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Dopo otto anni di presenza militare, nel maggio 2021 il presidente francese Macron ha ufficialmente annunciato il graduale ritiro delle truppe francesi dal Sahel ed il termine dell’operazione Barkhane. La decisione è arrivata in seguito all’aumento delle violenze jihadiste nella regione e all’incapacità degli Stati locali di domare i responsabili di tali atrocità. Dal 2013 la comunità internazionale ha fornito un ingente supporto militare agli Stati saheliani, incentivando iniziative locali per favorire cooperazione e sicurezza (tra cui il G5 Sahel) oltre a schierare numerose truppe per fronteggiare i gruppi terroristici.

Ciononostante, a prescindere dall’elevato numero di perdite subite, quest’ultimi sono riusciti non solo a sopravvivere, ma addirittura ad accrescere le proprie forze, creando scompiglio negli Stati della regione. Tra questi gruppi jihadisti i due più potenti sono Jammaat Nusrat al Islam wal Muslimin (Gruppo d’Appoggio all’Islam e ai Musulmani), solitamente noto come JNIM ed affiliato ad Al Qaeda, ed il suo acerrimo rivale, l’Islamic State in the Grand Sahara (Stato Islamico nel Grande Sahara), ISGS. Ad oggi, osservando le evoluzioni in corso in Afghanistan e la rapida avanzata dei talebani, è lecito domandarsi se lo stesso scenario possa verificarsi anche nel Sahel; e per ottenere una risposta, è necessario guardare più da vicino queste organizzazioni e comprenderne strategie ed obiettivi.

Il Gruppo d’Appoggio all’Islam e i Musulmani (JNIM): la minaccia strategica

Nel novembre 2013, poco dopo la rottura definitiva tra Al Qaeda e lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) — con quest’ultimo che diventò poi lo Stato Islamico (IS), o Daesh — l’emiro supremo di Al Qaeda Ayaman Al Zawahiri inviò una lettera a tutti i propri affiliati nel mondo: il documento, indubbiamente uno dei più importanti rilasciati dall’organizzazione, illustrava il piano strategico di Al Qaeda, e delineava il comportamento che gli affiliati avrebbero dovuto seguire per poter istituire un califfato islamico, ritenuto un obiettivo da raggiungere nel lungo periodo piuttosto che nell’immediato. Al Zawahiri ha istruito così la propria organizzazione a prendere di mira gli Stati Uniti ed i loro alleati in tutto il mondo, per quanto l’obiettivo fosse principalmente logorare i propri nemici e regimi alleati locali in un conflitto di sfinimento, e non ottenere una singola vittoria decisiva sugli USA o una grande potenza — consapevole anche del fatto che realizzare questa seconda opzione sarebbe stato quasi impossibile.

Il documento invitava anche gli affiliati ad avvicinarsi alle popolazioni locali, a predicare tra di loro, ad aiutarle e a non commettere mai atti di violenza ai loro danni, tutto questo per conquistare il loro supporto; invitava inoltre a collaborare con tutte le altre organizzazioni armate jihadiste (anche quelle con posizioni distanti da Al Qaeda) e non jihadiste, in quanto potevano essere considerate forze alleate purché contrapposte ai regimi in essere. Questa strategia mostra l’elevato livello di maturità raggiunto da Al Qaeda in termini di pensiero strategico, che ha permesso all’organizzazione di formulare interessi ed obiettivi a lungo termine anziché solo nel breve.

La strategia del JNIM riprende il piano di Al Zawahiri quasi parola per parola. All’inizio infatti il leader Iyadh Ghali, un’importante figura touareg, creò nel 2012 l’organizzazione Ansar Al Dine, che era alleata con Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), un’organizzazione transnazionale affiliata ad Al Qaeda nel Sahel e a cui faceva capo l’algerino Yahia Abou Houmam. Nel 2015 le due organizzazioni unirono le forze e si allearono con la potente organizzazione jihadista Al Mourabitoune (inizialmente una fazione rivale dell’AQIM guidata dal famigerato Mokhtar Belmokhatar) collaborando al tempo stesso nel Mali centrale con Katibat Al Mecina, capeggiato dal notorio Amadou Koufa. Nel 2017 questi gruppi divennero tutt’uno e diedero vita a quello che oggi è conosciuto come JNIM e a cui fa capo Iyadh Ghali. Da allora i membri della nuova organizzazione hanno anche collaborato a stretto contatto in Burkina Faso con Ansarul Islam, il gruppo jihadista locale; inoltre, nel 2018 il JNIM ha preso parte a trattative con l’ISGS, poi fallite, in merito ad eventuali possibilità di cooperazione.

