Il Sahel, la fascia di paesi africani che fa da cerniera tra il Mediterraneo e l’Africa sub-sahariana, è oggi sprofondata nell’anarchia delle soldataglie jihadiste. Dalla Mauritania al Burkina Faso, sulle sabbie del deserto si assiste all’avanzata dei gruppi islamisti che stanno sempre più prendendo controllo di intere porzioni di territorio. Governi deboli, eserciti senza mezzi e preparazione, assenza di strutture statuali sono solo alcuni dei fattori che stanno permettendo alle formazioni dell’internazionalismo salafita di impossessarsi di aree strategiche e allargare le loro fila con nuovi combattenti. Oltre a questi motivi non bisogna poi trascurare il fatto che la guerra del terrore ha trovato nell’endemica lotta tra pastori e agricoltori ulteriore combustibile per il jihad.

È proprio all’interno di questo conflitto che si inserisce il dramma che stanno vivendo i Dogon, popolazione da secoli insediata ai piedi della falesia di Bandiagara, in Mali, al confine con il Burkina Faso e a sud di quella che è conosciuta come ”la grande ansa” del fiume Niger. I Dogon sono un popolo epico dell’Africa che il mondo ha iniziato a conoscere a partire dagli anni Cinquanta, dopo che l’ antropologo Marcel Griaule pubblicò il libro ”Dio d’Acqua” che descriveva con dovizia di particolari la storia, le abitudini, le straordinarie conoscenze astronomiche e la complessa cosmogonia dei Dogon.

Per anni, le terre dei Dogon, hanno attirato visitatori. Dapprima esploratori e poi, nell’epoca del turismo di massa, frotte di viaggiatori affascinati dalle letture di antropologi e avventurieri e dalle raffinate opere di artigianato locale realizzate dagli uomini della falesia.

Oggi però, questo mondo che negli anni è riuscito a resistere e rimanere autentico nonostante l’assedio di macchine fotografiche e parabole satellitari, si trova in serio pericolo perché minacciato dalla furia jihadista e mentre donne e bambini fuggono aumentando il numero dei profughi e gli uomini si arroccano sulle proprie pietraie cercando con vecchi fucili di arginare le incursioni dei ribelli islamici, il mondo, impassibile e sordo, distoglie lo sguardo dal massacro di un popolo, una cultura e una civiltà secolare.

Dopo che nel 2011 è scoppiata la guerra in Mali e una marea fondamentalista ha travolto il nord del Paese dando inizio alla destabilizzazione dell’intera fascia saheliana, ecco che la violenza ha fatto incursione nelle terre dei Dogon.

I Peul (conosciuti anche come fulani), tradizionali pastori della savana, non hanno mai avuto ottimi rapporti con i propri vicini allevatori, i Dogon appunto. Anche se non correva buon sangue però i pastori e gli allevatori erano arrivati nel tempo a un compromesso per una pacifica convivenza. Come spiega l’antropologo Marco Aime: ”dopo il raccolto i bovini potevano infatti pascolare sui campi fornendo così allo stesso tempo letame, estremamente prezioso per i contadini che non disponevano di altro fertilizzante. I Peul ricevevano in cambio miglio, altri prodotti alimentari e talvolta anche piccole somme in denaro.” Negli ultimi anni però la propaganda degli jihadisti ha attirato a sé i Peul che, sopratutto in un momento di siccità, desertificazione e quindi miseria diffusa, non hanno resistito al canto di sirene della predicazione salafita ed è iniziata così una penetrazione islamista nelle zone rurali del Mali.

Incursioni dei Fulani e reazioni dei Dogon e la violenza ha iniziato ad aumentare giorno dopo giorno trascinando in una spirale di sangue l’intera regione. Stando a quanto raccontano i Dogon il momento che ha dato inizio alla guerra, che sta attanagliando la loro terra, è riconducibile all’ottobre del 2015 quando i Peul uccisero il celebre capo degli ”chasseurs” Dogon Souleymane Guido, detto Bahaga. Da quell’episodio c’è stata poi un’escalation di assalti e massacri.

Human Rights Watch a febbraio ha stilato un rapporto all’interno del quale, allegando testimonianze che riportano di massacri compiuti sia dai Dogon che dai Peul, equipara le violenza commesse dai due gruppi.

Che anche i Dogon si siano macchiati le mani e abbiamo commesso atrocità per rappresaglia è innegabile, come dimostra l’attacco compiuto da questi contro il villaggio Peul di Ogassougou nel marzo del 2019 durante il quale sono morte oltre 150 persone. L’obiezione che fanno i Dogon è quella di sentirsi vittime costrette a ricorrere alla violenza per non soccombere e che evidenziano il fatto che a combattersi ci sia da un lato una formazione di guerriglieri addestrati che impugnano armi automatiche e dall’altro contadini che imbracciano vecchi fucili da caccia e si spostano a piedi o con vecchie moto.

Mentre massacri e scontri si registrano giorno dopo giorno, ai giornalisti è impedito l’accesso alle zone travolta dalle ostilità e le uniche informazioni arrivano attraverso messaggi e video diffusi con WhatsApp che mostrano violenze e barbarie senza limiti che si consumano quotidianamente: case e villaggi dati alle fiamme, intere famiglie trucidate, capi di bestiame abbattuti.

L’equilibrio etnico in Mali è andato in frantumi, il futuro dell’intera regione è sempre più precario e non sembrano esserci argini concreti contro l’espansionismo salafita. E mentre contingenti internazionali e forze di interposizione si concentrano nelle regioni settentrionali del Paese, nella zona della falesia di Bandiagara sta consumandosi un massacro silenzioso che ha già spinto analisti e ricercatori a mettere in guardia il mondo sul concreto rischio che questa guerra, tra i Dogon, 250mila, e i Peul, 25 milioni, possa trasformarsi in un genocidio.