Terrorismo /

Gli avvenimenti del 1° Febbraio 2021 sono passati totalmente inosservati in un mondo ancora messo in ginocchio dal Covid-19. Questa data rappresentava il diciannovesimo anniversario dell’assassinio di Daniel Pearl, giovane giornalista americano, brutalmente decapitato dai suoi rapitori a Karachi, in Pakistan, in nome della jihad islamica. Quasi quarantenne, Pearl era il capo della South Asia Bureau del Wall Street Journal e si trovava in Pakistan per seguire la guerra contro il terrore di George W. Bush, diventata oggi la più lunga guerra degli americani in un Paese che ha il soprannome di “la tomba degli imperi”: l’Afghanistan.

Mentre sono ormai nel dimenticatoio tutti gli orrori commessi in quei giorni che sono iniziati con l’attacco e la caduta delle torri gemelle a New York l’11 settembre 2001, la morte di Pearl ha scioccato il mondo intero poiché per la prima volta la jihad aveva messo a morte un giornalista occidentale innocente in modo brutale e barbarico. Il filmato dell’uccisione era stato poi diffuso in Occidente con l’unico scopo di spargere il terrore.

Certamente oggi il mondo continua a soffrire, ma per il Covid-19. Tuttavia, il 28 Gennaio 2021, la corte suprema del Pakistan ha respinto la mozione contro l’assoluzione dei quattro uomini colpevoli del rapimento e brutale decapitazione di Pearl, rilasciandoli in assenza di prove. Il caso è stato senza dubbio mal gestito dalla procura del Sind, che da un lato non ha provveduto a fornire prove del ritrovamento dei pezzi del cadavere di Pearl e dall’altro non ha ammesso il video filmato dell’esecuzione come prova.

Una sentenza che assomiglia più ad uno schiaffo sia per la democrazia che per i sacrifici di Pearl. La giustizia pakistana si è dimostrata debole ed ha dato un messaggio chiaro a tutto il mondo, che forse era anche da parte del premier Imran Khan. Inutile negare il forte legame che esiste tra i servizi di intelligence pakistane, le forze armate ed i gruppi jihadisti che da un lato permettono al Pakistan di tenere sotto controllo l’India e dall’altro di mantenere il potere in Afghanistan. Il verdetto è stato molto criticato dal nuovo governo degli Usa e anche considerato inopportuno, visto che gli americani hanno quasi lasciato l’Afghanistan con un accordo di pace benedetto da Donald Trump.

L’Afghanistan e il delicato momento storico

I servizi segreti del Pakistan, l’Inter-Services Intelligence (Isi), hanno sempre avuto un ruolo centrale in Afghanistan, specialmente dopo l’occupazione sovietica nel 1979 con l’appoggio dei servizi segreti sauditi e la Cia americana. Tuttavia, dopo undici anni e la tragedia delle torri gemelle, la guerra contro il terrore gli aveva riservato un ruolo ancora migliore dal momento che gli americani avevano bisogno del Pakistan per continuare la guerra in Afghanistan. Anche se successivamente il governo Obama ha trovato e giustiziato Osama bin Laden a Abbottabad, il Pakistan ha sempre giocato con una doppia faccia, essendo amico dei mujahideen e, contemporaneamente, alleato degli americani. Una sorta di esistenza che si potrebbe definire schizofrenica.

Oggi sotto i termini dell’affrettata pace negoziata da Trump, la Nato e l’America devono ritirare le loro truppe in Afghanistan dal 1° maggio. I talebani hanno quindi pensato bene di cancellare le ferie invernali dei loro soldati che hanno immediatamente circondato le città e le capitali provinciali come il Kandahar. I talebani attendono il ritiro delle truppe occidentali per un attacco che gli aggiudica una piena vittoria militare oppure la resa del governo. Nel frattempo a Kabul continuano gli attacchi, nei quali donne, bambini e neonati sono le principali vittime, mentre i talebani colpevolizzano pubblicamente l’Isis in Afghanistan negando ogni suo coinvolgimento negli attentati.

