Gli attentati avvenuti in Francia e Austria in un arco di tempo che va dal 25 settembre al 2 novembre evidenziano in primis un problema tutto europeo, sia dal punto di vista della radicalizzazione di stampo islamista che da quello dell’incapacità o non volontà di gestire il flusso incontrollato di immigrati provenienti da Africa e Asia.

Due degli attentatori erano figli di rifugiati, cresciuti (uno dei due addirittura nato) in Europa; altri due erano arrivati clandestinamente nel Vecchio Continente, uno grazie alla politica del “dentro tutti” portata avanti dal governo italiano ed era addirittura stato identificato a Bari prima di esser lasciato libero con un semplice (e inutile) foglio di via. Del resto i terroristi islamisti per qualche strano e fortunoso motivo non colpiscono mai in Italia, ma proseguono quasi sempre il loro viaggio verso altri Paesi europei.

Quattro attentati in poco più di un mese, otto morti di cui due decapitati, una trentina di feriti; terroristi con coltelli e persino con fucili Ak-47 che scorrazzano per le vie delle metropoli europee; una donna in niqab che semina il panico presso la stazione dei treni di Lione e centinaia di estremisti turchi che nella medesima città si danno alla “caccia all’armeno”. Ebbene si, perché andando più a fondo emerge come stavolta non c’entri né la radicalizzazione nei Balcani e nemmeno le direttive dell’Isis, perché la serpe è in seno e fomentata da una propaganda islamista che soffia da un Paese che era una volta alleato dell’Europa e membro fondamentale della Nato, ma che oggi ha assunto a tutti gli effetti le caratteristiche di uno “Stato canaglia” equiparabile a quell’Iran islamista che auspica la cancellazione dalla mappa di Israele o quella Libia gheddafiana dei tempi d’oro che forniva sostegno a gruppi terroristici quali Ira, l’Eta e Olp.

Il vero problema è Erdogan (e l’islamismo)

Ebbene si, il problema è oggi la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, alimentata da un’ideologia islamista filo Fratelli Musulmani e rifugio sicuro per i leader di organizzazioni terroristiche come Hamas (braccio palestinese della Fratellanza e nella lista nera delle organizzazioni terroristiche di Usa e Unione europea) ma anche per numerosi esponenti del jihadismo daghestano, fuggiti in territorio turco per scappare dalla lunga mano del Fsb russo.

Del resto Ankara non ha soltanto sostenuto per anni i jihadisti attivi in Siria, fornendo loro assistenza medica e armi, intelligence e inviando persino militari al loro fianco, ma ha anche utilizzato questi jihadisti trasferendoli poi in Libia per supportare il Gna di al-Serraj e trasformando l’esecutivo di Tripoli in un regime-fantoccio di Ankara.

Il sostegno turco ai jihadisti è stato documentato in più occasioni da giornalisti e politici turchi d’opposizione che sono poi stati perseguitati con l’accusa di “spionaggio”. Il caso di Can Dundar parla da sé, gambizzato fuori di un tribunale nel 2016 e pure condannato per aver svelato i rifornimenti del Mit turco ai jihadisti siriani. La Turchia è difatti oggi la più grande galera per giornalisti al mondo e non che ai parlamentari turchi vada meglio, come nel caso di Enis Berberoglu, Leyla Guven e Musa Farisugullari, parlamentari del partito d’opposizione Chp arrestati a inizio giugno 2020 con l’accusa di “spionaggio”.

È sempre Ankara che ha soffiato sul fuoco in seguito alla nuova pubblicazione da parte di Charlie Hebdo, a inizio settembre, delle vignette satiriche su Maometto, in concomitanza con l’inizio del processo ai fiancheggiatori dei terroristi coinvolti negli attentati del 2015-16. I risultati sono stati pressoché immediati, con il ferimento di quattro persone fuor dell’ex sede della rivista e con la decapitazione del docente di educazione civica Samuel Paty, “colpevole” di aver mostrato le vignette durante una lezione sulla libertà di espressione, concetto tanto aberrato dagli islamisti e dallo stesso Erdogan che non tollera critiche in patria e all’estero.

