Ormai da troppo tempo, nella “guerra al terrore”, gli Stati Uniti fanno finta di non vedere il rancore dei loro nemici, respingendolo come infondato o ignorandolo del tutto. La radice del problema è che il governo americano ha ormai l’abitudine di osservare i suoi nemici solamente attraverso gli occhi di un drone. Poco importa che da chilometri di distanza non si possa capire cosa pensi una persona. Gli Stati Uniti non hanno neanche rivisto la loro tendenza a etichettare i nemici come “terroristi“, trascurando il fatto che il terrore è un impiego efficace della forza, non una strategia vincente.

Questa visione miope ha portato l’America a sottovalutare sia i nemici che il campo di battaglia. Sicuramente fu così in Vietnam. E adesso, forse in maniera più grave, gli americani ignorano completamente il fenomeno della sottrazione di territori ai sunniti, caratterizzato da una forte perdita di potere ai danni di un gruppo che, in precedenza, era ai vertici della società. Allo stesso modo, non hanno compreso che Al Qaeda e lo Stato islamico sono fondamentalmente sintomi della frustrazione causata dalla perdita di territori e di potere, come dimostra il fatto che entrambi i gruppi abbiano cercato di riportare indietro l’orologio a un’epoca in cui l’islam puro e ortodosso, cioè l’islam sunnita, governava i fedeli e legittimava la conquista di un grande impero. È anche il motivo per cui sia Al Qaeda che i gruppi dello Stato islamico considerano gli stranieri come minacce esistenziali, eretici dotati del potere di corrompere e distruggere. Questi due gruppi, che combattono con una violenza apparentemente casuale, potrebbero non andare a genio alla maggior parte dei sunniti. Tuttavia, per gli oppressi, la violenza estrema e crudele rappresenta l’unica forma di difesa. Bisogna tenere a mente che non è importante se questo rancore sia legittimo o meno, quello che conta è capire cosa pensa e come agisce chi ha perso la sua terra.

Che piaccia o no, questi fatti giocano a favore dei fanatici sunniti

Negli ultimi trent’anni i sunniti hanno dovuto cedere all’Iran, loro nemico giurato, Beirut, Baghdad e Damasco, tre capitali tradizionalmente sunnite. Se si aggiunge il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte di Donald Trump, le roccaforti che i sunniti hanno perso diventano quattro. Certo, Gerusalemme non è stata ceduta all’Iran, ma è un altro doloroso promemoria della perdita di territori subita dai sunniti.

Il senso di perdita è tanto più grave poiché arriva sulla scia della grave e improvvisa crisi spirituale avvenuta con la rivoluzione islamica del 1979 in Iran. La pretesa dell’ayatollah Ruhollah Khomeini sull’eredità del Profeta ha fatto tremare i sunniti, lasciandoli con una premonizione vaga e informe che una sorta di nuova egemonia persiana, spinta da una profonda fede, fosse sul punto di chiamare a raccolta le proprie forze per schiacciarli. L’evento fu ancora più sconvolgente perché i sunniti ortodossi vedevano Khomeini e gli sciiti come apostati e usurpatori.

Fu l’incubo sciita iraniano che spinse i militanti sauditi a prendere possesso della moschea della Mecca nel novembre 1979, nel tentativo di spodestare la decadente e corrotta famiglia reale saudita e salvare l’islam. Ovviamente fallirono, ma si può sostenere che ogni successiva insurrezione armata sunnita, incluso l’11 settembre, sia stata una ripetizione del tentativo di riprendere il controllo dell’islam. Nel profondo, l’intenzione di Osama bin Laden era di rovesciare la famiglia reale saudita e sostituirla con governanti capaci di riportare l’islam sunnita sul suo legittimo trono; anche lui ha fallito, ma ciò non ha significato la sconfitta della militanza sunnita.

Francesco Cito, Arabia Saudita, Dhahran, 1990

Ora, con la machtpolitik iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen, i timori sunniti circa un’egemonia persiana sembrano molto meno vaghi e informi. Per la “guerra al terrore”, questo significa che il violento jihadismo sunnita non sta per scomparire. I reduci dello Stato islamico continueranno a combattere in Siria e in Iraq, così come i miliziani in Afghanistan e nell’Africa subsahariana. Anche se lo Stato islamico venisse completamente distrutto come organizzazione, esso riemergerà sotto una nuova veste. Nuove reclute che combatteranno sotto nuove bandiere continueranno la jihad per arrestare il declino sunnita. E loro, come i predecessori, faranno affidamento sul fatto che la rabbia e la fede, non le armi, vincono le guerre. Per quanto riguarda gli Stati sunniti, essi non supereranno presto le loro paure e l’umiliazione avvenuta per mano dell’Iran, cosa che li porterà a sbagliare e a reagire in modo sproporzionato. È il motivo per cui il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman Al Saud si è preso il rischio, apparentemente avventato, di entrare nel pantano yemenita e di ordinare l’uccisione del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi. Non si tratta di giustificare Mohammad bin Salman ma, considerando che il movimento di guerriglia legato all’Iran sul suo confine meridionale non è stato sconfitto e che l’Iran sta esercitando un’effettiva sovranità su Iraq, Siria e Libano (la cosiddetta “Mezzaluna sciita“) il principe saudita ha tutte le ragioni per avere paura ed essere paranoico. A tutto questo, bisogna aggiungere che lo Yemen rappresenta una testa di ponte per impossessarsi della Mecca, una perdita che metterebbe la parola fine alla legittimità dei Saud e all’ultima ambizione del predominio sunnita.

Se nella “guerra al terrore” gli Stati Uniti continueranno a non prendere seriamente in considerazione i propri nemici e le paure degli alleati, le possibilità di porre fine al caos in Medio Oriente diminuiranno vertiginosamente. Lo Stato islamico sarà anche sul punto di scomparire, ma non sarà sconfitto, se non altro per il fatto che le persone guidate dalla paura vogliono essere governate dalla fede.