Parallelamente, il JNIM ha seguito un’attenta strategia di socializzazione e vicinanza alle popolazioni locali, ed è noto per mantenere il rispetto dell’ordine e delle leggi nelle località sotto il proprio controllo; si astiene poi da ogni atto di violenza collettiva ai danni dei civili; ha ricoperto un ruolo chiave nella gestione delle risorse naturali locali, ergendosi ad importante attore anche sul piano economico; e funge addirittura da intermediario attivo tra le varie comunità maliane, colmando il vuoto lasciato dallo Stato. Nei confronti dei governi locali il JNIM ha avviato una strategia di sfinimento con offensive di massa ai danni delle loro truppe nella regione del Sahel, attaccando anche truppe internazionali quali la francese Barkhane, MINUSMA, ed altre forze. Il JNIM ha tuttavia mostrato sia come la violenza non fosse fine a sé stessa, sia di essere disposto a scendere a patti, dimostrando la propria abilità a permettere concessioni nel breve termine per ottenere vantaggi nel lungo periodo — consolidando così l’immagine positiva percepita dalle popolazioni locali, e dunque la propria potenza.

Nel 2020 il JNIM acconsentì all’avvio delle trattative con il governo del Mali per porre fine alla guerra e, volgendo lo sguardo alle richieste avanzate dallo stesso JNIM, è evidente quanto queste fossero simili a quelle avanzate dai talebani nel contesto del loro accordo con gli USA, attualmente in fase di implementazione.

Più avanti nel 2020 il JNIM portò poi a termine un grande colpo durante uno scambio di prigionieri con Bamako, riuscendo a liberare circa 200 dei propri combattenti e ricevendo diversi milioni di euro come riscatto per rilasciare a sua volta tre ostaggi occidentali. Poiché un tale accordo non era mai stato raggiunto nell’intera regione, questo episodio rappresentò un importante successo per il JNIM, rafforzandone la supremazia nella regione. L’accordo avvenne durante l’abisso del governo Ouagadougou, incapace di fronteggiare il JNIM ed i suoi alleati, e che di fatto acconsentì ad una tregua nel nord del Burkina Faso. Tutto questo accadde poi nel contesto del conflitto tra il JNIM e l’ISGS, durato un anno e che vide la vittoria del primo e la sconfitta del secondo.

Nonostante le ingenti perdite e le uccisioni di quasi tutti i fondatori (tra cui Yahia Abou Houmam, numero due del JNIM, e l’emiro supremo dell’AQIM Abdelamalek Droukdal) e di centinaia di combattenti, il JNIM si è rivelato essere l’organizzazione jihadista più potente del Sahel. Tutte quelle perdite, per quanto sostanziali, non hanno mai scalfito le risorse operazionali del gruppo nel lungo periodo, che ha continuato ad espandersi e a rigenerarsi con l’ascesa di nuovi leader. Ciò ha portato infine il JNIM ad ergersi come affiliato più potente di Al Qaeda nella regione, spostando l’epicentro della Jihad verso il Sahel e mettendo in ombra gli accoliti nordafricani, i quali si trovano attualmente in uno stato virtuale di collasso. Ad oggi il JNIM è indubbiamente l’organizzazione jihadista più forte, ben radicata nelle popolazioni locali e dunque più pericolosa di qualsiasi altra.

Concentrandosi sul lungo periodo, e considerando il tempo un elemento a proprio favore, il JNIM ha seguito una strategia di logoramento e radicamento molto articolata, che si è dimostrata estremamente valida e resiliente. Visti i successi a cui abbiamo assistito, in molti affermano che Iyadh Ghali abbia modellato la propria strategia sulle orme dei talebani in Afghanistan. In seguito al ritiro delle truppe francesi e all’incapacità dell’esercito maliano o di altri eserciti di fermare il JNIM (eccezione fatta per l’esercito chadiano), il futuro del Sahel sta ora sollevando notevoli preoccupazioni a livello sia regionale che internazionale. Preoccupazioni ulteriormente alimentate dal fatto che l’ISGS, benché di dimensioni minori, abbia dimostrato di essere altrettanto resiliente ed ancora più violento.