In questo momento storico, gli Usa e Biden, entrambi indeboliti della pandemia, devono valutare se abbandonare questa guerra che in 20 anni è costata all’America più 2,5 trilioni di dollari e più di 2500 vite di soldati americani. Una guerra che ormai le televisioni si sono stancate di raccontare. Se la Nato e gli americani si ritirassero, il Pakistan sarebbe pronto a colmare questo voto di potere insieme al suo vecchio amico: i talebani. L’asse Cina-Pakistan-Turchia-Qatar-Iran ha un certo interesse in Afghanistan, un paese ricco di minerali e gas, una fonte importante di oppio, strategicamente posizionato tra l’Asia Centrale e Sud Asia, dove i servizi segreti Pakistani e l’Isis si sentono a casa. Con l’assoluzione dei carnefici di Pearl, il messaggio è chiaro: il Pakistan sta proteggendo gli jihadisti.

FATF e Pakistan: seguire i soldi

L’accordo di pace in Afghanistan è solo uno dei tanti problemi che ha il premier pakistano Imran Khan. La Task Force per l’Azione Finanziaria-Financial Action Task Force (FATF) è un’organizzazione intergovernativa fondata nel 1989 su iniziativa del G7 per sviluppare politiche contro il riciclo di denaro. Dal 2001, il suo potere è stato rafforzato per combattere il finanziamento al terrorismo. La sede centrale si trova presso quella dell’OCSE a Parigi. L’organizzazione detiene una lista nera di paesi (ora chiamata il “call for action”) e una lista grigia (“Giurisdizioni sotto alto monitoraggio”). Ora il Pakistan si trova sulla lista grigia per non aver contrastato le organizzazioni terroristiche elencate dalle Nazione Unite, come il Lashkar e Toiba (LeT) e la Jamat ud Dawa (JuD). Queste organizzazioni operano regolarmente con il Pakistan, possiedono fondazioni e associazioni, raccolgono fondi di milioni di dollari e gestiscono budget di centinaia di milioni di dollari senza essere bloccate dal governo pakistano o da altri paesi da dove ricevono i fondi per “beneficienza”, che poi vengono usati per attacchi terroristici in India e Afghanistan. Il 22 Febbraio 2021 inizierà la sessione annuale della FATF che deciderà se il Pakistan rimarrà sulla lista grigia o se andrà tolto. Cosa succederà se la FATF giudicherà che il Pakistan ha fatto abbastanza per combattere le organizzazione terroristiche e finanziare il terrorismo? Il paese continua a trovarsi in un ciclo vizioso poiché ha bisogno dei gruppi jihadisti per continuare la guerra fredda con l’India e mantenere il suo dominio in Afghanistan. Ora che c’è una concreta possibilità che i poteri occidentali ritirino le truppe, tutto il commercio, legittimo e illegittimo dell’ Afghanistan, passerà nelle mani dell’establishment intelligence-militare pakistano.

In questo anche la Cina ha iniziato a vedere dei seri vantaggi nell’adoperare la strategia pakistana. Ci sono prove concrete che negli schieramenti delle truppe indiane e cinesi dell’estate 2020, i soldati cinesi coordinavano i loro attacchi contro gli indiani con i gruppi jihadisti finanziati dal Pakistan. La situazione è senza dubbio preoccupante. Persino la Turchia, un paese finora moderato, sta usando le stesse tattiche pakistane in altre realtà di conflitto come la Somalia, la Libia e il Mali, abbracciando completamente questo format di terrorismo per colpire l’Occidente e tutti i miscredenti. Se durante questa fase il Pakistan riuscirà ad uscire dalla lista grigia e se gli americani e Nato ritireranno davvero le truppe dall’Afghanistan a maggio, si prevede una destabilizzazione allarmante della zona che provocherebbe il potenziamento dei terroristi dall’Afghanistan all’India e la crescita delle attività terroristiche non solo in India e Afghanistan, ma forse anche in Occidente.

La guerra contro il terrore

Il terrorismo islamico si è evoluto dagli anni Settanta e non è più un problema radicato solo in Israele o in India, le prime due vere vittime di una politica estremista islamica. Ora che la radicalizzazione ha fatto il suo arrivo in Europa, è importante tenere d’occhio quello che accade in Pakistan e Afghanistan, la culla della jihad organizzata che ha da sempre un grande effetto sull’evoluzione del terrorismo globale. Si rischia che anche altri regimi, come quello turco e cinese, vedendo che il mondo ora è distratto ed instabile e che comunque non chiederà conto al Pakistan, inizino a camminare nella stessa direzione, ben più pericolosa della pandemia. Inoltre, il mondo non può dimenticare Daniel Pearl. Abbandonare la sua memoria significherebbe far vincere i terroristi e i regimi che li appoggiano.

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