Sono passati quasi due mesi da quando a Bamako generali e soldati hanno sfilato lungo le vie della città prendendo possesso dei palazzi del potere. Il golpe, con il quale è terminata l’era di Ibrahim Boubacar Keita alla presidenza del Mali, ha segnato per il Paese africano l’inizio di una delicata fase di transizione dalle incognite ancora tutte da decifrare. Le uniche vere certezze degli ultimi giorni hanno riguardato la nomina e l’insediamento del nuovo presidente e la fine delle sanzioni decise dalla Cedeao (l’organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale) subito dopo il colpo di Stato di agosto.

Chi è il nuovo presidente

La comunità internazionale ha fatto immediata pressione affinché il Mali avesse quanto prima un governo civile e non militare. La stessa Cedeao ha imposto come condizione necessaria alla riabilitazione di Bamako in seno alla comunità dei Paesi africani, l’arrivo alla presidenza di un civile ed evitare contestualmente che la transizione fosse gestita da una giunta militare. Alla fine è stato trovato un compromesso tra un esercito che non si è subito fidato di consegnare il potere ai civili e i gruppi dell’opposizione che, al contrario, reclamavano immediato spazio. A essere nominato presidente è stato sì un militare, ma in pensione: si tratta, nello specifico, di Bah N’Daw. La sua figura ha messo d’accordo non tutti essendo un esponente senza divisa addosso ma, allo stesso tempo, con una lunga esperienza all’interno dell’esercito alle spalle.

N’Daw ha prestato giuramento lo scorso 25 settembre, assieme a lui all’interno del palazzo presidenziale si è insediato anche Assimi Goita, leader del comitato creato dalla giunta golpista e nuovo vice – presidente. La prima sfida per il nuovo capo dello Stato ha riguardato la formazione del governo. Anche in questo caso le condizioni dettate dalla Cedeao erano ben precise: il premier non deve rappresentare i militari e tra i ministri almeno la metà devono essere civili. Di N’Daw si conoscono i suoi trascorsi nell’esercito e poco altro. L’unica volta che il nuovo presidente era arrivato agli onori della cronaca politica è stato quando, nel 2014, il presidente Keita l’aveva nominato ministro della Difesa. Adesso è toccato a lui succedere allo stesso Keita in un momento molto delicato per il futuro del Paese.

La situazione in Mali

Nelle scorse ore si è arrivati alla formazione di un nuovo esecutivo. A guidarlo è l’ex ministro degli Esteri, Moctar Ouane, e al suo interno ci sono 25 ministri, di cui 4 militari. Questi ultimi hanno ottenuto deleghe piuttosto pesanti: Difesa, Sicurezza, Amministrazione territoriale e Riconciliazione nazionale. Alla Difesa, in particolare, è stato nominato il colonnello Sadio Camara: si tratta del comandante della base militare di Kati, alla periferia di Bamako, da cui è partita la mobilitazione che ha portato al golpe. Spazio anche al Movimento M5, uno dei gruppi dell’opposizione in grado di avere un ruolo importante nella deposizione di Keita. A questa formazione politica sono stati assegnati tre ministeri. Il nuovo esecutivo resterà in carica per almeno 18 mesi, principale compito della compagine governativa sarà quello di gestire una fase di transizione in grado poi di portare il Paese a nuove elezioni nel 2022. Compito non semplice, anche perché già oggi stanno emergendo posizioni divergenti sulla carta costituzionale provvisoria da adottare.

Con il giuramento del nuovo presidente e la nomina del nuovo governo, il Mali ha potuto beneficiare dell’immediato stop alle sanzioni imposte dalla Cedeao. Così come confermato dal quartier generale dell’organizzazione degli Stati dell’Africa occidentale, i membri hanno deciso di togliere buona parte delle misure imposte per fare pressione sulla giunta militare. Rispettate le premesse, adesso quindi Bamako è stata riabilitata. Questo però non vuol dire la fine dell’emergenza: il Mali, già nelle prossime settimane, potrebbe andare incontro a fasi di tensioni e instabilità nel caso in cui la transizione appena iniziata dovesse mostrare delle falle.

L’allerta terrorismo

Ciò che maggiormente preoccupa in relazione all’attuale situazione nel Paese africano, è legato alle conseguenze che l’attuale fase di transizione potrebbe comportare nella lotta al terrorismo. I gruppi jihadisti sono sempre più radicati nel nord del Mali, lì dove nel 2012 hanno formato alcuni piccoli emirati islamisti poi sconfitti l’anno successivo a seguito dell’intervento francese. Sia Aqim (Al Qaeda nel Magreb Islamico) che l’Isis, che qui è rappresentato soprattutto dai miliziani dello Stato Islamico del grande Sahara, non hanno mai mollato del tutto la presa su questo territorio. Al contrario, negli ultimi anni attentati e imboscate contro militari e civili sono stati quasi all’ordine del giorno, segno dell’aumentata pericolosità dei gruppi integralisti. La fase di stallo a Bamako dovuta al golpe e lo spauracchio di un indebolimento, anche provvisorio, dello Stato e dell’esercito non stanno certamente giocando a favore della sicurezza e della prosecuzione della lotta al terrorismo. E cresce la paura sia nel Mali che nella regione del Sahel.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME