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Nei giorni in cui Guantanamo riprende dopo due anni di sospensione il processo contro i cinque imputati accusati di aver ideato gli attentati dell’11 settembre la rotta afghana degli Stati Uniti riapre il dibattito sul futuro del campo di prigionia americano nella base di Cuba. Una struttura che in questi venti anni ha rappresentato il centro di detenzione per i prigionieri delle forze armate statunitensi ritenuti a vario titolo imputati di collusione col sistema terroristico e con le organizzazioni rivali degli Usa, che ha attratto le critiche trasversali di un’ampia fetta di media, opinione pubblica e mondo politico negli States e non solo.

Guantanamo e i suoi detenuti

Il carcere di massima sicurezza è infatti formalmente fuori dal territorio statunitense, nell’ultimo residuo della presenza militare Usa a Cuba, e dunque non soggetta alla giurisprudenza e alle norme del diritto interno del Paese. I soggetti incarcerati si trovano formalmente in un limbo, privi sia del riconoscimento di prigionieri di guerra (non essendo gli Usa formalmente in conflitto con altre nazioni) sia dello status di ordinari detenuti dell’amministrazione federale statunitense a cui applicare i termini di legge in materia di custodia cautelare, rinvio a giudizio e incarcerazione.

Non è un caso che Human Rights Watch abbia sottolineato che dal 2002 in avanti solo 16 dei 780 detenuti passati per Guantanamo abbiano subito un esplicita incriminazione penale, e anche quando ciò è avvenuto i casi sono stati estremamente controversi; l’’ex capo della propaganda di Al-Qaida Khalid Sheikh Mohammed, che ha esplicitamente confessato di essere stata la mente dell’11 settembre, ha dovuto aspettare cinque anni tra la sua cattura, avvenuta nel 2003, e la sua incriminazione, partita nel 2008, e il suo processo è ancora in alto mare mentre sulle confessioni sue e di altri detenuti aleggiano i dubbi di costituzionalità legati al possibile uso della tortura nelle prigioni segrete della Cia.

Per questo in America si sta discutendo sulla legittimità del carcere di massima sicurezza creato per operare la detenzione, la punizione e la rieducazione prigionieri catturati in Afghanistan o in Pakistan ritenuti collegati ad attività terroristiche, 39 dei quali sono attualmente rinchiusi a Guantanamo. A riempire le celle, soprattutto nella prima fase, sono stati soprattutto afghani, sauditi, yemeniti e pakistani. Molti di questi detenuti, nota Npr, sono i cosiddetti forever prisoners mai coperti da accuse formali o incriminazioni, mentre in larga misura i detenuti scarcerati o scambiati con prigionieri statunitensi al termine di faticose trattative difficilmente hanno perso l’abitudine di contrastare la superpotenza a stelle e strisce. Anzi, il canale all-news indiano Wion ha dedicato un ampio approfondimento al fatto che diverse figure di spicco dei Talebani tornati al potere in Afghanistan hanno conosciuto da vicino la prigionia a Guantanamo.

Khairullah Khairkhwa, membro dell’ala radicale dei Talebani e loro ex ministro dell’Interno, è tra le figure che hanno subito al detenzione a Guantanamo, e anche Gholam Ruhani, esponente dell’intelligence del gruppo, è passato per il carcere cubano. Tra le accuse di tortura, le violazioni dei diritti umani e il comportamento duro e punitivo dei militari Usa verso i prigionieri, Guantanamo è diventato un centro fondamentale per le critiche alle politiche degli Usa nei Paesi dell’Asia centrale e del Medio Oriente e il suo futuro dopo la sconfitta afghana è incerto.

Guerra terminate, detenzioni senza fine

L’associazione Just Security ha pubblicato di recente un dettagliato rapporto in cui attacca il fatto che il termine delle “guerre senza fine” non è ritenuto propedeutico alle prigionie senza fine, nonostante gli appelli in senso contrario che l’attuale presidente Joe Biden ha più volte fatto. Il mantenimento in operazione del carcere viene definito “aberrante, incongruente, illegale”: come possono, è il senso dell’appello, gli Stati Uniti combattere e esporsi per la libertà, la democrazia, i diritti umani senza difenderli in primo luogo erga omnes sul loro territorio? Come definire la responsabilità penale effettiva di soggetti che possono anche essersi macchiati dei più terribili reati di terrorismo ma la cui capacità di sostenere un processo è messa a repentaglio da detenzioni a tempo indeterminato e prevaricazioni tutt’altro che indifferenti? Queste domande non conoscono risposta da vent’anni e sono lo specchio del dibattito aperto dalla gestione emergenziale del diritto interno che gli Usa hanno reso, di fatto, strutturale nel corso degli anni.

Il dibattito è di quelli politicamente importanti perché impone una riflessione sulle motivazioni, il senso e le conseguenze dell’intervento statunitense in Medio Oriente, segnalando un’asimmetria tra la retorica e l’azione concreta della superpotenza. Le torture di Guantanamo e la sospensione del diritto sono sotto gli occhi di tutti: e da più parti è emersa chiara la percezione del fatto che se alla barbarie della sfida terrorista si decide di rispondere – in nome della tutela di un generico principio di sicurezza – con la negazione dei capisaldi del diritto che caratterizzano la vita interna della società occidentali, si contribuisce solamente all’instabilità globale diminuendo la sicurezza collettiva.

Gli Usa e l’Occidente non hanno altra scelta che quella di recuperare i capisaldi della democrazia feriti negli ultimi anni dalle crisi, dalla conflittualità e dall’ascesa delle disuguaglianze per sconfiggere politicamente i movimenti estremistici e terroristici. Il problema è che il principio securitario su cui la scelta di creare Guantanamo poggia non tramonta con l’Afghanistan, rendendo difficile una svolta che segnerebbe una reale volontà degli Usa di cambiare strategia combattendo politicamente l’estremismo in maniera diversa. E al contempo annacquando ogni prospettiva reale di rendere credibile gli appelli statunitensi per la democratizzazione di Cuba, Paese nei cui confronti gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni dopo lo scoppio delle proteste estive. Le grandi potenze difficilmente possono reggere l’accusa di ipocrisia dopo una sconfitta militare e politica come quella afghana: e Washington ciò deve tenerlo ben presente.

 

 

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