Quanto sta accadendo in Algeria desta preoccupazione a Washington. Tra Dipartimento di Stato, Pentagono e Casa Banca vi sono numerose interlocuzioni in cui si vuole mettere al corrente Donald Trump sul rischio terrorismo che potrebbe derivare da una destabilizzazione del paese africano. Ed alle orecchie del presidente Usa arrivano due principali alternative: sostegno alla transizione democratica o, diversamente, un piano B che prevede il rafforzamento di attività anti terrorismo nel Sahel.

Il sostegno alla transizione democratica

Da Washington questa volta non sembrano arrivare pressioni, politiche e mediatiche, sul presidente Bouteflika. In passato, come visto in Siria ed in Libia soprattutto, quando un paese con al timone un governo non in linea con gli Usa inizia a vivere una fase di destabilizzazione, da Washington non mancano input volti al “regime change”. Di certo il presidente Bouteflika non si può definire un alleato regionale degli americani, ma è pur vero che il suo governo è garanzia di stabilità. E di motivi per “tifare” per un’Algeria stabile ce ne sono: forniture di gas e petrolio, paese in grado di tenere a bada gli integralisti islamici e possibilità di evitare il dilagare dell’Isis e di altre formazioni jihadiste tra Sahel e Magreb.

Quello degli esperti americani è un coro unanime volto a preservare la stabilità in Algeria, ben spiegato da quanto scritto nei giorni scorsi da alcuni osservatori dell’Aei, American Enterprise Institute: “L’ Algeria rappresenta da sempre un bastione di resilienza in un contesto regionale caratterizzato da instabilità e infiltrazioni terroristiche – si legge – È riuscita a sconfiggere internamente Al Qaeda nel Maghreb (Aqim) e lo Stato islamico, e a respingere i loro attacchi provenienti da Paesi confinanti come Mali, Libia e Tunisia”.

Ecco dunque perché si consiglia a Trump da un lato di non prendere le distanze dalle proteste dei giovani algerini, i quali non vogliono più la permanenza dell’anziano e malato presidente Bouteflika, dall’altro però di non premere sull’acceleratore e lasciare che gli eventi corrano verso una transizione pacifica. In poche parole, si predica prudenza e si invita la Casa Bianca ad evitare repentini scossoni sull’Algeria.

Il “piano B”: rafforzamento dell’impegno Usa nell’area

Ma se qualcosa dovesse andare storto, ecco allora che la soluzione potrebbe derivare dal Pentagono. In particolare, si invita il presidente a valutare un massiccio dispiegamento di soldati e forze anti terrorismo Usa nel Sahel. Gli americani, preoccupati dall’avanzamento di Isis ed Aqim (Al Qaeda nel Magreb Islamico) nella regione, nel momento in cui lo Stato algerino dovesse entrare in una fase delicata allora si dovrebbe potenziare l’impegno militare e di Intelligence tra Sahel e nord Africa. Del resto gli americani sono già presenti in Niger, supportano le operazioni francesi nel Mali e dunque si tratterebbe di dispiegare più uomini e mezzi di quanti già impegnati nella regione per sigillare i confini algerini.

La beffa della storia

Un cittadino iracheno, siriano o libico, nel leggere i consigli dettati a Trump da esperti e consiglieri sull’Algeria, potrebbero avvertire il tutto come un’autentica beffa. Anche i loro paesi, poi attaccati o comunque destabilizzati con interventi diretti od indiretti degli Usa, non rappresentano negli anni passati esempi di democrazia ma sono scudi contro le avanzate del terrorismo. Si sa invece com’è andata: miti consigli ai predecessori di Trump non ne arrivano ed anzi si procede a tentativi riusciti o rimasti parziali di cambiamenti di governo che, oltre a peggiorare le condizioni di vita della popolazione, contribuiscono all’avanzata del terrorismo.

Oggi sull’Algeria si invita a guardare, prima che alla retorica sulla democrazia, ai rischi di una destabilizzazione. Forse qualcosa dalla storia si sta imparando oppure, molto più semplicemente, i calcoli su Bouteflika e sul governo di Algeri hanno una natura differente. Fatto sta che, dagli Usa, non appare prossimo un impegno volto ad un totale sostegno della protesta algerina. E questa, per gli stessi algerini, è forse una buona notizia.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME