Sul Pakistan torna a calare l’ombra del terrorismo. Nella giornata di venerdì un attentato suicida ha colpito l’Imam Bargah Qasr-e-Khadijatul Kubra, nel quartiere di Tarlai Kalan alla periferia di Islamabad, causando almeno 30 morti e 169 feriti secondo i dati ufficiali iniziali. Tuttavia, fonti locali riferiscono che il numero reale delle vittime potrebbe essere più alto: il Deputy Commissioner di Islamabad aveva scritto su X che le vittime erano 69, prima di cancellare il post dopo poche ore, alimentando dubbi e confusione sulla reale entità del bilancio.
L’esplosione, avvenuta durante le preghiere del venerdì in un luogo di culto sciita, non è un episodio isolato, ma l’ennesimo segnale di una minaccia terroristica sempre più capace di colpire obiettivi urbani e simbolici, anche nella capitale. Secondo le autorità, il personale di sicurezza è riuscito a impedire che l’attentatore raggiungesse la sala principale della moschea, evitando così un bilancio ancora più devastante. Il ministro della Difesa Khawaja Asif ha rivelato che l’attentatore avrebbe viaggiato ripetutamente tra Pakistan e Afghanistan: un dettaglio che evidenzia quanto la natura transnazionale del terrorismo rappresenti una minaccia enorme, mostrando al contempo le persistenti falle nel controllo dei flussi militanti lungo il confine occidentale.
Insicurezza strutturale ed endemica
L’attacco di Islamabad si inserisce in una spirale di violenza nazionale ormai consolidata. Il 2025 è stato uno degli anni più sanguinosi dell’ultimo decennio, con almeno 699 attacchi terroristici registrati e oltre 1.000 vittime complessive. Il 2026 non ha segnato alcuna inversione di tendenza: già nelle prime settimane di gennaio si sono verificati numerosi attentati e assalti armati, in particolare nelle province di Khyber Pakhtunkhwa e Balochistan, tradizionali epicentri dell’insurrezione.
Il problema della sicurezza non è solo il risultato di singoli attentati, ma riflette un contesto sociale e politico segnato da fragilità istituzionali e divisioni settarie. La presenza di più attori armati, spesso operanti in parallelo ma accomunati da un’elevata capacità offensiva, agisce come un pericoloso moltiplicatore d’instabilità e di insicurezza. La loro abilità nello sfruttare queste debolezze dimostra come il terrorismo sia ormai un fenomeno strutturale, in grado di colpire improvvisamente e di eludere le precarie misure di sicurezza statali.
Il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP) continua a colpire le forze di sicurezza e le infrastrutture statali, i gruppi separatisti balochi mantengono una pressione costante contro lo Stato centrale, mentre l’Islamic State Khorasan Province (ISKP) sembra rafforzare la propria strategia di violenza settaria. Proprio quest’ultimo viene indicato da diversi esperti come il probabile responsabile dell’attacco di ieri. La scelta di un obiettivo sciita, l’uso di un attentatore suicida e il contesto urbano rientrano pienamente nel modus operandi dell’affiliato allo Stato Islamico, già sperimentato su
entrambi i lati del confine afghano-pakistano. Al momento, tuttavia, nessuna rivendicazione ufficiale è stata diffusa.
Controterrorismo reattivo
La strategia di controterrorismo del Pakistan resta prevalentemente reattiva, sottovalutando la natura strutturale della minaccia e senza affrontare in modo preventivo la radicalizzazione. L’attacco di Islamabad, capitale e simbolo politico del Paese, lo conferma: anche con cellule neutralizzate e operazioni intensificate, i gruppi armati si adattano, colpiscono e continuano a destabilizzare le città, trasformando la violenza in un fenomeno endemico con effetti che rischiano di travalicare i confini nazionali.
Il ruolo dell’ISI, principale servizio di intelligence pakistano, e delle forze militari è centrale per la sicurezza nazionale, sebbene spesso controverso. L’ISI raccoglie informazioni sui gruppi armati interni e transnazionali, monitora i movimenti dei militanti e coordina le operazioni con le agenzie locali e con l’esercito. Le attività di controterrorismo comprendono arresti mirati, raid contro cellule sospette, intercettazioni e controllo dei confini. L’esercito, in collaborazione con l’intelligence, conduce campagne su larga scala nelle aree tribali e rurali, colpendo campi, basi logistiche e reti di supporto. Tuttavia, l’azione resta principalmente tattica: la prevenzione della radicalizzazione e il contrasto strutturale all’ideologia estremista rimangono sfide irrisolte.
Il confine occidentale, la Durand Line, separa il Pakistan dall’Afghanistan ed è un punto di passaggio chiave per militanti, armi e risorse. La situazione è ulteriormente complicata dalla presenza dei Talebani al potere a Kabul, con cui i rapporti restano tesi e ambigui. Islamabad accusa il governo afghano di tollerare, se non sostenere, gruppi come il TTP, ma un intervento diretto oltre confine rischierebbe di aggravare l’instabilità regionale. Di fatto, la Durand Line funziona più come una via di passaggio per militanti e violenza che come una reale barriera di sicurezza, lasciando il Pakistan costantemente vulnerabile.
La paura
Cittadini e comunità religiose vivono sapendo che un attacco può arrivare in qualsiasi momento, anche in luoghi ritenuti da sempre protetti. Questo senso di vulnerabilità aumenta le tensioni settarie, mina la fiducia nelle istituzioni e isola le comunità, trasformando ogni attentato in un moltiplicatore d’instabilità che supera i confini immediati delle aree colpite. Come racconta un giovane abitante di Peshawar sentito da InsideOver, “negli ultimi anni, la natura degli attentati terroristici in Pakistan è cambiata. Pur essendo molti formalmente descritti come mirati alle forze di sicurezza, essi vengono spesso eseguiti tramite attentati suicidi che non fanno distinzione tra obiettivi militari e civili. La forza di queste esplosioni si estende ben oltre qualsiasi singolo obiettivo, coinvolgendo le aree circostanti, i luoghi di culto, le istituzioni scolastiche e i mercati pubblici. Nessuno sa dove colpirà l’esplosione né quali vite o corpi saranno spezzati. Di conseguenza, la gente prega con paura, studia con paura e affronta la vita quotidiana con la costante consapevolezza che la violenza può esplodere in qualsiasi momento e ovunque”. Una manifestazione dell’incertezza che attanaglia un Paese ancora fragile.


Buongiorno Chiara, complimenti per l’articolo. Avrei un paio cose da chiederti. Secondo te è possibile che la matrice degli attentati terroristici in Pakistan sia la stessa di quelli avvenuti in Iran, (che l’allineamento bipartisan NATO ha trasformato in proteste contro il governo), ovvero riconducibile agli ‘innominabili del DDL Romeo’ (penso che ci capiamo)? E sempre a tuo parere, esiste il pericolo di un escalation con o senza colpevolizzazioni intermedie (India, Cina), con la preoccupazione supplementare per la MAD strategy condivisa dal Pakistan con le sue nucleari tattiche?