Lo Stato Islamico nel Grande Sahara: Khilafa ad ogni costo

Lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) fu creato nel maggio 2015 dopo che il suo fondatore Adnane Abou Walid al-Sahraoui si separò dall’Al Mourabitoune, organizzazione di cui era il numero due. Infatti al-Sahraoui si era inizialmente unito al MUJWA (Movimento per l’Unicità e la Jihad nell’Africa Occidentale), ritenuto tra il 2011 ed il 2013 uno dei gruppi jihadisti più radicali nel Sahel. Nel 2013 il MUJWA unì le forze con un’altra potente organizzazione radicale, El-Mouaguiine Biddam (“Coloro che firmano col sangue”), guidata dal famigerato Mokhtar Belmokhtar che si era allontanato dall’AQIM a causa di significativi disaccordi con il leader supremo Abdelmalek Droukdal. Questa unione portò nel 2013 alla nascita di Al Mourabitoune, affiliata di Al Qaeda ma più violenta e tristemente spettacolare di AQIM. Al Mourabitoune è infatti tra i responsabili del rapimento di massa nel gennaio 2013 ad Ain Amenas, in Algeria, durante il quale oltre 700 persone vennero prese come ostaggi e rilasciate solo in seguito ad un violento assalto da parte delle forze speciali algerine.

Verso il 2014, quando l’ISIL proclamò l’istituzione del califfato e cambiò il proprio nome in IS, molti gruppi jihadisti di tutto il mondo si trovarono di fronte ad importanti divergenze, tra coloro che desideravano rimanere fedeli ad Al Qaeda e coloro che volevano unirsi al nuovo IS. Al Sahraoui, la cui traiettoria jihadista denota una radicalizzazione in costante crescita, prese una posizione fortemente a favore dell’ingresso di Al Mourabitoune nei ranghi più estremisti dell’IS. Belmokhtar, un veterano della jihad afghana negli anni ’80 e lealista di Al Qaeda nel lungo periodo, si rifiutò. Nella primavera del 2015 la fazione di Al Sahraoui si staccò da Al Mourabitoune e dichiarò la propria fedeltà all’IS.

A questo punto si dovrebbe notare come l’IS si differenzi da Al Qaeda sotto tutti i punti di vista. Per l’IS, infatti, il califfato è un obiettivo immediato tanto quanto lo è la creazione di strutture statali sul modello islamico, come avvenuto in Siria ed Iraq con la creazione di un proto-stato tra il 2014 ed il 2017 — che secondo le aspettative dei vertici dell’IS avrebbe dovuto provocare una sorta di scossa in tutto il mondo musulmano ad unirsi e prendere parte allo Stato Islamico per rovesciare il regime in essere.

Inoltre, mentre Al Qaeda è a favore di una jihad difensiva, l’IS è favore di una jihad offensiva, il cui raggio è universale: dal momento che il califfo è il capo dell’Umma, la comunità dei musulmani, ne deriva che chiunque non prometta fedeltà all’IS è da considerare come traditore, incluse le stesse organizzazioni jihadiste quali Al Qaeda, che deve essere combattuta e distrutta. Mentre l’ideologia alla base di Al Qaeda è il salafismo, quella dello Stato Islamico è neo-takfirismo, la posizione più estrema del jihadismo. Per i neo-takfiristi coloro che non praticano una fede assolutamente pura (spesso compresi i civili) devono essere trattati da infedeli e traditori; per questo l’IS non si tira indietro dal compiere violenze estreme ai danni delle popolazioni.

Quando inizialmente creò l’ISGS, Al Sahraoui era seguito solo da un numero ristretto di sostenitori, poiché era relativamente sconosciuto rispetto alle figure imponenti di Ghali, Houmam o Belmkohtar. Dopo alcuni scontri con affiliati di Al Qaeda, l’ISGS si astenne dall’attaccarli e si ritirò invece al confine orientale del Mali, nei pressi della “regione delle tre frontiere”.

Quasi insignificante tra il 2015 ed il 2017, l’ISGS ricevette poca attenzione da parte di chiunque, compreso lo stesso vertice IS a Raqqa. Lo Stato Islamico riconobbe infatti l’ISGS come proprio affiliato solo nel settembre 2016, quasi un anno e mezzo dopo la sua creazione. Sino ad allora l’IS riconosceva soltanto Boko Haram, che diventò poi conosciuto come lo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), come proprio affiliato nella regione. Il riconoscimento dell’ISGS avvenne solamente nel contesto della battaglia di Mosul, quando l’IS decise di riconoscere quanti più affiliati possibile, tra cui anche l’allora piuttosto nebuloso Al Sahraoui. Ciononostante, fu soltanto nel 2017 che i riflettori si puntarono sull’ISGS, in seguito al successo di un’imboscata quasi accidentale ai danni delle truppe speciali statunitensi nel villaggio di Tongo Tongo, in Niger. L’imboscata conferì a Sahraoui un titolo nobiliare tra i jihadisti, il quale ricevette l’attenzione pubblica ed il supporto degli estremisti radicali nel Sahel. Oltretutto, fino ad allora Sahraoui aveva perlopiù evitato la pressione dell’operazione Barkhane, poiché le truppe francesi erano concentrate maggiormente sugli affiliati di Al Qaeda, permettendo così all’ISGS di incrementare nelle retrovie i propri numeri e le proprie forze.

