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Oggetto del mistero, personaggio svanito quasi nel nulla e di cui poco si sa grazie anche al fatto che la sua morte avviene durante la latitanza. In questi giorni si torna a parlare di lui, il Mullah Omar: leader dei Talebani fino all’aprile del 2013, in quel mese sarebbe morto a causa di un’insufficienza renale. Un personaggio quasi leggendario, grazie al fatto che fino all’ultimo riesce ad eludere le ricerche condotte nei suoi confronti da mezzo mondo, in primis dagli Usa. E forse quest’aurea di leggende è destinata ad aumentare dopo le ultime rivelazioni: il Mullah Omar infatti per diversi anni sarebbe rimasto nascosto ad appena 3 km da una base americana in Afghanistan.

Più di mille marines Usa hanno sotto il naso l’uomo più ricercato del paese dopo Bin Laden, ma non riescono a prenderlo. Una beffa rivelata da un libro scritto dalla giornalista olandese Batte Dam. Il testo, intitolato “Searching for ad Enemy”, si avvale anche della collaborazione della giornalista americana Jessica Donati.

Chi è il Mullah Omar

Di lui anche gli stessi afghani sanno molto poco. Quando è “de facto” il leader del paese grazie all’avanzata dei Talebani in tutto l’Afghanistan, il Mullah Omar visita soltanto due volte Kabul. Preferisce rimanere a Kandahar, la seconda città afghana, da dove governa sia il movimento dei Talebani che il “suo” emirato dell’Afghanistan all’interno di una stanza in un anonimo palazzo.

Nato da una famiglia molto povera di etnia pashtun della provincia di Kandahar, rimane orfano di padre molto presto ed è costretto a fare il bracciante per dare sostentamento alla famiglia. Come per molti personaggi importanti dell’Afghanistan moderno, la sua vita cambia con l’avvio dell’invasione sovietica. Decide di arruolarsi tra le fila  Harakat-i Inqilab-i Islami, il Movimento Rivoluzionario dell’Islam, aderendo dunque ad uno dei tanti gruppi islamisti che lottano contro i soldati di Mosca. In questo periodo rimane ferito durante una battaglia. Perde un occhio e viene allontanato dal fronte per curarsi, successivamente alcune fonti sostengono che il futuro Mullah si trasferisce in Pakistan.

Fino a questo momento la sua adesione all’islam radicale appare finalizzata unicamente alla lotta anti sovietica. Il discorso cambia, per l’appunto, quando si pensa che sia andato in Pakistan e più precisamente nella città di Quetta. Si tratta del capoluogo del Belucistan, una zona che risente dell’influenza delle vicine zone tribali dove gli islamisti di etnia pashtun trovano un rifugio sicuro.

Come per molti elementi della vita del Mullah Omar, anche sulla sua adesione all’Islam più radicale non ci sono certezze. Leggenda vuole che la sua decisiva virata verso l’estremismo più ortodosso arrivi proprio da una madrassa di Quetta. Ritornato in Afghanistan, anche in questo caso uno dei capitoli più importanti della sua vita si aggrappa ad una leggenda. Nei primi mesi del 1994 infatti, il futuro Mullah Omar avrebbe guidato un gruppo di miliziani in un assalto per liberare due ragazzine arrestate e seviziate da alcuni signori della guerra locali.

Quel gruppo inizia ad essere identificato come quello degli “studenti“, parola che in lingua in pashtun viene tradotta con il termine “talebani”. Si tratta infatti di studenti coranici che applicano una rigida interpretazione del Corano. Sharia, divieto per le donne di lavorare ed obbligo di indossare il burqua diventano le prime regole ad essere applicate nei territori dove i talebani iniziano a dettare legge. Omar viene eletto al rango di “Mullah” e guida il gruppo che grazie alla sua lotta anti corruzione ed alla stabilità promessa conquista i favori della popolazione. Nel 1996 avviene la presa di Kabul ed i Talebani governano in Afghanistan fino al 2001. Il 7 ottobre di quell’anno vengono attaccati dagli Usa i quali accusano il Mullah Omar di nascondere Osama Bin Laden, primo responsabile degli attacchi dell’11 settembre contro le torri gemelle. Spodestati dal potere, la storia indica però come sia il Mullah Omar che i Talebani non vengono definitivamente sconfitti.

La beffa del Mullah Omar

Gli attacchi aerei Usa aiutano l’Alleanza del Nord, gruppo rivale dei Talebani, ad occupare Kabul prima e Kandahar poi. Da allora del Mullah Omar rimangono solo vecchie foto che lo ritraggano senza un occhio ed un vecchio video, in cui il leader talebano è a bordo di un pick up assieme ad una decina di persone. Non si riesce a sapere nulla di più. Diventa, al pari di Osama Bin Laden, una sorta di fantasma che aleggia sulle sorti dell’Afghanistan. L’ipotesi più accreditata in questi anni, riguarda una presunta fuga del Mullah Omar in Pakistan, paese dove poi sarebbe morto all’interno di una clinica di Karachi nel 2013. Il libro citato ad inizio articolo smentisce tutto. La giornalista Dam si avvale di una fonte molto vicina al Mullah Omar per ricostruire gli ultimi anni di vita del leader talebano. Si tratta, in particolare, della sua ex guardia del corpo Jabbar Omari.

Secondo questa fonte, dopo l’avvio delle operazioni Usa il capo dei Talebani sarebbe sì fuggito ma non in Pakistan. Al contrario, da Kandahar il Mullah Omar si sarebbe rifugiato nella provincia afghana di Zabul e, più precisamente, nel piccolo centro di Qalat. Qui avrebbe trovato una famiglia disposto ad ospitarlo in un compound. Pur tuttavia, né il Mullah Omar avrebbe mai fatto capire la sua identità e né i padroni di casa sarebbero riusciti a risalire alla fama dell’illustre ospite. Da qui continua a guidare i Talebani ed a dare ordini sulle strategia di guerriglia da attuare.

Gli americani che gli danno la caccia nel 2004 costruiscono a 3 km da questo compound la base di Langman. Qui soggiornano mille soldati Usa, questo luogo diventa un hub importante per le operazioni militari nella zona. Eppure nessuno si accorge della presenza a pochi passi del Mullah Omar. Nel testo si fa riferimento ad un controllo degli americani nel villaggio di Qalat, durante il quale il Mullah Omar si nasconde dietro una catasta di legno. I soldati Usa sono a pochi metri dal leader talebano, ma nessuno controlla se c’è qualcuno nascosto alle spalle di quel piccolo mucchio di legname ed è per tal motivo che il Mullah la fa franca.

Il numero uno degli studenti coranici raramente si sposta da quel compound. Qui ascolta i notiziari della Bbc il lingua pashto e le notizie che arrivano dalla radio. Conduce, a detta della giornalista olandese, una vita ritirata e prudente evitando anche i contatti con i familiari. L’ipotesi della morte per cause naturali nel 2013 viene confermata anche dal libro inchiesta uscito pochi giorni fa. Ma il decesso sarebbe avvenuto a Qalat e non a Karachi. Di certo, c’è che il Mullah Omar muore per cause naturali e questo già di per sé appare un vero e proprio smacco alle forze speciali Usa. Se si aggiunge che il ricercato più importante dimora per anni al fianco di una base americana, lo smacco diventa vera e propria beffa.

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