Un colpo forse per far avvertire ancora la sua presenza nel Sahel, area in cui la propria tradizionale influenza è sempre più messa in discussione. Ma anche un colpo per avvisare i partner internazionali della volontà di proseguire verso i propri obiettivi. A prescindere però dalla valenza politica dell’azione, la Francia nelle scorse ore è riuscita ad assestare una sonora botta allo Stato Islamico del Grande Sahara, ossia la filiale nel Sahel dell’Isis. Un raid delle forze transalpine in Mail ha ucciso infatti il leader del gruppo, Abou Walid Al-Sahrawi. Su di lui pendeva una taglia da cinque milioni di dollari, per i servizi segreti occidentali era uno dei terroristi più pericolosi al mondo. Del resto la sua organizzazione dal G5 del Sahel era ritenuta la più grave minaccia alla stabilità della regione.

Il raid in Mali

Tra i primi a confermare il successo dell’operazione è stato lo stesso presidente francese Emmanuel Macron: “Si tratta di un altro grande successo nella nostra lotta contro i gruppi terroristici nel Sahel”, ha scritto su Twitter il capo dell’Eliseo. Già da mesi, secondo poi quanto appreso da fonti francesi, Al Sahrawi era nel mirino delle forze speciali. Una volta avuta certezza del suo nascondiglio, i militari sono entrati in azione. Il blitz è avvenuto nel nord del Mali, Paese dove la Francia è presente con l’operazione Barkhane, prossima però ad essere conclusa. Si tratta della missione inaugurata nel 2013, dopo l’intervento di Parigi a sostegno del governo di Bamako volto a contrastare i califfati islamici insediatisi nelle aree settentrionali. Macron nei mesi scorsi ha parlato di fine delle operazioni nel Paese africano, anche se ha tenuto a ribadire il non disimpegno totale francese nell’area.

Infografica di Alberto Bellotto

L’operazione contro Al Sahrawi è arrivata quindi in un momento cruciale. Alla Francia ha dato infatti la possibilità di ribadire la sua presenza non solo in Mali, ma anche in Niger e in tutti i Paesi della regione un tempo sotto il proprio dominio coloniale. Una boccata d’ossigeno anche per la reputazione di Parigi nella lotta al terrorismo. L’eliminazione del capo dello Stato Islamico del Grande Sahara è uno dei colpi più duri inflitto al jihadismo africano, considerato oramai il vero epicentro dell’islamismo internazionale. Anche perché l’uccisione di Al Sahrawi non è l’unica eccellente avvenuta in Sahel negli ultimi mesi. Sempre in Mali, a partire dalla fine del 2020, sono stati eliminati altri leader sia dell’Isis che di Al Qaeda.

Dal Polisario all’Isis: chi era Al-Sahrawi

Era noto come Adnane Abou Walid Al-Sahrawi, ma il suo vero nome era Lehbib ould Abdi Ould Said Ould El Bachir. La carriera criminale nel mondo islamista è arrivata in una seconda fase della sua vita. Nato a Tindouf, la località algerina dove hanno sede i campi profughi Saharawi e le rappresentanze del Fronte indipendentista del Polisario, è proprio in quest’ultimo gruppo che è avvenuta la sua principale formazione militare. Arruolatosi subito dopo gli studi, Al Sahrawi è rimasto a lungo fedele ai miliziani in lotta con il Marocco. Poi per almeno un decennio la sua storia è stata “assorbita” dalla guerra civile algerina. Nel Paese nordafricano è rimasto per circa un decennio durante il conflitto con i gruppi islamisti e, terminati i combattimenti, il suo nome è iniziato a circolare negli ambienti islamisti. In primo luogo al fianco di Abdelhamid Abou Zeid, terrorista algerino tra i leader di Aqim (Al Qaeda nel Magreb Islamico), subito dopo all’interno del gruppo Mourabitoune, formazione guidata dall’altro jihadista algerino Mokhtar Belmokhtar.

C’è la mano di Al Sahrawi dietro i rapimenti di numerosi occidentali nel Sahel, a volte finiti nel sangue. Così come è conclamata la sua responsabilità in numerosi attacchi terroristici che hanno insanguinato la regione. Grazie ai soldi ricavati dai riscatti pagati dagli Stati europei per i cittadini rapiti, Al Sahrawi ha iniziato ad avere una propria importante influenza all’interno del panorama jihadista africano. Tanto da essere nominato nel 2015, su esplicita richiesta di Abu Bakr Al Baghdadi, emiro dello Stato Islamico del Grande Sahara. In tal modo è diventato il vero leader islamista del Sahel. Secondo i servizi segreti del Marocco e di alcuni Paesi occidentali, Al Sahrawi ha mantenuto stabili contatti con i vertici del Fronte del Polisario, circostanza che ha destato ulteriore allarme in tutta la regione. Per gli Usa il terrorista è responsabile diretto della morte di quattro propri soldati in Niger nel 2017, da qui la taglia di cinque milioni di Dollari sulla sua testa.

Non è un caso che, oltre alla Francia, ad esprimere soddisfazione per l’eliminazione del leader islamista sono stati proprio gli Stati Uniti e il Marocco. Anche a livello simbolico la sua fine potrebbe aver rappresentato un colpo molto difficile per le sigle jihadiste del Sahel e per le velleità dei gruppi integralisti attivi nella vasta area che va dalla Libia fino alla Nigeria.