Negli ultimi mesi si sono registrate numerose segnalazioni sul flusso di jihadisti in transito dalla Siria verso la Libia, un fenomeno che non può non preoccupare l’Italia considerato che si trova in prima linea ad affrontare il flusso migratorio incontrollato proveniente dalle coste del paese nordafricano, con tutti i relativi rischi legati all’infiltrazione di jihadisti di Al Qaeda e Isis in Europa, come già accaduto in diverse occasioni.
Il confluire del jihadismo globale verso gli scenari africani non deve sorprendere. Lo scorso 18 aprile l’Isis aveva infatti annunciato la creazione della nuova provincia dell’Africa Centrale, un elemento che la dice lunga sugli obiettivi di Al Baghdadi. Va tenuto bene a mente che la fascia africana che si estende dal Mali alla Somalia offre ai jihadisti una serie di fattori di non poco conto tra cui la possibilità di usufruire della porosità dei confini e dunque di muoversi liberamente; la facilità con la quale creare roccaforti e rifugi in una vasta area scarsamente presidiata dai rispettivi governi dei Paesi coinvolti; lo sfruttamento del traffico illegale di merce ed esseri umani e il facile accesso alle coste della Libia occidentale dove poter sfruttare il flusso di illegali verso le coste italiane.
L’arrivo in Libia di Nusret Imamovic
La Libia svolge dunque un ruolo strategico come “trampolino di lancio” verso l’Europa e si presta come luogo sicuro per quei leader jihadisti in fuga dal teatro siriano; non a caso si era persino vociferato di una possibile presenza di Abu Bakr al Baghdadi nel Paese africano, voci mai confermate. Inoltre, lo scorso aprile il quotidiano libico The Libyan Adress aveva segnalato la presenza nel fronte anti Haftar di un predicatore e comandate qaedista bosniaco, niente meno che Nusret Imamovic, classe 1947, già sospettato di aver pianificato l’attentato all’ambasciata Usa di Sarajevo nel 2011; un dettaglio di non poco conto considerato che Imamovic è uno dei boss storici dell’enclave salafita bosniaca di Gornja Maoca nonché figura di spicco del radicalismo islamista fin dagli anni Novanta non solo in Bosnia, ma anche tra la diaspora balcanica in Europa. Durante il conflitto bosniaco del 1992-95 Imamovic aveva fatto parte dell’unità El-Mudzahid, composta in prevalenza da jihadisti arabi e nordafricani veterani dell’Afghanistan. In seguito aveva predicato nelle moschee balcaniche viennesi, diventando figura di spicco del panorama radicale.
Con lo scoppiare del conflitto siriano, Imamovic si era attivato nel reclutamento di jihadisti da inviare nelle file del gruppo qaedista Jabhat al Nusra, finendo così nella black list del governo bosniaco e del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, oltre che in quella di Washington.
Secondo informazioni ritenute attendibili, Imamovic risultava attivo nel governorato di Azaz, ad Aleppo, da dove sarebbe fuggito in seguito all’offensiva anti jihadista russo-siriana. Il qaedista sarebbe arrivato in Libia a febbraio insieme a una donna e tre bambini. Non risulta chiaro se a seguito di Imamovic siano giunti anche jihadisti bosniaci arruolatisi nelle milizie qaediste e dell’Isis. Secondo le ultime stime sarebbero circa 270 i foreign fighter partiti dalla Bosnia alla volta di Siria e Iraq, ma togliendo rientrati e deceduti, gli “attivi” sarebbero non più di 80; non si può dunque escludere che alcuni di questi abbiano optato per lo scenario libico, onde evitare di essere catturati o di rientrare in patria dove verrebbero arrestati.
Il sostegno turco ai jihadisti
La Turchia ricopre senza dubbio un ruolo di primo piano nel sostegno all’esecutivo filo islamista di Tripoli e alle milizie islamiste di Misurata, e questo non è certo un segreto: In più occasioni infatti Ankara è stata presa in castagna: dagli oramai documentati rifornimenti presso il porto di Tripoli e Misurata di mezzi blindati, droni e armi da fuoco provenienti dalla Turchia, agli istruttori militari inviato nell’area per addestrare le milizie. Lo scorso giugno l’Lna aveva poi accusato la Turchia di aver inviato a Misurata un C-130, in data 29 maggio, con a bordo consiglieri militari da affiancare alle milizie islamiste. Numerosi membri delle milizie pro Serraj, feriti durante le battaglie di Bengasi e Derna, venivano inoltre curati in diversi ospedali turchi mentre esponenti di media anti Haftar venivano segnalati a Istanbul.
