Lo Stato islamico è stato accusato di essere tornato a colpire il Tagikistan, nel tentativo di destabilizzare e di trovare nuovo spazio vitale dopo la sconfitta in Siria ed Iraq e l’uccisione di Abu Bakr al Baghdadi. I militanti del gruppo, secondo quanto riferito da Dusanbe, hanno attaccato un valico di frontiera tra Uzbekistan e Tagikistan ingaggiando una battaglia con le forze di sicurezza. Il bilancio finale degli scontri è di 17 morti di cui 15 guerriglieri, un doganiere ed un poliziotto. Altri cinque militanti sono stati arrestati in territorio tagiko mentre il Comitato di Sicurezza Nazionale ha confermato che gli uomini avevano fatto il loro ingresso dall’Afghanistan. L’Isis non ha, al momento, rivendicato l’episodio ma le autorità del Paese hanno parlato di un attentato del sedicente Stato Islamico. Nel luglio del 2018 quattro ciclisti stranieri erano rimasti uccisi e due feriti in un episodio violento rivendicato dal gruppo estremista mentre nel maggio 2019 32 persone, tra cui 19 militanti radicali e svariate guardie di sicurezza, avevano perso la vita in una rivolta carceraria a Vakhdat.

Una nazione problematica

Il Tagikistan, è tra i più poveri  degli Stati post-sovietici, soffre di ricorrenti problemi politici e di stabilità. Decine di migliaia di persone hanno perso la vita nel Paese, tra il 1992 ed il 1997, in seguito alla guerra civile scoppiata tra il governo socialista e le opposizioni, tra cui erano presenti formazioni legate all’islam radicale. Il conflitto si era poi concluso con la vittoria dei governativi ma i problemi, fomentati dall’instabilità dell’Afghanistan, sono rimasti. Il Tagikistan condivide una lunga frontiera con Kabul, che è tra i maggiori produttori al mondo di oppio ed eroina e le sostanze stupefacenti passano spesso da Dushanbe. Le sparatorie al confine tra le due nazioni non sono rare e talvolta i cittadini tagiki vengono rapiti per essere poi scambiati con i trafficanti afghani arrestati. Il Paese dell’Asia Centrale ha sperimentato il fenomeno dei foreign fighter: almeno mille tagiki, infatti, si sarebbero uniti alle fila dello Stato Islamico in Siria ed Iraq e ciò  costituisce un grave problema per la stabilità. L’attacco al valico di frontiera potrebbe essere così solo l’inizio.

Le mire dell’Isis sulla regione

L’ Asia Centrale potrebbe presto divenire un nuovo fronte strategico per le attività dello Stato Islamico. Alcuni Stati della regione, ad esempio Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan, continuano ad esercitare un controllo capillare dal territorio, favoriti da una maggiore stabilità politico. Il Kirghizistan ed il Tagikistan, invece, anche a causa di una conformazione territoriale particolare, offrono meno garanzie in tal senso. Le due nazioni, infatti, sono attraversate da montagne impervie ed il Tagikistan risente della povertà diffusa, del traffico di droga e della pericolosa vicinanza di Kabul e del proliferarvi di milizie jihadiste. Dushanbe, dunque, potrebbe divenire l’anello debole destinato a favorire la penetrazione ed il consolidamento dello Stato Islamico in Asia Centrale: una minaccia, quest’ultima, destinata a suscitare la preoccupazione di Mosca che, di certo, vuole poter contare su una regione stabile per rendere più sicuri i propri confini. Sembra piuttosto difficile, in ogni caso, risolvere  la questione alla radice: solamente una pacificazione dell’Afghanistan, infatti, può porre fine al pericolo causato dai gruppi jihadisti ma questa eventualità sembra ancora remota.