Il Mozambico è al centro di una violenta offensiva sferrata da militanti legati ad una branca locale dello Stato Islamico. Un gruppo di terroristi ha attaccato, nella notte di venerdì’, due villaggi situati nella provincia settentrionale di Capo Delgado e qui ha compiuto una vera e propria strage. A Nanjaba sono state decapitate due persone e rapite diverse donne mentre a Muatide 50 abitanti che tentavano di fuggire dal villaggio, dato alle fiamme dai terroristi, sono stati catturati, condotti in un campo da calcio e decapitati. La provincia di Capo Delgado, ricca di risorse naturali, subisce le violenze islamiste sin dal 2017. Queste ultime hanno provocato la morte di oltre duemila abitanti mentre più di 430mila hanno perso tutto e sono stati costretti ad abbandonare le proprie case.

I terroristi hanno sfruttato la povertà e l’alto tasso di disoccupazione della regione per reclutare giovani militanti ed assumere il controllo del territorio. Il governo del Mozambico ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per cercare di porre fine all’insurrezione, affermando che le proprie forze armate, accusate di gravi abusi dei diritti umani commessi nel tentativo di sconfiggere i ribelli, hanno bisogno di addestramento specializzato.

Le origini della violenza

L’insurrezione islamista nella provincia di Capo Delgado beneficia del relativo isolamento di questo territorio dal resto del Paese e della presenza di una popolazione di religione islamica che si sente marginalizzata. Nel 2010 sono stati individuati ingenti giacimenti di gas naturale nel bacino di Rovuma e la scoperta ha portato alla realizzazione di grandi infrastrutture in loco ma anche all’espropriazione di terreni e ad abusi dei diritti umani. La popolazione locale ha iniziato a sentirsi sempre più alienata mentre alcuni fattori socio-geografici, già presenti, hanno giocato in favore dei terroristi.

La regione di Capo Delgado, situata nei pressi del confine con la Tanzania, era già al centro di attività di contrabbando e le forze di sicurezza avevano una presenza piuttosto debole sul territorio. Il governo centrale non è riuscito ad amministrare questa zona nel migliore dei modi e ciò ha favorito un aumento dell’instabilità. Nel 2013 è nata un’organizzazione violenta ed estremista, denominata al-Shabab Mozambique, che intendeva lottare contro il governo centrale, ritenuto corrotto e contro le istituzioni religiose locali, ritenute inefficienti. Negli anni successivi i radi cali islamici hanno progressivamente espanso le proprie attività, accumulando un vero e proprio arsenale ed inviando i militanti in altri Paesi della regione (come il Kenya) per addestrarsi. L’insurrezione vera e propria ha avuto inizio nel 2017 e da allora il Mozambico è uno dei nuovi fronti dell’avanzata islamista in Africa.

Il parere degli esperti

Secondo Jasmine Opperman, analista di Africa presso l’Armed Conflict Location and Event Data project (Acle) e sentita da Voice of America, “gli insorti sono in grado di contrastare efficacemente la capacità di reazione del governo”  e “le forze di sicurezza sono costrette ad agire in modalità difensiva”. Per la Opperman “il conflitto non è vicino ad una conclusione” ed in futuro potrebbero esserci “scontri tra i civili ed i terroristi”.

Salvador Forquilha, direttore dell’Istituto per gli Studi Economici e Sociali di Maputo e sentito da Voice of America, ritiene che il governo abbia sottostimato la minaccia sin dall’inizio e che “non si sia reso conto del pericolo e delle conseguenze sulla regione”. L’esecutivo, secondo quanto riferito da Forquilha, ha accusato una “cospirazione straniera”  di essere responsabile dell’instabilità a Capo Delgado e non ha analizzato “i fattori interni che hanno consentito all’insurrezione di espandersi”. Fatima Mimbre, un’analista basata in Mozambico (le cui parole sono riportate da Voice of America), ha dichiarato che “non c’è una vera e propria strategia per affrontare l’insurrezione” e che “il governo è ricorso all’aiuto dei mercenari russi e sudafricani ma la situazione tende a peggiorare”.

L’Africa, miracolosamente sfuggita agli effetti più nefasti della pandemia, rischia ora di trasformarsi in un vero e proprio territorio di conquista per gli islamisti che, già nel Sahel ed in Somalia, hanno trovato terreno molto fertile. La formazione di un unico blocco estremista, territorialmente contiguo, può rivelarsi un vero e proprio incubo per le Cancellerie occidentali, in questo momento distratte dall’emergenza sanitaria ed incapaci di agire dove c’è più bisogno del loro aiuto.

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