Il 28 ottobre infatti il rais turco si è nuovamente inalberato, stavolta per una vignetta satirica pubblicata sempre da Charlie Hebdo, che lo ritrae in mutande mentre scopre il sedere di una donna velata. Il giorno dopo a Nizza tre persone venivano uccise (e una decapitata) da quel tunisino sfuggito ai radar italiani e il successivo 2 novembre il cittadino austriaco di origini albanesi, Kujtim Fejzulai sparava all’impazzata per le vie di Vienna e contro una sinagoga, uccidendo quattro persone e ferendone 23. Poco importa che qualche giorno dopo Erdogan si congratulava con due cittadini turchi giunti in soccorso alla polizia austriaca in evidente difficoltà.

Non c’è da stupirsi se gli islamisti abbracciano la retorica erdoganiana, predicano e perpetrano violenza nei confronti di chi si esprime liberamente e fa satire ad essi non gradite, perché è nella loro natura ideologica. Non c’è dunque da stupirsi neanche di vedere l’inquietante pubblicazione dei nomi di noti giornalisti additati come “islamofobi” e “turcofobi” da certi siti in lingua italiana e ideologicamente vicini ad Ankara e con tutti i relativi rischi per l’incolumità di questi professionisti.

Un filo comune che lega Parigi e Vienna

Francia e Austria hanno in comune una dura posizione nei confronti dell’islam politico e guarda caso sono finite nel mirino del jihad; Emmanuel Macron e Sebastian Kurz hanno infatti affermato che islam politico e radicalizzazione non hanno posto nei rispettivi Paesi, prendendo dure misure contro imam, associazioni e luoghi di culto legati all’islam radicale. Nel 2018 il governo austriaco fece chiudere diverse moschee e cacciò numerosi imam legati all’Atib turco in seguito a un’agghiacciante ricostruzione presso alcune moschee della Battaglia di Gallipoli, con tanto di bambini vestiti da soldati e da martiri. Anche in quell’occasione intervenne subito Erdogan a bollare le misure prese da Vienna come “islamofobe, razziste e discriminatorie”.

Parigi dal canto suo non ha soltanto da tempo dichiarato guerra a quell’islam politico definito da Macron “separatista” e legato all’ideologia dei Fratelli Musulmani, ma in seguito all’omicidio di Paty ha anche fatto chiudere diverse associazioni e collettivi islamisti tra cui  lo “Sheikh Yasin”, fondato nel 2004 in onore del leader storico di Hamas (organizzazione di casa in Turchia grazie a Erdogan) dal predicatore franco-marocchino Abdelhakim Sefrioui, già classificato con “Fiche S” dall’antiterrorismo francese e arrestato assieme a Brahim Chnina, padre di un’allieva di Paty con l’accusa di essere i mandanti morali dell’omicidio.

Oggi Parigi ha inoltre reso noto di aver messo al bando anche l’organizzazione ultranazionalista dei Lupi Grigi, resisi responsabili delle marce anti armene dello scorso ottobre, arrestandone il suo leader locale, Ahmet Cetin. Ankara ha immediatamente risposto minacciando rappresaglie e affermando la “necessità di proteggere la libertà di espressione e di riunione dei turchi in Francia”.

Peccato che è stata proprio Ankara a minacciare azioni legali contro Charlie Hebdo per le vignette satiriche su Erdogan e a fomentare odio contro Parigi per quelle su Maometto, perché secondo la migliore tradizione islamista, la libertà di espressione è relativa e dipende molto da chi parla e cosa dice, come del resto emerso anche durante l’anno di governo Morsy in Egitto.

In tutto ciò, Unione Europea e Alleanza Atlantica non possono più rimandare e devono affrontare una volta per tutte il problema turco, perchè Macron e Kurz hanno ragione quando affermano che l’islam politico va combattuto; è l’unico modo per dare il via a una strategia efficace di deradicalizzazione a livello europeo e mediorientale in un momento in cui i confini tra ideologica della Fratellanza, qaedista e dell’Isis sono sempre più sfumati in nome di un islamismo globale che è diventato un rischio enorme per la stabilità di Europa e Medio Oriente. La Turchia odierna non è più quella dell’era pre-Erdogan e non si può far finta di non rendersene conto, perché la realtà presenta il conto e lo sta già facendo. Tutto sta a capire da che parte si vuol stare, ma una scelta è oggi più che mai necessaria, perché le cose a questo punto non possono che peggiorare.