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La morte di Abe Shinzo, ucciso in seguito ad un attentato durante un comizio nella prefettura di Nara, potrebbe cambiare per sempre il volto del Giappone. Non solo perché Tokyo ha perso uno dei politici più iconici degli ultimi due decenni, ma anche per la ridefinizione del concetto di sicurezza interna. Basti pensare che, in questa nazione abitata da circa 126 milioni di abitanti, si contano mediamente meno di 10 morti per armi da fuoco all’anno. Nel 2017 erano addirittura appena tre. Il fatto che un ex primo ministro della statura di Abe sia stato ucciso da un anonimo 41enne in pieno giorno accresce ulteriormente il senso di preoccupazione.

Da quanto fin qui trapelato, l’attentatore dovrebbe essere un lupo solitario, o al massimo un affiliato di una qualche società segreta intrisa di nazionalismo e fanatismo religioso. Di conseguenza, i cittadini dovrebbero teoricamente essere al sicuro. È tuttavia interessante chiedersi che cosa potrebbe succedere al Giappone dal punto di vista geopolitico, visto che durante la sua carriera politica Abe si era più volte fatto notare per un concentrato di pragmatismo e realismo.

Con lui in cabina di regia il Giappone ha ribadito il sostegno agli Stati Uniti nel testa a testa con la Cina e rafforzato le Forze di Autodifesa. Sempre dal punto di vista geopolitico, dobbiamo poi segnalare sia la decisione di Abe di avviare il rinacio del dialogo securitario dell’Indo-Pacifico (Quad), giocando di sponda assieme al presidente indiano Narendra Modi, all’allora premier australiano Scott Morrison e al leader statunitense Donald Trump, sia quella di lanciare la Free and Open Indo-Pacific Stretegy (Foip), un ambizioso progetto volto a unire economicamente e politicamente due continenti, l’Asia e l’Africa, e altrettanti oceani, il Pacifico e l’Indiano, così da creare una piattaforma attraverso la quale portare ordine in una regione particolarmente turbolenta.



Il Giappone senza Abe

È difficile immagine un Giappone senza Abe che, anche dopo la sua uscita di scena dalla politica, continuava ad avere un certo peso. L’ex premier viene comunemente ricordato per la sua Abenomics – una particolare ricetta economica formata da tre ingredienti: politica monetaria radicale, stimolo di bilancio e riforme strutturali – e per il suo desiderio di riportare il Paese in primo fila sulla scacchiera globale, nonché di renderlo un attore ascoltato. In altre parole, il sogno di Abe è sempre stato quello di voler ridare voce ad un Giappone rimasto per troppo tempo afono e diventato l’ombra di se stesso.

Dicevamo del rapporto tra Tokyo e Washington. Abe Shinzo non ha mai rinnegato quest’alleanza, nonostante alcune proteste interne, con varie frange della popolazione desiderose di smarcarsi dall’ombrello americano e tornare a contare sulle proprie forze, e gli ostacoli rappresentati dal capriccioso Trump. Con la graduale ascesa della Cina e l’ingresso sulla scena della Corea del Nord di Kim Jong Un, il Giappone è tornato ad essere per gli Stati Uniti un alleato imprescindibile. Abe, da fervente nazionalista quale era, si era inoltre impegnato per proporre un programma di riforma costituzionale capace di mettere fine al pacifismo imposto alla nazione giapponese al termine della Seconda Guerra Mondiale. Per giustificare quest’esigenza, Abe puntava il dito proprio contro Cina e Corea del Nord.

L’Asia post Abe

Quanto avvenuto avrà senza ombra di dubbio ripercussioni in gran parte dell’Asia. Gli equilibri e le alleanze costruite dall’esperto Abe sono ancora al loro posto ma, senza più la mano dell’ex premier giapponese, potrebbero crollare da un momento all’altro. Il primo ministro indiano Narenda Modi, un buon amico di Abe, ha annunciato che il 9 luglio sarà una giornata nazionale di lutto in India in segno di “profondo rispetto” per il defunto leader giapponese. Ricordiamo che durante il suo mandato Abe aveva fatto grandi passi avanti per migliorare i rapporti diplomatici tra Giappone e India, inclusa la firma di uno storico accordo nucleare civile nel 2016.

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha affermato che Abe era uno degli “amici più intimi dell’Australia sulla scena mondiale”. Nel 2007, Abe aveva avviato un’alleanza a quattro tra Giappone, India, Stati Uniti e Australia che aveva incrementato la sicurezza e la cooperazione economica tra i Paesi. Sul fronte cinese, un portavoce dell’ambasciata cinese in Giappone ha espresso choc per l’assassinio di Abe ed espresso le condoglianze alla sua famiglia del defunto premier. Abe aveva infatti fatto di tutto per migliorare le complicate relazioni tra Giappone e Cina (emblematici i molteplici incontri con Xi Jinping), anche se tra i due Paesi permanevano e permangono diversi nodi spinosi da sciogliere, in primis la questione taiwanese e rivendicazioni marittime reciproche.

Da monitorare anche la situazione nella penisola coreana. Nonostante i dissidi tra le due Coree e il Giappone, il neo presidente sudcoreano Yoon Suk Yeo ha fatto le sue condoglianze al governo giapponese senza alcun problema o polemica di sorta. Infine, c’è da sottolineare la reazione del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Sebbene il Giappone non sia un membro della Nato, Abe aveva aperto la strada a una partnership più forte tra Tokyo e l’Alleanza Atlantica.

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