Galvanizzate dal successo dell’imboscata, nuove reclute si riversarono nei ranghi dell’ISGS, e anche molti combattenti del JNIM disertarono per al-Sahraoui. Dal 2017 in poi, l’ascesa dell’ISGS ha dato inizio ad una serie di attacchi tanto violenti quanto teatrali nella regione del Sahel. In termini di relazioni con le popolazioni locali, all’inizio Al-Sahraoui mostrò continuità con Al Qaeda nel senso che, pur essendo parte dell’IS, non praticò alcuna particolare violenza ai danni dei locali; tuttavia, a partire dal 2018 sono emersi vari testimoni di una “radicalizzazione” dell’ISGS nei confronti delle popolazioni locali che ha visto la decapitazione di civili sospettati di essere spie infiltrate.

Tra il 2019 ed il 2020 l’ISGS si macchiò di vari massacri ai danni delle popolazioni civili, condannati da un JNIM che in ogni occasione negò il proprio coinvolgimento. Sebbene i due gruppi provarono a collaborare tra il 2018 ed il 2019, il fatto che l’ISGS si stesse spingendo verso il Mali centrale e settentrionale (territori storicamente del JNIM), il duro trattamento riservato alle popolazioni locali, l’invito ai lealisti del JNIM a disertare ed unirsi all’ISGS, e la disapprovazione delle trattative JNIM-Bamako portarono nella primavera 2020 a degli scontri che culminarono in una guerra su vasta scala nell’estate dello stesso anno.

L’ISGS dichiarò l’apostasia (takfir) del JNIM e, sebbene fosse più debole e meno strutturato di quest’ultimo e ora anche nel mirino di Barkhane e di altre operazioni militari, dalla guerra venne soltanto indebolito e costretto ad indietreggiare verso la regione delle tre frontiere, mostrando la resilienza del gruppo nonostante le battute d’arresto; una forza consolidata anche dall’indebolimento dei governi locali, ma che rimane tutt’ora in grado di compiere atroci attacchi dalle proprie roccaforti in tutta la regione del Sahel.

Benché più debole e meno radicato del JNIM, e concentrato su obiettivi tattici immediati piuttosto che a lungo termine, l’ISGS si è dimostrato altrettanto estremamente resiliente e pericoloso, pronto ad attaccare senza distinzione alcuna qualsiasi nemico percepito tale (Stati saheliani, Algeria, JNIM, ecc.) e ad utilizzare ogni mezzo di violenza, tra cui le decapitazioni ed i kamikaze, che nella regione non avevano mai trovato spazio prima d’ora.

Cosa riserva il futuro

Con Stati deboli e potenti organizzazioni jihadiste in ascesa, il ritiro graduale delle truppe francesi dal Sahel desta importanti preoccupazioni, soprattutto circa la possibilità di lasciare un enorme vuoto di sicurezza. Salvo rare eccezioni, fino ad ora gli Stati saheliani si sono rivelati del tutto incapaci di bloccare da sé queste organizzazioni jihadiste. In seguito al termine dell’operazione Barkhane, molti temono ora che ci si possa aspettare un collasso degli Stati locali ed una replica dello scenario afghano anche nel Sahel; tuttavia andrebbero prima messi in chiaro e tenuti in considerazione un paio di fattori.

Primo: sebbene siano estremamente potenti e ben radicati, stando a diverse stime questi gruppi jihadisti non disporrebbero di oltre 2000 uomini; molti altri gruppi sono ben più numerosi e potenti. Secondo: queste organizzazioni jihadiste si nutrono di lacune degli Stati locali più che di ogni altra cosa; pertanto, il rafforzamento delle risorse e della cooperazione a livello statale, regionale ed internazionale, combinato ad un tentativo concreto di far fronte alle necessità delle popolazioni locali, giocherebbe indubbiamente un ruolo significativo nella prevenzione di tali scenari, poiché questi gruppi si nutrono altrettanto spesso delle sofferenze delle popolazioni locali dovute ai vuoti lasciati dagli Stati più che della loro stessa forza.

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