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Aveva 71 anni, dal 2011 guidava Al Qaeda ed era l’erede di Osama bin Laden. Gli Stati Uniti avevano promesso una ricompensa di 25 milioni di dollari per qualsiasi informazione che consentiresse di scovarlo. Ayman Al-Zawahiri, uno dei responsabili dell’11 settembre, è stato ucciso a Kabul, in Afghanistan, in seguito ad un blitz condotto dalla Cia attraverso l’utilizzo di droni.

“Non importa quanto tempo serve, o dove ti nascondi. Se sei una minaccia, gli Usa ti scovano. Giustizia è stata fatta e questo leader terrorista non c’è più”, ha dichiarato il presidente statunitense Joe Biden in un discorso televisivo alla nazione per annunciare proprio l’uccisione di Al-Zawahiri. L’emiro di Al Qaeda, dato già per morto nel novembre 2020, era tra i terroristi più ricercati del pianeta. L’ultima sua apparizione pubblic era stata in un video diffuso proprio da Al Qaeda nel 20esimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle, al Pentagono e in Pennsylvania.

L’ormai ex braccio destro di Bin Laden era stato visto l’ultima volta nella città afghana orientale di Khost, nell’ottobre 2001. Da quel momento in poi era rimasto nascosto sfuggendo sempre alla cattura. Per anni potrebbe aver trovato rifugio nelle regioni montuose in Pakistan, grazie anche all’aiuto di tribù locali solidali. Al-Zawahiri ha tuttavia trascorso le ultime settimane di vita in Afghanistan, e il fatto che si sentisse sicuro confermerebbe quanto poco abbiano cambiato il Paese due decenni di permanenza militare statunitense.


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CAUSALE: Reportage Afghanistan
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L’ordine finale e l’uccisione

La prima, grande svolta nella caccia ad Al-Zawahiri è arrivata all’inizio del 2022. La Cia ha confermato tutte le informazioni raccolte mentre una settimana fa si è tenuto il briefing decisivo alla Casa Bianca, l’incontro che ha portato al definitivo via libera di Biden per il raid. Com’è stato ucciso il terrorista più ricercato del pianeta? La scorsa domenica, alle 6:48 ora di Kabul, è partito un attacco con i droni.

L’attacco è avvenuto quando a Washington era sabato sera, le 21.48. Stando alle ricostruzioni offerte dai media, in quel preciso momento, come aveva fatto più e più volte in passato, Al-Zawahiri si trovava in terrazza, al terzo piano di un edificio situato in una zona residenziale della capitale afghana, nel quartiere di Shirpur, controllato dal ministero della Difesa afghana. A un certo punto si è udita un’esplosione.

L’azione, rapida e furtiva, è stata condotta dall’intelligence americana, si ipotizza con l’aiuto di fonti pakistane, con l’ausilio di un drone, durante una operazione di antiterrorismo pianificata da tempo, circa sei mesi. Così è stato eliminato il capo di Al Qaeda, la cui uccisione è stata confermata da un team di 007 che ha prelevato il dna dal corpo del terrorista. La caccia all’uomo è durata ben undici anni.

Il lavoro dell'intelligence

Il blitz contro Al-Zawahiri non è stato affatto casuale. Al contrario, era stato organizzato e pianificato fin nei minimi dettagli. All'inizio di quest'anno, infatti, l'intelligence americana aveva ricevuto notizie in merito all'arrivo a Kabul di moglie, figlia e nipoti dell'erede di Bin Laden. Ad aprile, invece, la Cia aveva ricevuto una conferma emblematica: il capo di Al Qaeda si nascondeva in una palazzina di un quartiere residenziale, da dove non sarebbe mai uscito.

Trascorrono altre settimane di verifiche, ed ecco nuovi indizi che confermano la pista: l'uomo è proprio Al-Zawahiri. Lo scorso primo luglio è così cominciato il conto alla rovescia, con un summit al quale hanno preso parte il direttore della Cia, William Burns, la direttrice della National Intelligence, Avril Haines, quella del controterrorismo, Christine Abizaid, e il consigliere alla sicurezza nazionale Jake Sullivan.



Trascorrono altre settimane. Si tengono altre riunioni alla Casa Bianca, durante le quali Biden chiede, durante il raid, di evitare la morte di persone innocenti, tra cui i familiari del terrorista. L'ultima riunione è avvenuta il 25 luglio. Per assicurarsi che tutto filasse liscio, senza quindi effetti collaterali, era stato addirittura costruito un modellino dell'edificio di Al-Zawahiri. Una volta ottenute tutte le certezze del caso, Biden ha dunque lanciato l'ordine finale.

Al netto dell'uccisione del terrorista, restano ancora diverse zone d'ombra. Gli Stati Uniti hanno affermato che l'operazione non avrebbe causato altre vittime. Secondo il New York Times, la residenza nella quale viveva Al-Zawahiri era di un alto collaboratore del ministro dell'Interno, Sirajuddin Haqqani, mentre fonti non confermate sostengono invece che la casa fosse addirittura di proprietà del ministro, e che nel raid sarebbero morti anche il figlio e il genero dell'alto esponente di governo, notoriamente vicino ad Al Qaeda. Come riporta il Jerusalem Post, Zabihullah Mujahid, portavoce dei talebani, ha condannato fermamente l'azione Usa, definendola una violazione dei "principi internazionali".

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