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Alla fine del mese scorso l’intelligence statunitense aveva lanciato l’allarme: l’attività terroristica in Afghanistan, in particolare quella dell’Iskp (Islamic State Khorasan Province), ovvero la “filiale” afghana dello Stato Islamico, potrebbe riprendere entro sei mesi con la possibilità di colpire gli Stati Uniti. I talebani, tornati al potere dopo venti anni di conflitto a causa del ritiro occidentale dal Paese, stanno dimostrando di non essere in grado di contenere la minaccia del terrorismo di matrice islamica, in particolare quella dell’Iskp che in questo particolare momento storico si pone come il principale nemico interno del regime talebano.

Se consideriamo solamente il periodo che va da metà settembre a fine ottobre, l’Iskp ha compiuto almeno 54 attacchi tra attentati suicidi e non: uno dei periodi di maggiore attività dello Stato Islamico in Afghanistan. La reazione talebana, che si riduce a fucilazioni sommarie per le strade di sospetti militanti del movimento estremista, non è sufficiente e, al contrario, diffonde ulteriore terrore tra la popolazione che si ritrova in una situazione instabile esattamente come quando erano presenti le forze occidentali e i talebani le colpivano nei centri abitati per causare quella stessa reazione di insofferenza e panico con la quale ora devono fare i conti.

Gli effetti dell’Iskp sul potere talebano

L’Iskp, cioè, sta seguendo alla lettera il manuale della guerriglia e sta levando consenso al regime talebano andando a colpire obiettivi civili, per dimostrare – anche – l’incapacità di controllare il territorio dei nuovi padroni dell’Afghanistan. La forza della coesione che ha catapultato i talebani alla vittoria in Afghanistan si sta frantumando sotto la pressione delle divisioni interne che potrebbero addirittura minacciare la sopravvivenza del gruppo se non vengono ricucite le divergenze mentre affrontano la realtà della gestione di un paese travagliato che sta scivolando sempre più nella morsa del terrorismo islamico. Una divisione interna che si può, grossomodo, spartire tra chi appoggia Abdul Ghani Baradar, che ha co-fondato il gruppo con il mullah Mohammad Omar, e Sirajuddin Haqqani, vicino ad al-Qaeda.

Mentre le fazioni talebane si combattono per fette più grandi della torta – spesso addossando le responsabilità di uccisioni e attentati allo Stato Islamico – l’Iskp sta raccogliendo sempre più reclute tra chi è rimasto deluso dalla linea politica che i talebani stanno prendendo. Alcuni rapporti hanno affermato che anche membri delle ex forze di sicurezza si sono unite ai militanti dell’Iskp per cercare di evitare le vendette dei talebani e guadagnare denaro.

Più tempo impiegheranno i talebani per sconfiggere l’insurrezione causata dallo Stato Islamico, maggiore sarà l’instabilità della loro nuova posizione di governanti dell’Afghanistan, per due ragioni principali: in primo luogo, l’Iskp mette in discussione la legittimità dei talebani sia come movimento jihadista sia come entità governativa, in secondo luogo, più tempo i talebani devono dedicare alla lotta contro lo Stato islamico, meno ne avranno per il governo e altre questioni critiche come la sicurezza alimentare e la prevenzione di un collasso economico.

Per affrontare questi problemi, i talebani dovranno mutare il loro approccio di contrasto all’Iskp dall’azione antiterroristica incentrata principalmente sulla repressione brutale, verso un’azione che includa elementi di contro-insurrezione, come la fornitura di beni in cambio del sostegno locale, che risulta fondamentale data l’architettura tribale del Paese. Inoltre dovranno decidere se, o fino a che punto, accetteranno l’aiuto straniero, che fino a oggi hanno rifiutato (Pakistan escluso).

Il fallimento dopo la riconquista del potere

Passare dall’insurrezione alla contro-insurrezione non è facile. C’è un vecchio adagio che recita: “gli insorti vincono semplicemente non perdendo”. Quindi la counter-insurgency si può vincere solo sconfiggendo risolutamente un’insurrezione, ma la repressione brutale è in genere insufficiente per farlo, e un approccio di questo tipo spesso si ritorce contro chi lo applica. Attività di contro-insurrezione efficaci devono combinare attentamente l’uso della violenza mirata con gli sforzi per promuovere la legittimità politica, proteggere la popolazione dai possibili danni collaterali e fornire esempi tangibili affinché i cittadini sostengano il governo. Ad oggi i talebani hanno fallito in ciascuno di questi aspetti e, a causa della loro tendenza alla violenza, alla paranoia e all’autoconservazione, sembra improbabile che il gruppo abbia successo nel prossimo futuro.

C’è poi da considerare l’aspetto economico nel più vasto senso del termine. Secondo il programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, circa 23 milioni di persone (la metà della popolazione afgana) sono a rischio di morire di fame nei prossimi mesi invernali. Il Paese è del resto sull’orlo di un vero e proprio collasso economico in quanto le nazioni occidentali, che hanno finanziato Kabul negli ultimi venti anni, oltre a “chiudere i rubinetti” del denaro hanno anche congelato i fondi afghani. Senza ingenti somme di aiuti internazionali i talebani non hanno mezzi per impedire o per alleviare quella che probabilmente sarà una tragedia di massa per il popolo afghano, e per questo l’Iskp trova terreno fertile, anche considerando che i suoi militanti vengono pagati circa 300 dollari al mese: un’enormità per quel Paese.

La comunità internazionale è consapevole di quanto sta accadendo, ma è diffidente nel fornire aiuti che porterebbero inevitabilmente i talebani a ottenere quella legittimità internazionale che stanno disperatamente cercando senza dover, in cambio, cambiare comportamento. In questo scenario si innesta il Pakistan, che grazie al suo servizio di intelligence, l’Isi, sta sostenendo una fazione talebana in lotta con le altre (e si è rivista una vecchia conoscenza: Gulbuddin Hekmatyar) che conta circa 4500 combattenti la cui finalità è quella di mantenere vivo il movimento jihadista in Afghanistan, ma soprattutto agire come strumento di pressione del Pakistan sui talebani per garantire che gli interessi di Islamabad siano protetti.

L’attuale scenario afghano suggerisce quindi che l’Iskp continuerà nella sua resistenza armata contro il regime dei talebani, e probabilmente la intensificherà, togliendo quindi legittimità agli “studenti di Dio” sia come movimento jihadista, quindi portando con sé la necessità di colpire con l’arma del terrorismo anche all’estero, sia come governatori del Paese. Uno scenario che andrà sicuramente peggiorando se i talebani si dimostreranno incapaci di far fronte alla grossissima crisi economico/alimentare interna o se dovessero continuare a perseguire politiche oppressive nelle aree abitate da minoranze etniche.

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