Snodo principale del flusso di jihadisti tra Siria e Libia via Turchia sarebbe la zona di Idlib, vicino al confine turco, secondo quanto dichiarato lo scorso 29 maggio dall’ambasciatore siriano all’Onu, ma anche dal Membro della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, Ali al-Saidi. Il successivo 4 luglio è stato poi il presidente russo, Vladimir Putin, a esternare le proprie preoccupazioni per il flusso di jihadisti in partenza per la Libia da Idlib, senza però citare alcun coinvolgimento turco; lo stesso giorno anche l’Europol aveva lanciato l’allarme per quanto riguarda l’esodo di jihadisti da Siria e Iraq verso la Libia.
Il governo di Ankara ha tutto l’interesse a incrementare la propria influenza in Libia e lo fa utilizzando i propri proxy islamisti, esattamente come già fatto in Siria ed ha anche la struttura logistica necessaria per portare avanti il progetto, grazie anche alla forte presenza nei porti ed aeroporti di Tripoli e Misurata e con le proprie sedi diplomatiche particolarmente attive nelle due città.
Il sostegno di Ankara nei confronti di Tripoli e Misurata è palese e in totale violazione dell’embargo sulle armi voluto dall’Onu. Non solo, ma a fine giugno il presidente turco Erdogan aveva candidamente ammesso che la Turchia stava fornendo armi, mezzi corazzati e persino droni alle milizie islamiste. Era inoltre emerso che l’intelligence turca stava coordinando e assistendo il governo di Tripoli.
Una nuova Siria in Libia
Un ulteriore incremento dell’influenza turca in Libia rischia di versare altra benzina sul fuoco in un Paese fallito e dilaniato da una lunga guerra civile. Le dinamiche della presenza turca in Libia sono molto simili a quelle già osservate in Siria: l’utilizzo di proxy islamisti e jihadisti per raggiungere i propri obiettivi di egemonia, il rifornimento di armi, automezzi e consiglieri militari, presenza istituzionale sul territorio per coordinare le manovre.
Se in Siria per la Turchia era semplice far entrare rifornimenti via terra, in Libia Ankara fa altrettanto con spedizioni aeree e navali, consapevole del fatto che nessuno si metterà di traverso, esattamente come già accaduto durante il conflitto siriano, con la Turchia presa più volte in castagna mentre riforniva di armi i jihadisti e li curava nei propri ospedali, ma senza alcuna conseguenza.
Per Erdogan, legato all’area della Fratellanza, il sostegno agli islamisti nella Libia occidentale è una priorità in quanto conta sempre meno alleati in un Medio Oriente che vede i Fratelli musulmani messi al bando in Egitto, Siria, Arabia Saudita ed Emirati e con il Qatar che era stato isolato dai suoi “vicini” del Golfo proprio per il supporto ai Fratelli musulmani e a milizie jihadiste in Siria.
Non bisogna poi dimenticare che Erdogan è acerrimo nemico del presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, fautore del contrasto all’islamismo radicale della Fratellanza e colui che ha militarmente sostenuto la rivolta del popolo egiziano contro l’ex presidente islamista Mohamed Morsi. Non è certo un caso che, proprio in seguito al decesso di Morsi, Erdogan abbia puntato il dito contro il Cairo, definendo Morsi “un martire”.
L’Egitto di Al Sisi, assieme a Emirati e Arabia Saudita, svolge un ruolo fondamentale nel sostegno all’esercito di Khalifa Haftar e la Libia diventa dunque teatro di scontro tra islamisti e jihadisti da una parte e il blocco anti Fratellanza dall’altra.
C’è poi un ulteriore aspetto da tenere bene in considerazione, quello migratorio: un controllo turco sulle coste della Libia occidentale porterebbe infatti l’Europa in una pericolosa morsa in quanto Ankara potrebbe replicare nel Paese nordafricano quanto già fatto sulla rotta orientale e cioè minacciare un esodo di immigrati, pressando così l’Europa sia da sud che da est. In tutto ciò è lecito chiedersi da che parte stia l’Italia.