore dei servizi segreti Henry Rangel Silva e l’ex ministro dell’Interno Ramon Rodriguez Chacin.

Un affare di famiglia e non solo

Negli anni la situazione si è evoluta a un livello tale che non si può più parlare di collusione tra cartelli e membri delle istituzioni, ma piuttosto di uno Stato che dirige attivamente i traffici ed è per questo che il Venezuela è stato conseguentemente indicato come “narco-Stato” o addirittura “Stato-mafia”, come illustrato al Telegraph dall’ex capo della Drug Enforcement Administration, Mike Vigil: “Secondo la mia opinione e quella di molti altri, è stato verso la fine dell’era Chavez che il Venezuela è diventato un narco-Stato. Ora, sotto Maduro, la situazione è peggiorata. Si è passati da un narco-Stato a uno Stato-mafia; il governo e l’esercito non sono più controllati dai cartelli in quanto sono gli stessi apparati dello Stato a gestirli”.

Del resto, le accuse nei confronti del regime arrivano anche da ex membri degli apparati dello Stato, poi fuggiti all’estero, come il Generale Manuel Ricardo Cristopher Figurea, nominato capo del Sebin (l’agenzia d’intelligence venezuelana) nell’ottobre del 2018 e poi fuggito negli Stati Uniti: “Ho potuto constatare da vicino il livello di corruzione negli ultimi sei mesi di servizio ed ho rapidamente realizzato come Maduro fosse a capo di un’impresa criminale e con la sua stessa famiglia coinvolta”.

In effetti il 10 novembre del 2015 a Port-au-Prince (Haiti) la Dea arrestava Efrain Antonio Campo Flores e Francisco Flores de Freitas, nipoti di Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores, mentre cercavano di trasportare 800 kg di cocaina negli Stati Uniti. L’episodio divenne poi noto come il “narco-sobrinos affair“. Il 14 dicembre 2017 i due imputati venivano condannati a 18 anni di reclusione.

Mildred Camero, l’ex magistrato nominato da Chavez che accusa il regime

Fondamentale per le inchieste contro Maduro è la testimonianza di Mildred Camero, magistrato precedentemente a capo della Commissione anti droga del Venezuela (nominata da Chavez nel 1999), prima di venire rimossa nel 2005, in concomitanza con l’espulsione della Dea dal Venezuela. La Camero aveva già illustrato al Telegraph nell’agosto del 2019 come avesse più volte inviato a Chavez rapporti con i nominativi dei generali coinvolti nel narco-traffico, informazioni però ignorate dall’ex leader.

La Camero ha le idee ben chiare, avendo toccato con mano la situazione. In una recente intervista per La Granaldea il magistrato ha illustrato come un governo eletto dal popolo si sia progressivamente convertito in un’organizzazione criminale attiva nel narcotraffico, in quello delle armi e attualmente anche dell’oro, grazie ai contatti con le Farc e con l’Eln (Ejercito de Liberacion Nacional), formazioni di estrema sinistra colombiane che hanno sempre trovato rifugio sicuro in Venezuela. Anche la Camero va poi oltre il concetto di narco-Stato, parlando di “un gruppo criminale organizzato che si è appropriato del potere e che trae beneficio dai traffici”. In poche parole, non si tratta più di collusione istituzionale con i cartelli, ma di vera e propria gestione da parte di chi è alla guida del Paese.

El Cartel de los Soles

Con il termine “Cartel de los Soles” si fa riferimento a un’organizzazione dedita al traffico internazionale di droga formata da alti membri dello Stato e delle Forze Armate venezuelane. Come riportato da Insight Crime, il termine venne utilizzato per la prima volta nel 1993, quando due generali della Guardia Nazionale finirono sotto indagine per traffico di stupefacenti; in quanto comandanti di brigata, portavano un sole come insegna e da lì il nome “Cartel de los Soles”. Il sito statunitense mette però in evidenza come il termine “cartello” sia impreciso in quanto potrebbe dare l’idea di un’organizzazione gerarchica e strutturata, quando sarebbe invece più idoneo parlare di cellule all’interno degli apparati militari che operano in autonomia e che in diversi casi sono anche entrate in contrasto tra loro e con conseguenze fatali.

