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La lotta all’Isis non si ferma. Dopo l’operazione per eliminare il Abu Bakr al Baghdadi, il Pentagono pianifica nuovi raid per eliminare ciò che resta dell’autoproclamato Stato islamico e dei suoi seguaci. I raid aerei – e forse non solo – che inquadreranno nel mirino nuovi obiettivi jihadisti sono frutto delle importanti informazioni acquisite durante la missione per la cattura dell’ex leader dell’Isis – suicidatosi poco prima di cadere nelle mani delle forze speciali che lo avevano intrappolato nel suo rifugio al confine turco-siriano.

Secondo i funzionari della Difesa americana citati dal Washington Post, il Pentagono è pronto a colpire nuovi obiettivi in Siria per eliminare con le bombe intelligenti dei propri cacciabombardieri e droni “obiettivi jihadisti” individuati grazie ai filmati e alle informazioni acquisite dal commando delle forze speciali nell‘operazione che ha portato alla morte Baghdadi. Il commando – forse una formazione mista che prevedeva agenti della Cia specializzati in “hunter killer“, membri della Delta Force e dei Navy Seal – avrebbe catturato due “uomini del Califfo” che erano presenti del rifugio, e questi, insieme alle informazioni e ai documenti presenti del nascondiglio di Barisha, villaggio nella provincia siriana di Idlib, potrebbero essere stati interrogati e aver rivelato informazioni di enorme rilevanza sull’organizzazione terroristica di matrice jihadista ancora presente in Siria.

Le fonti consultate dal Post hanno spiegato che l’operazione che ha portato all’uccisione di al Baghdadi va considerata come “inserita in una strategia più ampia” che mira a “portare la pace in Siria mentre si mette fine alla minaccia terroristica nella regione”. “C’è una logica dietro questo, anche se qualche volta potrebbe non essere chiara a tutti”, ha spiegato l’alto funzionario del Dipartimento di Stato americano del quale è stata – ovviamente – celata l’identità. L’uomo del Pentagono, con una puntualità che appare quasi “machiavellica”, ha inoltre riportato al noto quotidiano della capitale americana come ciò che la Casa Bianca stia cercando di fare vada oltre “gli attacchi aerei” e i raid della forze speciali, ma si sia concentrato in passato, e si concentri tutt’ora sul “piano politico e diplomatico nella regione” attraverso uno “sforzo finalizzato a eliminare le cause che hanno portato alla nascita e alla crescita dell’Isis”.

L’obiettivo della “strategia” americana

La ponderazione della strategia americana – che prevedeva il completo ritiro dalla Siria, seguito da un “contrordine” improvviso e ora da una serie di annunci altisonanti – sembra voler fare da contraltare alle dichiarazioni di Mosca, alleata di Bashar al Assad, che non ha mai smesso di colpire obiettivi in Siria e che ha definito come “ininfluente” dal punto di vista strategico l’eliminazione di al Baghdadi. Ormai ridotto al silenzio in una regione controllata da suoi oppositori. Parte di questa strategia – scandito dalle comunicazione pubbliche del presidente americano Donald Trump che in merito alla nuova crisi siriana ha sempre manifestato posizioni ambigue e controverse – è culminata nell’esternazione da parte dell’occupante della Casa Bianca in merito alla volontà degli Stati Uniti di voler controllare e “prendere il petrolio” siriano.

In merito a questa posizione – che può essere vista come il fine ultimo del nuovo focus americano sulla Siria – i funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno tenuto a precisare come petrolio siriano continuerà ad essere venduto “alle Forze democratiche siriane (Fds) l’alleanza curdo-araba sostenuta dagli americani nella lotta all’Isis”. Per parte sua, il nuovo capo del Pentagono Mark Esper ha tenuto a spiegare pubblicamente come la missione del contingente americano che dovrebbe rimanere in Siria rimanga quella di “garantire la sicurezza degli impianti petroliferi”. Evitando così che il regime siriano e gli alleati russi abbiano accesso alle risorse energetiche.