Martedì 17 novembre un attentato suicida ha travolto di nuovo Mogadiscio, la capitale della Somalia. Si tratta del quinto attacco kamikaze perpetrato dal gruppo jihadista legato Al Qaeda tra ottobre e novembre. Un’azione che ha provocato la morte di cinque persone tra funzionari di polizia e membri dell’esercito e che ha causato il ferimento di 10 civili.

L’intensificarsi delle azioni da parte del gruppo qaedista è rivelatore di due cose: la prima è la volontà da parte di Al Shabaab di destabilizzare il Paese dopo che Trump ha annunciato il ritiro dei 700 militari schierati nel Corno d’Africa e in un momento di crisi politica visto che il primo ministro somalo Hassan Ali Khaire ha rassegnato le dimissioni. E poi il susseguirsi degli attacchi è un evidente sfida da parte del gruppo islamista nei confronti del governo centrale e del contingente dell’Unione Africana Amisom.

Al Shabaab mantiene sotto il proprio controllo ampie aree della Somalia centrale e meridionale e la formazione è riuscita a riprendere controllo anche di importanti zone della capitale grazie a una nuova forma di espansione: non più militare ma economica e finanziaria.

Secondo un report dell‘Hiraal Institute, pubblicato a fine ottobre dalla Bbc, il gruppo terrorista, negli anni, ha raccolto attraverso le attività illecite un patrimonio non quantificabile e le entrate dei qaedisti somali, che si aggirano intorno ai 15 milioni al mese, superano oggi quelle del governo centrale. A rivelare la nuova strategia degli jihadisti africani è anche un rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, pubblicato in esclusiva dal New York Times, che dimostra come i terroristi somali stiano affermandosi ed espandendosi grazie a un cambio di rotta: alla guerra militare hanno affiancato l’espansione finanziaria riuscendo ad ottenere proventi non più solo attraverso rapimenti, traffico del carbone, dell’avorio ed estorsioni, ma anche grazie a transazioni, tassazione nelle aree sotto il loro controllo, speculazioni immobiliari e infiltrandosi nei maggiori mercati nazionali e dirottando ingenti quantità di denaro in modo pulito nell’ufficiale sistema bancario somalo.

I qaedisti, stando all’indagine delle Nazioni Unite, sono riusciti a introdursi innanzitutto nel porto di Mogadiscio. Con una metodologia che ricorda in tutto e per tutto quella applicata dalla criminalità organizzata italiana basato su estorsioni e intimidazioni, hanno fatto del porto somalo una prezioso centro lucrativo da cui ottenere ingenti profitti. Leggendo l’inchiesta si scopre che numerosi imprenditori, poiché minacciati, versano agli jihadisti importanti somme di denaro per poter sbarcare e caricare le proprie merci. Questi ”dazi portuali” però, attraverso un intricato sistema di coperture e prestanome si trasformano in entrate lecite e i proventi vengono versati su dei conti corrente ufficiali.

Uno degli aspetti più singolari del documento sono le prove che rivelano come gli agenti di Al Shabaab abbiano immagazzinato e trasferito il denaro sui conti dalla Salaam Somali Bank, una delle principali banche in Somalia. La banca ha affermato di non aver mai “aperto un conto per una persona o un’entità sanzionata” e di aver intrapreso azioni contro conti sospetti, ma non ha escluso la possibilità che Al Shaabab abbia trovato il modo di infiltrarsi. “L’utilizzo di sistemi bancari formali da parte di Al Shabaab consente il trasferimento e la distribuzione immediata di grandi importi anche in aree che la formazione islamista non controlla più direttamente, eliminando così il rischio di trasportare fisicamente contanti attraverso territori ostili”, afferma il report delle Nazioni Unite. E lo stesso Ministro delle finanze somalo Abdirahman Beileh ha riconosciuto la capacità di Al Shabaab di sfruttare il sistema bancario e ha dichiarato: “Stiamo incontrando i dirigenti delle banche per informarli del pericolo in cui si trovano. Al Shabaab è una mafia e ogni volta che le autorità bloccano un circuito di trasferimento di denaro il gruppo ne scopre un altro. Queste sono persone molto intelligenti e molto astute”.

Il rapporto descrive anche il sistema finanziario ben organizzato della branca somala di Al Qaeda mostrando come la formazione terrorista, oltre a spendere in intelligence e apparecchiature militari, abbia investito anche decine di migliaia di dollari in proprietà immobiliari e imprese commerciali. Un documento estremamente importante che è stato commentato in modo lapidario, caustico e lucidamente drammatico da parte di Rashid Abdi, analista e ricercatore specializzato nel Corno d’Africa: “Al Shabaab non è più un’insurrezione ma una potenza economica. È uno stato ombra che sta tassando il governo anche nelle aree che non controlla. Un’organizzazione molto più radicata e resiliente che non deve fare affidamento sulla potenza o sulla forza militare per essere presente e rilevante”.

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