Mildred Camero sottolinea come inizialmente si faceva riferimento a tale gruppo come “Grupo Fenix”, formato prevalentemente da maggiori, colonnelli e bassi ranghi militari; col tempo però iniziarono a entrare in gioco alti ufficiali e da lì emerse poi il nome di “Cartel de los Soles”. Quando i generali presero il controllo, tolsero di mezzo i gradi più bassi e si inserirono nel meccanismo a tal punto da diventare i gestori del traffico, con tanto di contatti diretti con i cartelli colombiani.

Tra il febbraio del 2017 e il maggio del 2018 il Ministero del Tesoro statunitense emise sanzioni nei confronti di una serie di alti membri istituzionali del Venezuela tra cui il Presidente dell’Assemblea Costituente Diosdado Cabello Rondon, la moglie e il fratello, ma anche nei confronti di Tareck Zaidan El Aissami, ex vice-presidente del Paese e attuale ministro dell’Industria, inserito anche nella “black list” della US Immigration and Custom Agency (Ice), con l’accusa di aver mosso carichi di droga verso gli Stati Uniti assieme all’uomo d’affari Samark Lopez Bello, come riportato da un briefing della Casa Bianca.

Il 26 marzo 2020 il Dipartimento di Stato americano ha offerto una ricompensa di 10 milioni di dollari per chi fornirà informazioni utili all’incriminazione e all’arresto di Cabello Rondon, Zaidan El Aissami, i generali Hugo Carvajal Barrios e Cliver Alcalá Cordones; altri 15 milioni sono invece offerti a chi fornirà informazioni volte alla cattura di Nicolas Maduro. Insomma, la leadership venezuelana e i suoi vertici militari sono sempre più stretti nella morsa di Washington che sembra avere tutta l’intenzione di porre fine all’era Maduro.

I narcos messicani in Venezuela

In suolo venezuelano non è però presente soltanto il “Cartel de los Soles”, come emerso la scorsa settimana quando testimoni residenti nella zona di Machiques de Perijà, Zulia, regione occidentale del Venezuela confinante con la Colombia, segnalavano a Insight Crime una costante presenza di strani personaggi dal forte accento messicano che prenotano stanze in hotel della zona, si muovono a bordo di lussuosi automezzi, organizzano feste, mentre nel contempo la prostituzione è in aumento. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, i soggetti in questione sarebbero uomini del Cartello di Sinaloa attivi nel traffico di cocaina verso il Messico. Secondo varie segnalazioni, sarebbero circa 400 le piste clandestine di decollo e atterraggio attualmente sotto il controllo dei narcos di Sinaloa nella regione di Zulia, in collaborazione con l’Eln colombiano (Ejercito de Liberacion Nacional). I narcos pagherebbero i “rancheros” locali fino a 60 mila dollari per poter utilizzare le loro piste. La zona è stata ribattezzata dai residenti “Sinaloa”, proprio a causa della numerosa presenza di tali personaggi.

Lo scorso luglio alcuni agricoltori della zona avevano segnalato alle autorità ben sette piste nelle zone di Machiques de Perijà e Catatumbo, lungo la strada “Troncal 6” che percorre da nord a sud la regione, precisamente nei settori “El Guaco” e “Santa Ana”, municipio Fray Bartolomè e nella zona del Guamito.

Un mese dopo il Comando di Difesa Aerea del Venezuela (Codai) annunciava l’abbattimento di due aerei appartenenti ai narcos del Cartello di Sinaloa nella zona occidentale del Paese. Tra i piloti deceduti veniva identificato anche tale “El Pecas” (Eduar N.), 35 anni, residente a Tamazula, nello Stato messicano del Durango, a pochi chilometri dal confine con Sinaloa. Secondo informazioni reperite da giornalisti di El Siglo de Durango, “El Pecas” era molto noto in paese, un ottimo pilota e si dedicava a tempo pieno all’attività di taxi aereo.

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