Il mese di luglio si è aperto con un nuovo attentato in territorio ceceno, successivamente rivendicato dall’Isis. Il fatto è avvenuto lo scorso lunedì a un check point a Katyr-Yurt, nel distretto di Achkhoi-Martan, quando un 26enne ceceno, successivamente identificato come Zelimkhan Musaev, ha reagito a un controllo pugnalando mortalmente con un pugnale l’agente di polizia Aleksandar Dvornikov. L’aggressore è immediatamente stato abbattuto dagli altri agenti. Poco dopo è arrivata la rivendicazione dell’Isis che ha definito Musaev “un proprio militante”. Il Ministero degli Interni russo e le autorità cecene hanno fatto sapere che Musaev era già noto, non solo per la sua tossicodipendenza, ma anche perchè i parenti di sua moglie si erano uniti ai jihadisti in Siria.

Diversi esperti dell’anti-terrorismo russo sono però scettici sulla reale responsabilità dell’Isis per quanto riguarda l’attacco, primo fra tutti, Sergey Goncharov, presidente dell’Associazione Veterani degli “Spetsnaz Alpha”, l’unità d’elite dell’anti-terrorismo russo; Goncharov è dubbioso sull’effettivo coordinamento da parte dell’Isis e indica piuttosto la causa in problemi personali e mentali del soggetto abbattuto.

Di opinione simile è anche Gennady Gudkov, colonnello in pensione del Fsb e attuale membro della Duma, secondo cui l’attacco con arma bianca non è una modalità tipica del terrorismo islamista del Caucaso settentrionale, zona dove è estremamente facile reperire un’arma da fuoco. Gudkov è più propenso a identificare la motivazione di Musaev in problematiche di tipo socio-economico e nell’insofferenza nei confronti delle forze di polizia, fenomeno piuttosto comune tra i giovani del Caucaso settentrionale.

Sul fatto è intervenuto anche il presidente ceceno Ramzan Kadyrov con una dichiarazione: “In Russia non si è mai visto un terrorista che attacca la polizia con un coltello. Questa è un’innovazione esportata in Russia dai paesi occidentali. Qualcuno cerca di destabilizzarci…Ma occhio a giocare col fuoco, perché domani potrebbe essere troppo tardi”.

Nel frattempo fonti russe evidenziavano come Musaev fosse presente nel video registrato da un gruppo di jihadisti nel dicembre del 2016, immediatamente prima di un attacco messo in atto a Grozny; la cellula, guidata da Said Ibragim Ismailov, aveva aperto il fuoco contro la polizia stradale in due diversi punti, con un bilancio finale di quattro morti tra gli agenti e sette jihadisti uccisi (tra cui lo stesso Ismailov). L’attentato veniva poi rivendicato dall’Isis.

Gli attacchi di giugno

Domenica 23 giugno a Grozny, non lontano dalla residenza del presidente Kadyrov, un terrorista aveva ferito un agente di polizia che lo aveva fermato a un posto di blocco mentre era a bordo di una Hyundai che procedeva con fare sospetto. In seguito ne era nato un inseguimento con membri della Guardia Nazionale che avevano ripetutamente aperto il fuoco, uccidendo il soggetto in questione poco lontano dal luogo dell’attacco.

Il terrorista veniva poi identificato come Akhmed Abdulkhamidovic Barzayev, classe 1997, nato e residente a Grozny. Nella sua auto gli agenti rinvenivano un fucile da caccia. Anche in questo caso l’Isis aveva successivamente rivendicato l’attacco tramite solito post su Amaq.

Un episodio simile si era inoltre verificato due sere prima in Daghestan, tra i centri abitati di Endirei e Karlanyunt, quando intorno alle ore 22 una pattuglia di agenti delle forze di sicurezza aveva fermato per controlli un autoveicolo VAZ2109 con a bordo due uomini che avevano risposto aprendo il fuoco contro i militari. Ne scaturiva un conflitto a fuoco nel quale rimanevano uccisi entrambi i terroristi, successivamente identificati come Abdurakhman Abakarovich Abakarov (classe 1982) e Arslanali Zainulabidovich Kurbanov (classe 1984), entrambi di Makhachkala. Sul luogo dello scontro venivano rinvenute una mitraglietta e una pistola.

Il colonnello in pensione del Fsb, Gennady Gudkov, si è espresso anche su tali episodi, mettendo in evidenza come i predicatori radicali siano sempre pronti a sfruttare il disagio giovanile nel Caucaso settentrionale, dovuto non soltanto alla difficile situazione socio-economica, ma anche alla sfiducia e la rabbia nei confronti delle autorità.

Le rivendicazioni dell’Isis tra Cecenia e Daghestan

Secondo stime ufficiali, soltanto nei primi tre mesi del 2019, i jihadisti hanno perso ben cinque uomini tra Cecenia e Daghestan. Nei primi sei mesi del 2019 è inoltre emerso come buona parte delle eliminazioni di jihadisti nel Caucaso settentrionale sono scaturite da una loro previa individuazione a posti di blocco; in poche parole, l’Isis ha ben poco da rivendicare in quest’area se non l’uccisione dei propri stessi militanti per mano delle forze di sicurezza. Non è un caso che diversi esperti, tra cui gli stessi Gudkov e Goncharov, sono scettici sull’effettiva responsabilità dell’Isis negli ultimi attacchi perpetrati in Cecenia.

Osservando le prevalenti dinamiche di attacco messe in atto da singoli attori in nome dell’Isis, emerge infatti come il terrorista di turno effettua un previo giuramento (bayah) videoregistrato, solitamente sotto una bandiera dell’Isis, che viene poi fatto divulgare dopo l’attacco (cosa che non è tra l’altro avvenuta negli attacchi precedentemente citati).

Se da una parte l’attentatore può così rafforzare la propria motivazione ostentando una discutibile effettiva appartenenza all’organizzazione, quanto meno nel senso tradizionale del termine, dall’altra l’Isis si appropria del pieno diritto di rivendicare l’attacco e ne usufruisce per portare avanti la propria propaganda mediatica. Una situazione paradossale, considerato che se l’attentatore può spesso vantare al massimo una generale condivisione ideologica con lo “Stato Islamico”, quest’ultimo non è neanche al corrente dell’esistenza dell’attore stesso fino al momento in cui l’attacco viene reso noto.

Se poi si va a considerare, come già precedentemente detto, che negli ultimi mesi le rivendicazioni dell’Isis sono null’altro che il risultato di intercettazioni a posti di blocco, allora tutto il fenomeno diventa ancor più peculiare. In sunto, lo Stato Islamico non riesce più a perpetrare attentati di notevole spessore in Cecenia e Daghestan e il fenomeno jihadista resta relegato all’iniziativa di singoli gruppi e piccolissime cellule, spesso legate a quel sottobosco di bande nelle quali ideologia islamista radicale e criminalità si intersecano e danno vita a un fenomeno, denominato appunto “banditismo”, tipico di queste zone.